Aosta: ecco il Parco Archeologico di Saint Martin de Corléans

23 maggio 2016


Dolmen, tombe megalitiche e stele antropomorfe: un allestimento suggestivo e di estremo rigore scientifico racconta ai visitatori 6000 anni di storia dell’uomo…

Il conto alla rovescia per gli appassionati di archeologia di tutto il mondo è iniziato: il prossimo 25 giugno apre per la prima volta al pubblico il Parco e Museo Archeologico di Saint Martin de Corléans, alle porte di Aosta, un grande sito megalitico, unico in Europa (e uno dei pochi al mondo!) in grado di presentare sotto una gigantesca struttura sia i monumenti sia il museo che li illustra.

Il Parco Archeologico è un sito di eccezionale importanza scientifica, che rivoluziona le conoscenze della Preistoria europea grazie ai reperti rinvenuti in diversi strati del terreno, capaci di narrare con una forza straordinaria l’evoluzione dell’uomo dal Neolitico all’età del Ferro: 9.821 metri quadrati di testimonianze dal 4000 al 1100 a.C., monumenti straordinari come il grande dolmen che svetta al centro degli scavi, 45 stele antropomorfe di bellezza e valore ineguagliabile raffiguranti capi guerrieri, eroi o divinità, tombe megalitiche dedicate alle famiglie più influenti della comunità, 24 pali lignei rituali e arature cultuali per consacrare il luogo a santuario a cielo aperto. Ma anche 1200 metri quadrati di spazio espositivo con oggetti di ceramica, macine e macinelli, cereali raccolti dall’uomo della preistoria, oltre a resti umani che raccontano la pratica della trapanazione dei crani in soggetti viventi.

Sono finalmente in dirittura d’arrivo i lavori per il completamento di questa struttura dotata delle più moderne tecnologie, in grado di fondere il rigore scientifico con il potere suggestivo degli allestimenti per offrire ai visitatori un’esperienza sensoriale e cognitiva dal forte impatto emotivo e dall’altissimo valore culturale. Studiosi e grande pubblico potranno toccare con mano, in modo estremamente preciso, coinvolgente e realistico, la vita dei nostri antenati più lontani per mezzo di un corridoio spazio-temporale che riporta l’orologio della storia indietro di 6000 anni, e grazie a un avveniristico impianto di 500 luci che riproduce l’atmosfera del giorno e della notte nella preistoria, oltre a touch screen, raggi laser e grafica ricostruttiva, che completano e valorizzano monumenti e reperti lungo un inedito e affascinante percorso informativo museale.

Era il giugno del 1969 quando, nel corso di scavi edilizi per le fondamenta di una serie di condomini alla periferia occidentale di Aosta, una ruspa urtò un’inusuale lastra di pietra: con grande sorpresa e stupore, si scoprì che si trattava di una stele antropomorfa di più di 4000 anni fa, riusata come coperchio di tomba, rimasta per un tempo lunghissimo a guardia di un mondo inghiottito dalla storia, in attesa di essere riportata alla luce dai discendenti del Terzo Millennio. L’area è stata subito acquisita dalla Regione autonoma Valle d’Aosta, che nel 1970 ha dato il via a indagini e scavi più approfonditi, con campagne annuali proseguite fino al 1990, e poi riprese dal 2001 con nuovi sondaggi e operazioni di microscavo.

Gli scavi hanno raggiunto 6 metri di terreno in profondità, suddivisi in 8 fasi, testimonianza ciascuna di un preciso momento d’uso dell’area. Attraverso la tipologia dei reperti e la datazione radiocarbonica, è stato possibile seguire le attività svolte dall’uomo dal Neolitico finale (4100-3900 a.C.), documentate da un’aratura rituale e da fosse circolari (“pozzi”) contenenti offerte, a tutta l’età del Rame (3000-2500 a.C.), quando il sito è frequentato come santuario a cielo aperto. I simulacri di culto, tutti orientati secondo criteri ritenuti astronomici, sono inizialmente una serie di pali lignei, forse dei totem, di cui restano solo le fosse di alloggiamento (i resti di ossa di bue incenerite rinvenute alla base confermano lo svolgimento di cerimonie rituali), successivamente lastre monolitiche che riproducono la figura umana, le stele antropomorfe. In seguito l’area è stata utilizzata con funzione funeraria, con l’innalzamento di imponenti monumenti funebri costruiti con megaliti (dal greco grande pietra), come il maestoso dolmen. La funzione funeraria viene mantenuta anche nell’età del Bronzo (2200 – 1600 a.C.) quando le stele sono riutilizzate per costruire tombe a cista (costituite da sei lastre di pietra a formare una sorta di scatola) e nell’età del Ferro, tra i secoli XI e I a.C., con la realizzazione di tombe galliche e romane.


LA VISITA AL SITO-MUSEO

La passerella spazio-temporale, un indimenticabile viaggio nella storia
La visita al sito di Saint Martin de Corléans inizia da un lungo corridoio discendente che porta il visitatore verso le profondità della terra, facendogli compiere un suggestivo viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio. Sulla soglia, un calendario perpetuo indica l’epoca odierna poi, man mano che si prosegue, altri pannelli ricordano i più importanti avvenimenti della storia del luogo, intrecciata con quella planetaria, con i volti e le immagini dei suoi protagonisti, da Neil Amstrong e Buzz Aldrin – protagonisti dell’allunaggio pochi giorni dopo la scoperta dell’area archeologica aostana, – da Napoleone a Cristoforo Colombo, da Carlo Magno a Cesare Augusto, ai faraoni dell’antico Egitto, fino ad accompagnare il visitatore a 6 metri di profondità e indietro di 6000 anni, al momento in cui inizia la frequentazione del sito da parte dell’uomo.

L’area degli scavi, 500 luci per calarsi nel Neolitico
La passerella temporale termina il suo conto alla rovescia aprendosi su una grande area coperta di circa 4mila mq per offrire una visione mozzafiato: un imponente dolmen svetta su una piattaforma triangolare di pietre, intorno tombe e arature a scopo di culto orientate secondo criteri astronomici. Un gioco di luci, reso possibile da 500 fari orientabili, fa sorgere e tramontare il sole e proietta sul terreno le ombre dei reperti, immergendo il visitatore nell’atmosfera e nel paesaggio in cui viveva l’uomo dal Neolitico all’età del Ferro, passando per l’età del Rame e quella del Bronzo: dai rosati dell’alba, ai gialli del mezzogiorno, ai bianchi del primo pomeriggio, ai rossi violacei del tramonto, agli azzurri metallici e bluastri della notte. Un grande schermo trasparente si sovrappone alla visione degli scavi per mostrare, attraverso la grafica ricostruttiva, come si svolgeva la vita in quel luogo tra il 4000 e il 1100 a.C., mostrando inoltre com’è stata rinvenuta l’area dai primi archeologi, con la posizione originale dei reperti poi trasferiti nelle teche museali.

Il Museo Archeologico, il passato ritorna attraverso touch screen e fasci laser
Il percorso espositivo prosegue salendo su una balconata-belvedere che si affaccia sugli scavi, dove si possono ammirare i monumenti rinvenuti dagli archeologi: qui per la prima volta si realizza un dialogo continuo tra reperti, luogo del loro ritrovamento e didattica museale, una scelta innovativa che offre al visitatore una fruizione completa del sito, regalando un’esperienza conoscitiva ed emotiva ad ampio spettro. Stele antropomorfe, tombe, pali rituali, macine, resti di cereali, testimonianze della lavorazione dei metalli, della semina di denti umani e della trapanazione dei crani di persone viventi (o a scopi medico-terapeutici – il paziente sopravviveva a lungo – o per motivi di carattere rituale) sono esposti in sei diverse sezioni, in un allestimento elegante e minimale che valorizza gli oggetti custoditi, anche grazie a soluzioni tecnologiche all’avanguardia: fasci laser, touch screen e didascalie parlanti sono in grado di suscitare stupore e curiosità per le ipotesi interpretative più seducenti sui miti e le personalità eroiche di un passato lontanissimo.

Le stele, testimoni “viventi” del passato
Le stele antropomorfe sono senza dubbio i reperti più emozionanti rinvenuti nel sito archeologico. Si tratta di monumenti celebrativi dedicati al culto di capi guerrieri, eroi o divinità, raffigurati con armi e oggetti forgiati in metallo. Osservando queste sculture di fattura elaborata e grande espressività, sembra quasi di incontrare persone “vive”, con i loro volti, i vestiti ricercati, gli accessori che ne raccontano il ruolo nella società del tempo. Realizzate con lastre monolitiche di rocce scistose bruno rosate o di marmo bardiglio grigio, di forma trapezoidale o rettangolare, riproducono infatti la figura umana in modo sintetico ma ricco di dettagli che lasciano intuire sia il genere che il ruolo sociale: sono infatti visibili le parti del corpo (testa, sopracciglia, naso, braccia allungate o piegate ad angolo retto, mani), gli abiti (intrecciati o tessuti, realizzati con pelli o pellicce, cuoio, fibre vegetali), gli ornamenti (collane, cinture), gli attributi (pendaglio a doppia spirale) e le armi (arco, frecce, accetta, pugnale). Tutte le stele rinvenute, anche quelle non esposte nel museo, sono documentate sotto forma di frottages (copia tramite sfregamento di un carboncino su carta sovrapposta al bassorilievo).


GLI “ANTENATI” DI SAINT MARTIN

Chi erano e da dove venivano
Gli studiosi sono ancora al lavoro per chiarire se i protagonisti dell’affascinante storia di Saint Martin de Corléans fossero discendenti dei cacciatori del Mesolitico, insediatisi nel Neozoico al termine della glaciazione, oppure se si trattasse di popolazioni venute dal Mediterraneo, come suggeriscono alcuni reperti riconducibili alla cultura di estrazione egeo-anatolica o transacaucasica. Il luogo dei ritrovamenti è infatti un’antichissima via di comunicazione transalpina che collega la Pianura Padana alla Francia e alla Svizzera, da sempre via di passaggio e migrazioni, come conferma anche il ritrovamento di testimonianze preistoriche nei pressi del Piccolo e del Gran San Bernardo. La stretta relazione culturale tra i versanti alpini è dimostrata anche dai ritrovamenti archeologici di Sion, nell’alta valle del Rodano, dove gli scavi hanno portato alla luce un sito con stele antropomorfe e monumenti funerari, simile e contemporaneo a quello di Aosta.

I villaggi ancora da ritrovare
Secondo gli studiosi la funzione unicamente sacrale dell’area di Saint Martin presuppone l’esistenza, nelle immediate vicinanze, di uno o più abitati, forse villaggi che dovrebbero trovarsi a nord-ovest del sito archeologico, ma che non sono stati ancora individuati.


IL FUTURO DELL’AREA ARCHEOLOGICA

Apertura in due tappe
Gli oggetti esposti nel museo rappresentano l’epoca più ricca e affascinante di testimonianze archeologiche, quella che va dal Neolitico alla prima Età del Bronzo. In una seconda fase sarà inaugurata la sezione riguardante i reperti che documentano l’occupazione dell’area nelle età del Bronzo e del Ferro, in età romana e infine nel Medioevo. Nel Museo troverà posto anche un Centro di Ricerca per il Megalitismo. Aprirà al pubblico in un momento successivo anche la porzione degli scavi sottostante il lato Sud della lanterna, in superficie divisa in due dalla strada che attraversa il quartiere, ma collegata a livello del giacimento archeologico con l’area Nord di imminente inaugurazione, per una futura visione del sito a perdita d’occhio, con circa un ettaro di parco coperto. I reperti rinvenuti in quest’area, attualmente chiusa al pubblico, riguardano la frequentazione del sito nella preistoria recente.

Dagli scavi a una nuova idea di città
Attraverso la realizzazione del parco archeologico l’Amministrazione regionale ha voluto dare una nuova funzione all’area urbana intorno agli scavi, in modo che non rimanesse legata solo alla memoria e alla storia, ma anche all’attualità. Con l’obiettivo di aumentare la fruibilità del quartiere, sopra la struttura del parco-museo è stata realizzata una grande piazza, uno spazio all’aperto che nei prossimi anni costituirà un luogo di aggregazione, ospitando sia manifestazioni locali che attività connesse alla realtà del quartiere. Perché dalle ceneri del Neolitico nasca un nuovo modo di vivere la città e i suoi tesori.

Info: www.regione.vda.it