Santa Croce in Gerusalemme: restauri e scoperte

11 luglio 2017


L’area archeologica di Santa Croce in Gerusalemme si arricchisce con le nuove scoperte nelle Domus costantiniane, presentate al pubblico restaurate con le aperture speciali che dall’8 luglio si protrarranno fino al 1° settembre.
Carica di una storia plurimillenaria, Santa Croce in Gerusalemme riserva una scoperta grazie alla nuova indagine archeologica realizzata dalla Soprintendenza Speciale di Roma: si tratta di tre ambienti finora sconosciuti della Domus dei ritratti, che chiariscono la struttura e le funzioni di questa residenza dei dignitari della corte di Elena, madre dell’imperatore Costantino.
La zona della Domus dei ritratti e della Domus della fontana è stata anche interamente restaurata, dando risalto alle murature e ai pavimenti, con i loro preziosi mosaici del IV secolo. La pulitura degli ambienti e le nuove scoperte hanno anche reso più leggibile ai visitatori il complesso residenziale con le sue divisioni e funzioni.

Programma aperture speciali e visite notturne


Lo scavo e le scoperte
La nuova indagine archeologica nell’area di Santa Croce in Gerusalemme ha portato alla luce inediti ambienti delle domus di età costantiniana costruite a ridosso delle mura Aureliane, chiarendo la struttura e le funzioni di queste abitazioni.
Si tratta di due residenze facenti parte di un più ampio quartiere per i dignitari, costruito agli inizi del IV sec. d.C., quando nella zona si insediò il Sessorium, cioè la corte di Elena, madre dell’imperatore Costantino. La prima domus è detta dei ritratti per i busti dei proprietari che ornano il pavimento a mosaico di due triclini, l’altra invece è detta della fontana, per la presenza appunto di una fontana semicircolare rivestita da lastrine di marmo bianco che ne arricchisce il cortile. Entrambe furono rase al suolo durante i lavori di innalzamento delle mura Aureliane realizzati all’inizio del V secolo da Onorio, il primo imperatore romano d’Occidente.


Domus dei ritratti prima del restauro

Dalla metà del XIX secolo, l’area di Santa Croce in Gerusalemme è stata per lungo tempo adibita quasi esclusivamente a uso militare, con una vasta piazza d’armi centrale, attorno alla quale erano disposti numerosi fabbricati. Nell’ambito dei lavori di restauro e ristrutturazione di uno di questi edifici, raro esempio di struttura prefabbricata in cemento armato degli inizi del Novecento, nel settembre 2016 è stato rinvenuto un pavimento in mosaico.


Mosaico della Domus dei ritratti


Mosaico della Domus dei ritratti prima e dopo restauro

La scoperta è apparsa subito in evidente collegamento con le due domus adiacenti ed è stata l’occasione per un intervento più ampio, uno scavo stratigrafico svolto nel maggio 2017, che ha portato alla luce tre ambienti, tutti pertinenti alla Domus dei ritratti di cui si è chiarita la planimetria.

Il primo ambiente si è dimostrato essere un atrio, scoperto o parzialmente scoperto, con affreschi sulle pareti. Da questo, attraverso una soglia che conserva le impronte dei cardini di una porta, si accedeva a un corridoio con pavimento a mosaico bianco a tessere larghe.
La funzione del corridoio, anche questo rinvenuto nel recente scavo, era di snodo verso i diversi settori della Domus tra cui la terza stanza scoperta: un ambiente di servizio delimitato da muri in tufelli e laterizi, con una vasca in cocciopesto collegata a una canaletta di deflusso e un piano adibito a bancale e, probabilmente, alla cottura. In seguito il bancale fu sostituito da un semplice focolare, acceso direttamente sul piano del pavimento dove erano stati posizionati grossolanamente un frammento di soglia in travertino e laterizi frammentari. L’ipotesi al vaglio è che si trattasse di una cucina o di un laboratorio per lavorazioni semplici.


La Domus della fontana

Con questa indagine archeologica la conoscenza della Domus dei ritratti si è arricchita e precisata: finora si ipotizzava che l’entrata fosse sul lato opposto rispetto al vero atrio di questa residenza. Il corridoio, con la sua funzione di snodo chiarisce la articolazione in ambienti di servizio, come il terzo vano ritrovato, e di rappresentanza, cioè i due triclini con i mosaici pavimentali figurati a cui si accedeva attraverso un cortile. Tra i molti ritrovamenti, si evidenziano frammenti di marmi colorati e di affreschi parietali, indizio di come la domus fosse in vario modo decorata.

Infine nella prima parte dello scavo, dalla parte opposta della Domus dei ritratti, è stato scoperto il passaggio a una terza residenza, come testimoniano anche i lacerti di intonaco dipinto rinvenuti sulle pareti e subito distaccati per il restauro. Purtroppo, una vasta fossa moderna ha distrutto quasi totalmente le testimonianze antiche, lasciando solo le strutture che si allineavano sull’asse nord-ovest, cioè lungo il fronte costituito dall’acquedotto.



Nelle due foto sopra: due immagini del restaturo


Lo scavo dei nuovi ambienti


Le origini
Destinata fin dal IX secolo a.C. a una funzione prevalentemente funeraria, l’area oggi denominata di Santa Croce in Gerusalemme durante la storia della Roma antica ha avuto diverse funzioni e un importante sviluppo urbanistico.
A partire dal V secolo a.C., la zona divenne un essenziale snodo di comunicazione grazie alla presenza di tre grandi strade, Labicana, Prenestina e Celimontana. Inoltre, essendo uno dei punti più alti della città, nei secoli vi confluirono ben otto acquedotti, tra cui quello Claudio, la più antica testimonianza monumentale del comprensorio (52 d.C.) ancor oggi visibile.
Tra il 42 e il 38 a.C., nell’ambito di un generale riassetto urbanistico dell’Esquilino, Mecenate trasformò l’area in un quartiere residenziale, con grandi villae e domus private immerse in vasti giardini (horti). In particolare, la zona vicina a Porta Maggiore divenne in seguito proprietà della famiglia dei Varii, imparentati con la dinastia dei Severi (horti Variani).



Alcuni dei reperti rinvenuti


Residenze imperiali
Dagli inizi del III secolo d.C., con l’elezione a imperatore di Sesto Vario Avito Bassiano, detto Elagabalo (218-222 d.C.), gli horti Variani entrarono a far parte del demanio imperiale. Elagabalo modificò la villa dei Varii trasformandola in una sua nuova residenza, strutturata in nuclei monumentali che facevano perno su un atrio (corrispondente all’attuale basilica di Santa Croce) e
connessi tra loro da corridoi articolati all’interno di un vasto parco.
Della villa facevano parte l’anfiteatro Castrense e il circo Variano, strutture utilizzate per giochi e corse di carri a uso esclusivo della corte imperiale, mentre le terme Eleniane, edificate da Alessandro Severo (222-235 d.C.), erano probabilmente destinate alla fruizione pubblica.

La dimora imperiale venne ridimensionata dalla costruzione delle mura Aureliane (271-275 d.C.), che sacrificarono il circo e inglobarono l’anfiteatro e la parte residenziale. Con Costantino (306-337 d.C.) la villa conobbe la sua ultima fase di splendore: fu trasformata in un complesso polifunzionale, noto come palazzo Sessoriano (che significa luogo di soggiorno imperiale). Protetto
su tre lati dalle mura, il complesso era diviso in una parte pubblica (dove spicca la basilica civile nota come tempio di Venere e Cupido), una destinata agli alloggi della corte (le domus lungo le mura) e infine un settore privato riservato alla famiglia dell’imperatore.


Le mura Aureliane (nelle due foto sopra)


La chiesa
Per volere della madre di Costantino, l’imperatrice Elena, l’antico atrio della villa severiana fu adattato a cappella Palatina dedicata al culto della croce di Cristo, ancora oggi praticato nella Basilica. Il nuovo palazzo doveva essere un vasto complesso polifunzionale esteso su una superficie di circa 122.500 mq, una sorta di enclave incastonata nell’angolo sud-orientale delle mura Aureliane.
Negli anni successivi, mentre il centro della vita politica e imperiale si era ormai trasferito a Costantinopoli, la zona di Santa Croce ebbe una sorte simile a quella di altre parti della città, venendo progressivamente abbandonata e destinata a colture. Mentre il palazzo e gli edifici pubblici e privati andarono lentamente in rovina, la chiesa continuò a esistere, diventando meta di pellegrinaggi e importante centro vitale, intorno al quale si sviluppò una fiorente comunità religiosa.

Francesco Prosperetti soprintendente
Anna De Santis responsabile scientifico dello scavo
Giovanna Bandini responsabile del restauro

In collaborazione con:
Laura Bottiglieri archeologa
Rita Ciardi restauratrice (Officina consorzio)