A Vetulonia il “pegno” di Eugenio Montale

Montale a Vetulonia

3 luglio 2017


«Sul domenicale de “Il Sole 24 ore” del 22 aprile 2012, Vincenzo Campo firma un pezzo in cui si parla degli oggetti finiti per una ragione o per l’altra sulla scrivania di scrittori. Sfilano la testa in gesso di Eleonora Duse in casa di Gabriele D’Annunzio, il pezzo di filo spinato conservato da Primo Levi… Campo conclude che ‘la sola Irma Brandeis non ha l’amuleto più volte promesso (da Eugenio Montale)’.

A un lustro di distanza, si può dire che la parola è stata, mandando a Irma qualcosa di più di un amuleto: «”il pegno”… after all». Con queste parole Marco Sonzogni conclude il suo saggio dedicato a Il Guindolo del tempo. Montale, Clizia e il pegno, ennesimo omaggio tributato dallo scrittore e poeta italiano al grande Maestro e alla sua Musa americana, di origine ebraica, Irma Brandeis, che a lungo ispirò, sotto lo pseudonimo di Clizia, una delle ninfe prese in prestito dalla mitologia greca, la sua produzione poetica.

Ed è Vetulonia, già eletta – con la sua piazza e il suo Museo – a scenario ideale e reale di questa “prima” italiana di presentazione di un libro che ruota intorno al singolare pegno d’amore tra il Poeta e la sua Musa, a divenire oggi custode di questo oggetto-simbolo, rappresentato niente meno che da un “amuleto etrusco”: un pendaglio etrusco in bronzo con funzione di nettaunghie che riproduce l’immagine di una figurina femminile nuda, una sorta di piccola Venere o dèa della fertilità, della riproduzione e della vita che Montale acquistò a Firenze per farne dono alla sua amata. Marco Sonzogni, in occasione della presentazione del suo libro, ha donato il reperto al Museo civico archeologico “Isodoro Falchi” di Vetulonia, dove ora fa bella mostra di sé come testimone della civiltà a cui appartiene e dei sentimenti di una grande poeta.


Il reperto etrusco donato da Montale alla Brandeis e ora al Museo di Vetulonia.
Nella foto di apertura: Irma Brandeis ed Eugenio Montale nel 1933.


Il ciondolo etrusco pegno d’amore di Eugenio a Clizia
(da “Il Tirreno” 1 luglio 2017)

Quando Eugenio Montale viene nominato direttore del Gabinetto Vieusseux di Firenze, nel 1929, ha trentatrè anni ed è già – per sua stessa ammissione – un uomo stanco e sfiduciato. È ligure, ha un diploma in ragioneria, non ha potuto fare studi universitari, ed è reduce di guerra. Gli studi universitari li ha fatti ascoltando i racconti che la sorella gli fa da giovane matricola. Eppure ha pubblicato solo quattro anni prima un volume di poesia (‘Ossi di Seppia’) che mostra con grande musicalità un codice nuovo, un nuovo sentire, inatteso. E che ha fatto sensazione, in Italia e fuori. E’ certo a quel libro che deve la prestigiosa nomina.

Montale dice di essere un uomo di poca fantasia, a cui la scrittura costa gran tempo e fatica. Gli esiti, invece, sembrano così spontanei, naturali. E la vita, da parte sua, eserciterà ben presto su di lui molta dell’impensabile fantasia dell’esistenza.

Nell’estate del 1933, infatti, si presenta al Vieusseux, chiedendo del Direttore, una giovane, affascinante ricercatrice americana. La giovane studia Dante. Ha letto ‘Ossi di seppia’, li considera una delle raccolte poetiche più importanti dell’epoca, e vuole assolutamente conoscere ed intervistare l’autore. Si chiama Irma Brandeis, è di New York, di origine ebraica. Ed è già innamorata del poeta.

Per Montale la visita è un fulmine a ciel sereno. Non è abituato ad essere al centro dell’attenzione. Vive ‘al 5 per cento’ e chiede che non si aumenti la dose. Per carità.

Montale infatti, fino all’arrivo di Irma, è un impiegato non solo del Vieusseux, ma anche dell’esistenza. Ha già da anni un legame d’affetto con Drusilla Tanzi, la ‘Mosca’ cantata in molte poesie, legame che vive con gli orari di un ufficio. La Brandeis arriva d’improvviso a sconvolgere tutte le carte.

Il poeta e la ragazza americana faranno alcuni viaggi insieme, in Italia. Lei gli propone di trasferirsi negli Stati Uniti. Lui, per un po’, si balocca con l’idea, e fantastica di un ‘nuovo inizio’. Se lo merita? Le promette come pegno d’amore un ‘amuleto etrusco’. Amuleto di cui finora i montaliani d’ogni paese avevano soltanto immaginato l’esistenza. Non si era mai trovata, infatti, la prova certa che Montale avesse mai acquistato ed inviato negli USA questo pegno d’amore antico per Irma. Ma adesso questa prova è stata finalmente trovata, in modo alquanto avventuroso. E, con la prova, anche l’oggetto antico.

Ma torniamo ai fatti. Drusilla, appena viene a conoscenza dell’amore di Montale per la Brandeis, minaccia il suicidio, e lo tenta realmente – secondo Montale – almeno due volte. Sarebbe stato proprio il poeta a salvarla. E anche la Storia ci mette del suo. Hitler non nasconde le sue intenzioni di guerra; Mussolini è con lui e per Irma è sempre più difficile tornare in Europa. L’alalà degli scherani è sempre più forte. Montale ha firmato il Manifesto di Croce degli intellettuali antifascisti, e perde l’incarico al Vieusseux. La sarabanda si fa infernale. Nel 1939, a modo suo, sceglie: la sua vita è con la ‘Mosca’.

Continua a pensare alla Brandeis, che adesso abita i versi del poeta con il nome di Clizia. Proprio nel 1939, infatti, Montale licenzia ‘Le Occasioni’: versi che vedono, in gran parte, la presenza di Clizia. Dopo la morte di Montale uscirà il carteggio tra i due, coinvolgente. Ma ancora molte cose resteranno nell’ombra. Si deve oggi al talento e alle capacità di un giovane italianista e poeta, Marco Sonzogni, dell’Università di Wellington (Nuova Zelanda), se uno dei più interessanti misteri montaliani è stato finalmente chiarito. ll poeta ligure infatti aveva promesso a Clizia un dono etrusco, e più di una volta accenna alle sue difficoltà per acquistarlo. Al punto che molti studiosi avevano considerato la questione come semplicemente letteraria.


Qui sopra: Marco Sonzogni insieme a Simona Rafanelli durante la presentazione del libro a Vetulonia.

Sonzogni, invece, ha potuto studiare nuove carte della Brandeis, che analizza in un volume appena uscito dal titolo ‘Il Guindolo del Tempo’ (Archinto Editore). Durante questa sua appassionante ricerca, Sonzogni ha anche potuto ritrovare un astuccio dentro il quale era riposto il piccolo ciondolo etrusco inviato da Montale ad Irma. All’interno era anche conservato un minuscolo bigliettino in cui la Brandeis aveva indicato, con la sua calligrafia, in inglese, il pegno etrusco come inviato da ‘E.M. a I. B.’. Un volume felice, quello di Sonzogni, un riuscito misto di saggio e narrazione che rende dunque conto di questo inaspettato e prezioso ritrovamento.

Il piccolo oggetto è stato sottoposto all’analisi della Direttrice del Museo Etrusco I. Falchi di Vetulonia, Simona Rafanelli, per l’identificazione. Il Museo – che accoglie adesso una straordinaria mostra sulla vita quotidiana a Pompei – ha anche ospitato la presentazione dello studio di Sonzogni. Durante l’incontro, l’oggetto montaliano è stato donato al Museo. E dunque, d’ora in poi, amanti e studiosi di Montale che vorranno ammirarare il pegno d’affetto fra i due, avranno questo piccolo ed importante museo come tappa obbligata della loro ricerca.
Stefano Adami