Grotta del Cavallo. Fra Neanderthal e Homo sapiens Ricerche in Salento

Archeologia Viva n. 175 – gennaio/febbraio 2016
pp. 16-27

di Lucia Sarti e Fabio Martini;
contributi di Andrea Arrighetti e Francesca Romagnoli

La ripresa delle indagini in questo antro della provincia di Lecce consente di mettere a fuoco uno dei passaggi più importanti dell’intera preistoria europea quando fra Paleolitico medio e superiore l’intero continente passò dalla presenza incontrastata dei Neandertaliani alla supremazia dell’Uomo anatomicamente moderno
A gli inizi degli scorsi anni Sessanta, il paletnologo Arturo Palma di Cesnola, allora collaboratore di Paolo Graziosi all’Università di Firenze, aveva avviato una serie di indagini nel territorio di Nardò, in provincia di Lecce, dove erano segnalate diverse grotte costiere. In particolare le sue indagini si concentrarono nella Baia di Uluzzo, lungo la costa neretina, a nord di Gallipoli, uno dei tratti più affascinanti di tutto il Salento, dove tre grotte si aprono lungo la scogliera: Grotta del Cavallo (o Uluzzo A), Grotta di Uluzzo (o Uluzzo B) e Grotta Cosma (Uluzzo C). Nel 1961 lo stesso Palma di Cesnola iniziò a Grotta del Cavallo un sondaggio, durato alcuni anni, che portò all’acquisizione di tre fondamentali contesti paleolitici in un deposito archeologico di circa 8 metri di spessore. Su una spiaggia marina fossile risalente a circa 150 mila anni fa si impostava una sequenza stratigrafica del Musteriano, il complesso culturale dell’Uomo di Neanderthal, destinata a diventare il punto di riferimento per il Paleolitico medio (150-40 mila anni fa) della Puglia.

La seconda unità crono-culturale era rappresentata dall’Uluzziano, una facies nuova per quei tempi, scoperta per la prima volta proprio a Grotta del Cavallo, che Cesnola denominò appunto sulla base del toponimo della Baia di Uluzzo. Al di sopra della facies uluzziana, dopo un consistente iato cronologico, la sequenza proseguiva con livelli tardopleistocenici del Paleolitico superiore finale di facies epigravettiana, forse prolungata anche nel successivo primo Olocene con un locale aspetto mesolitico. Quest’ultimo contesto, databile tra 12 mila e 9 mila anni fa circa, veniva ricollegato alla facies salentina detta Romanelliano, dal toponimo di Grotta Romanelli in terra d’Otranto, già nota per alcune sue peculiarità nello strumentario litico.

Al sondaggio di Cesnola non seguì la programmata campagna di scavo in estensione nelle tre unità crono-culturali individuate, in quanto alla fine degli stessi anni Sessanta lo studioso fu inviato a Marina di Camerota, nel Cilento, dove diede avvio a ricerche che hanno coinvolto negli anni successivi colleghi dell’Università di Firenze e poi, più continuativamente, l’équipe di archeologia preistorica formatasi con Cesnola stesso. Questa deviazione imprevista, rispetto alla programmazione delle missioni, portò a una temporanea sospensione degli scavi a Grotta del Cavallo, che, priva di un’adeguata chiusura, divenne per alcuni anni un “campo scuola” per scavatori abusivi e ricercatori dilettanti.

Solo nel 1976 fu possibile riavviare scavi regolari, intrapresi dopo alcuni anni di impegnativi lavori di rimozione del terreno rimaneggiato a seguito degli sterri clandestini. Una grande porzione del deposito archeologico era stata irrimediabilmente danneggiata, soprattutto quella dei più recenti – e quindi più superficiali – livelli uluzziani ed epigravettiani; ma per fortuna la grotta conservava ancora zone sufficientemente estese per nuove indagini, che Cesnola affidò ai suoi collaboratori Lucia Sarti (per la facies più antica, il Musteriano), Paolo Gambassini (Uluzziano), Fabio Martini (Epigravettiano). Ad oggi, dopo quarant’anni di ininterrotte missioni che la Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia ha affidato a Lucia Sarti, sono state concluse le ricerche nel deposito neandertaliano del Musteriano e stanno per chiudersi quelle nei livelli del Paleolitico superiore finale. […]