Selinunte: ricostruire o no il tempio G?

Una spianata di colonne, capitelli dorici, architravi… A Selinunte il tempio G, uno dei più imponenti dell’intero mondo greco, è tutto lì: sdraiato da un antico terremoto. Di nuovo si è acceso il dibattito fra chi vorrebbe rimetterlo in piedi (anastilosi), con un’operazione tecnico/scientifica (ed economica) del massimo impegno, e chi invece ama… quell’ammasso romantico, storicizzato e unico al mondo di rovine. L’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi risponde alle osservazioni e ai quesiti emersi tempo addietro nella pagina di Archeologia Viva su Facebook.

VALERIO MASSIMO MANFREDI. Prima di rispondere alle obiezioni vorrei fare una premessa: io sono attivo in questo progetto in qualità di consulente della provincia di Trapani e, in parte, della Regione Autonoma di Sicilia, per la valorizzazione del patrimonio culturale e archeologico della Sicilia occidentale. In questa veste ho ritenuto che un intervento sul Tempio G potesse avere una grande valenza a livello d’indagine scientifica (il crollo è praticamente sigillato e le caratteristiche del tempio sono in gran parte da scoprire), di restauro conservativo (i rocchi coricati vengono sfaldati e corrosi dagli agenti atmosferici e colonizzati da vegetazione infestante) e di valorizzazione dell’intero sito con l’eventuale, parziale anastilosi, di uno o più settori del monumento. Un’operazione del genere, a mio avviso, avrebbe posto il grandioso monumento al centro dell’attenzione mondiale. La polemica è sorta dopo una esternazione del tutto occasionale dell’allora Presidente Lombardo che dichiarò la disponibilità della Regione “alla ricostruzione del Tempio G”. Nessuno, ripeto nessuno, degli studiosi che il giorno dopo fecero dichiarazioni al vetriolo su varie testate (“atto di vandalismo” per non citarne che una), aveva la benché minima cognizione del progetto. Nessuno di loro, a quanto mi risulta, tenne presente il mio comunicato stampa immediatamente diramato in cui se ne esponevano in modo corretto e, soprattutto, informato, le caratteristiche generali e si preannunciava un convegno internazionale proprio sul problema dei restauri di complessi monumentali del mediterraneo greco. Il convegno, poi tenuto a ottobre 2012 a Selinunte, con la presenza di oltre quaranta studiosi di livello internazionale, da un lato vide la saldatura del fronte del no (già organizzata in precedenza) ma anche la notevole incoerenza delle posizioni. L’amico professor Nicola Bonacasa, emerito di archeologia all’Università di Palermo, uno dei più accesi oppositori dell’anastilosi in qualunque forma, espose, in un dettagliato intervento, le fasi e le caratteristiche della completa anastilosi da lui condotta a termine del tempio dorico di Zeus a Cirene, con l’uso, per di più, di considerevoli quantità di cemento, tecnica da tutti esecrata sulla carta e riscosse gli applausi dell’intera platea. I colleghi greci dichiararono candidamente di aver montato più di milleottocento tonnellate di marmo nuovo su Partenone, Eretteo e Propilei riscuotendo un altro caloroso e plebiscitario applauso. E stiamo parlando di monumenti che sono il simbolo stesso della civiltà dell’occidente. Nel frattempo, nell’ambito del progetto, un’equipe guidata dal professor Mario Luni dell’Università di Urbino, con alle spalle un’esperienza trentennale di scavo e di restauro (anche d’anastilosi) a Cirene e sulla base di una convenzione con la Direzione del Parco, aveva ottenuto la pulizia completa del tempio in gran parte infestato dalla vegetazione spontanea, compiuto un completo rilievo di tutti i rocchi di tutte le colonne, di ogni frammento di architrave e di cornice, di ogni capitello o frammento di esso, una serie di sondaggi assolutamente indolori sulle fondazioni per accertarne lo stato, e infine realizzato un modello in scala del santuario composto di seimila pezzi fatti a mano che rappresentava il tempio nelle sue più probabili forme e caratteristiche architettoniche e NON l’aspetto che avrebbe avuto dopo l’anastilosi (!) come ebbe a scrivere una sprovveduta signora sulle pagine nazionali di “Repubblica”. Tutto questo a sponsorizzazione privata e aspesa zero per l’amministrazione provinciale che comunque si accollò le spese del convegno.

ROSI LESTO. Vorrei vederlo ricostruito

GIANPIERO ROMANO. Io sono contrario. Non vedo l’utilità di un’operazione del genere, che comunque creerebbe un falso. Oggi poi le nuove tecnologie offrono tante possibilità di ricostruzione multimediale, si punti piuttosto su quello.

VMM. Capisco solo in parte la posizione di Gianpiero Romano. Sostanzialmente gli elementi su cui si basa il suo parere negativo sono due: 1) L’operazione è inutile; 2) l’operazione creerebbe un falso. Per quanto riguarda l’inutilità del progetto mi rifaccio a quanto già detto: la ricaduta scientifica è inestimabile e, fino a prova contraria, lo scopo principale dell’archeologia è la conoscenza e non la contemplazione romantica del rudere. Si andrebbe ad aprire un crollo quasi del tutto inesplorato. Il sondaggio del Cavallari a fine Ottocento nell’area della cella portò alla luce il cosiddetto “gigante” (ora al Museo archeologico di Palermo), una scultura arcaica che è stata da alcuni interpretata come il torso di uno dei Giganti abbattuti da Zeus nella Gigantomachia, un mito cosmologico più volte rappresentato in cicli scultorei in vari santuari del Mediterraneo greco (si pensi a quello del tempio di Athena Aphaia a Egina o a quello del tesoro dei Sifni a Delfi). Fu scoperta inoltre un’iscrizione in greco che dichiarava la presenza all’interno del santuario di un tesoro di sessanta talenti d’oro. Oltre a ciò un risultato ancora più importante, ossia la possibile identificazione di varie fasi costruttive, di cambiamenti stilistici in corso d’opera, di finiture, di arredo scultoreo o pittorico e delle caratteristiche architettoniche dell’interno. Per non parlare del restauro: così com’è la rovina che tanto affascina i puristi è in stato di grave sofferenza e minacciata di disgregazione in tempi non lunghissimi, destinata a divenire macerie a detta di insigni specialisti addirittura in tempi piuttosto brevi. I rocchi di calcarenite lamellare, se lasciati in posizione orizzontale verranno sfaldati e smembrati dalle precipitazioni meteoriche. Una ipotizzata copertura di quelle proporzioni ucciderebbe poi qualunque estetica della rovina che per molti è il principale motivo per lasciare le cose come stanno. Quanto al falso: praticamente tutta l’archeologia visibile è ricostruita, incluso il tempio G, che presenta il restauro del “fuso della vecchia” e, sempre nell’area selinuntina quello del santuario della Malophoros, le mura ecc. La stragrande maggioranza degli archeologi erano dunque dei falsari? Ma se questo è il metro allora tutta l’archeologia è fabbrica del falso: le tombe vengono (sia pur scientificamente) saccheggiate, i reperti e i corredi vengono strappati al loro contesto per essere esposti nel musei: situazioni completamente false e distorte che tradiscono completamente il significato semantico per cui le opere erano state poste dove furono trovate. E le navi con i loro carichi sul fondo del mare? Stessa cosa. Ma questo non vale solo per l’antichità, vale per tutti i tempi. Il campanile di San Marco non è forse un falso? Non sarebbe stato più onesto un bel cumulo di macerie e calcinacci in Piazza San Marco? E gli affreschi di Giotto ad Assisi perché non sono stati lasciati in un mucchio di terremotati frammenti? Tutte le chiese romaniche dell’Appennino tosco-emiliano sono frutto di (spesso arbitrarie) ricostruzioni. Lo stesso scavo archeologico stratigrafico produce un falso clamoroso mettendo in luce strutture che mai si sono viste tutte assieme in nessuna epoca. Si dirà: ottima ragione per farla finita. Sbagliato. Il monumento antico non appartiene a un ristretto gruppo di specialisti, appartiene a tutti. Come mai non esiste quasi immagine di Selinunte che non rappresenti o il colonnato del tempio C (ricostruito, anni ‘20) o il tempio E (ricostruito, anni 56-59)? Perché è così che la stragrande maggioranza delle persone la percepisce. Nessuno vuole fare una Disneyland e chi lo dice mente sapendo di mentire. Vada a Cinecittà e vedrà la differenza.

PAOLO CAMPIDORI. Io credo che la ricostruzione del tempio sarebbe un’operazione culturale della massima portata. Una volta non sarebbe stato possibile, ma oggi lo è. Una cosa analoga io l’avevo suggerita per il tempio di Fiesole, chissà…

MARIELLA SCIORTINO. Io vorrei rimanesse così, magari sarebbe bello vederlo ricostruito in un video…

VMM. Già fatto. Ma non è la stessa cosa. A parte la necessità urgente e non trascurabile di restauro, nessuna ricostruzione virtuale sostituirà per un essere umano l’effetto di avvicinarsi a una colonna alta sedici metri, pesante quattrocento tonnellate sormontata da un capitello di sedici metri quadri per trenta tonnellate. Certo, lo sfruttamento turistico non può essere la ragione principale di un restauro di questo genere ma non può essere nemmeno ignorato. Di che cosa vivrebbero gli egiziani di oggi se non potessero mostrare al mondo le meraviglie create dagli egiziani antichi?
E i Greci?

FABRIZIO GIUSSANI. Anastilosi, anastilosi…

EFTICHIA SPERANDEO. Io sarei per il lasciarlo così; le rovine hanno il loro fascino, la loro importanza storica e rendono testimonianza alla civiltà passate anche in questo modo… Ammetto i progressi tecnologici, l’idea irrealizzabile, ma il ricostruirlo com’era mi sa di spettacolarizzazione dell’archeologia e basta… meglio rimanga così a ulteriore testimonianza di un terremoto.

VMM. Lasciarlo così ha degli inconvenienti mortali come ho spiegato sopra e chi è per l’immobilità totale si prende una grossa responsabilità, ricostruirlo com’era è impossibile e nessuno mai lo vorrebbe. Quanto alla spettacolarizzazioni: tutte le grandi opere architettoniche sono nate per dare spettacolo. C’è forse qualcosa di male nella spettacolare grandiosità di Piazza San Pietro o della Piazza dei Miracoli di Pisa o nel complesso dell’Acropoli di Atene? Quanto alle testimonianze di terremoti ne abbiamo a migliaia. Inoltre come ho detto sopra tutta l’archeologia è spettacolarizzata. O vogliamo che un monumento antico sia comprensibile solo a pochi specialisti? E nemmeno a quelli poi, visto che il crollo del Tempio G non è mai stato esplorato se non per due sondaggi di Cavallari a fine Ottocento. Infine io avrei preferito vedere lo scandalo e le proteste alla vista delle gravissime condizioni di degrado in cui versa il santuario. Non ho visto né l’uno né le altre. Ora la Regione ha stanziato otto milioni per i restauri più urgenti (a parte il tempio G), si è aperto un dibattito, si è liberato il crollo dal suo mantello di infestanti, fatto un rilievo come mai prima, si è costruito un modello altamente verosimile. Non un parola su tutto questo.

FILIPPO SCAPINI. In Turchia ci sono pregevoli esempi di anastilosi: si pensi alla biblioteca di Celso a Efeso… Tutti si resta incantati a vedere il monumento ricostruito. Basta che l’anastilosi sia effettuata in modo rispettoso e archeologicamente/architettonicamente corretto. E non puo’ che portare vantaggio.

ROBERTA SCHENAL. Il progetto di anastilosi del tempio G di Selinunte a mio parere sarebbe una costosa e scandalosa operazione di marketing culturale, se divenisse realtà. Il tempo ci ha lasciato in eredità una distesa di elementi architettonici rovinosamente crollati a causa un terremoto, e questo paesaggio ruderale è di per sé un monumento, e in quella forma è stato visto da tutta la cultura europea, che ne ha fruito in modo romantico nel vero senso della parola. La pensano così Carandini, Settis, La Regina… A distanza ravvicinata c’è il tempio E, che offre al visitatore un’idea della monumentalità templare… Per il G una suggestiva ricostruzione virtuale basta e avanza. E i finanzialmenti utilizzati in qualcosa di più utile.

VMM Ancora una volta si parla di anastilosi in senso totalitario, notizia del tutto inventata perché mai è stato annunciato da me, né dalla Direzione del parco, né dalla Soprintendenza, né dai miei colleghi un simile progetto e quando ho diffuso un comunicato stampa nessuno si è preso il disturbo di leggerlo, nemmeno gli illustri studiosi sopra citati. Cosa strana, visto che ero una fonte di prima mano e una delle cinque o sei completamente informate. Veniamo ora allo scandalo, al marketing culturale, e al costo: ciò che è stato fatto finora ha prodotto risultati notevolissimi di prossima pubblicazione (informarsi per credere!), è stato fatto nella massima discrezione (dov’è lo scandaloso marketing culturale?) e non è costato un euro di denaro pubblico (quale costo?). Il resto, allo stato attuale della cose, sono chiacchiere. E nemmeno divertenti. Interventi di parziale anastilosi potrebbero rivelarsi non solo utili ma opportuni, ma di questo si potrà discutere a tempo debito. Quanto al Tempio E citato dalla signora come utile oggetto per mostrare al visitatore la monumentalità di un tempio greco è frutto di anastilosi; il progetto, oggi molto criticato fu firmato dai più illustri studiosi dell’epoca. Il suo parere, in parte limitata rispettabile, resta comunque un parere e come tale va tenuto presente. L’anastilosi è oggi praticata in tutto il Mediterraneo, in certi paesi (Libia, per esempio) è praticamente obbligatoria ove possibile. Alcuni dei più acerrimi avversari dell’anastilosi l’hanno personalmente praticata anche in maniera cospicua.

ALESSIO CINTI. Al di là della portata dell’operazione dal punto di vista culturale (tutta ancora da verificare), c’è il rapporto costi-benefici, problema che nessuno, mi sembra, abbia mai affrontato.

R. VMM. Non è così. La cosa è stata presa in adeguata considerazione. Non è per caso che fino a ora si è ricorso a sponsorizzazione privata.

MANUELA LUPO. Anche io non sono d’accordo perchè sarebbe un falso. Se fosse ricostruito verrebbe alterato il suo percorso storico.

VMM. Questo è solo un punto di vista basato su considerazioni molto astratte e teoriche. Tutta, ma proprio tutta l’archeologia come ho già detto sopra è fabbrica di falsi e altera sempre il percorso storico di tutto ciò che tocca. Anche il restauro altera il regolare percorso storico per cui un oggetto costruito da mano umana dovrebbe decadere lentamente, andare in pezzi e poi in briciole e sparire.

MARIA GRAZIA NINI. L’anastilosi si usava negli anni ’60, ora è una tecnica superata, costosissima e rischiosa.

VMM. Non è vero. Sono in corso opere di anastilosi o sono state completate di recente in Turchia, Cipro, Siria, Libia, Egitto, Grecia, Spagna, Cina, India, Indonesia, Eritrea, Cambogia e altri paesi.

STEFANO ZANGARA. Anastilosi o non anastilosi? Sono d’accordo con chi dice che il progetto di anastilosi del tempio G potrebbe diventare una costosa operazione di marketing culturale. Però, da architetto, penso che la ricostruzione del complesso in una realtà, come l’area archeologica di Selinunte, paesaggio ruderale è di per sé un monumento, potrebbe diventare un ulteriore elemento trainante. Pertanto per non disturbare la fruizione culturale più romantica a cui siamo tutti abituati, forse sarebbe più indicata una ricostruzione virtuale con supporti video-ricostruttivi 3D e ologrammi diurni e notturni che potrebbero dare un volto diverso al reale paesaggio dell’area archeologica.

R. VMM. Parere equilibrato che merita in ogni caso attenzione. Comunque l’idea di marketing culturale mi dà fastidio. Mi sembra una contraddizione in termini. Un complesso monumentale antico merita di essere conosciuto e visitato. Il marketing si fa con le automobili e con i deodoranti. E poi che cosa c’è di marketing in tutto quello che abbiamo fatto? Sia io che il mio collega abbiamo lavorato gratuitamente.

PANDOLFO PANDOLFI. Il terremoto ha creato il caos di pietre dove il “fuso della vecchia” è l’elemento che si vede anche da grande distanza, tanto da avere la sua precisa denominazione. Certo meglio la ricostruzione in 3D e destinare le risorse economiche a viabilità per i pedoni, segnaletiche… e tante altre cose che si potrebbero fare.

VMM. A questo mi sembra di avere già risposto.

 

Valerio Massimo Manfredi per Archeologia Viva, 13 dicembre 2013