Domus de Janas. Dal mito alla realtà archeologica Sardegna prenuragica

Archeologia Viva n. 187 – gennaio/febbraio 2018
pp. 60-70

di Cinzia Loi;
schede di Paolo Melis, Cinzia Loi, Liliana Spanedda, Marcos Fernández Ruiz, Marcello Seddaiu e Davide Tomassi;
foto di Marcello Puddu e Alma Lombardi

Molti secoli prima che la Sardegna si coprisse di torri nuragiche si diffuse in tutta l’isola una particolare tipologia di tombe capaci per la loro forma di provocare la fantasia popolare: le misteriose grotticelle divennero “case delle fate” in una interpretazione dopotutto rassicurante della loro presenza sul territorio

Oggi ne sopravvivono a migliaia e costituiscono un patrimonio monumentale prezioso per la più antica memoria mediterranea

In Sardegna vivevano un tempo le Janas, benefiche figure femminili sempre intente a tessere splendidi tessuti d’oro. Talvolta uscivano dalle loro case scavate nella pietra, le “domus de janas”, e si lasciavano vedere; amavano ballare, potevano anche sedurre gli uomini ma non esserne sedotte. Erano così minute da riuscire ad attraversare, in piedi e con le brocche in testa, le piccole aperture che introducevano nelle loro abitazioni.

Ma l’affascinante interpretazione d’uso delle domus de janas, tramandata dalla leggenda e rafforzata dalla presenza al loro interno di svariati motivi decorativi di tipo architettonico (riproduzioni di soffitti, pilastri, letti ecc.), è stata smentita dall’archeologia che ha dimostrato come in realtà si tratti di tombe collettive scavate nella roccia con strumenti di pietra.

Numerosi di questi “picchi da scavo”, i cui segni sono ancora evidenti in diversi ipogei, sono stati rinvenuti durante le indagini archeologiche.

Fra le tombe ipogee più antiche del Mediterraneo

Le domus de janas risalgono al Neolitico recente e sono ascrivibili alla Cultura di Ozieri: siamo nel IV millennio a.C., ancora lontani dall’età Nuragica con le sue caratteristiche torri (che cominceranno a svilupparsi molto dopo, a partire dal 1800 a.C., nel Bronzo medio).

Si tratta di una tipologia tombale risultato di una elaborazione delle sepolture a grotticella artificiale presenti nella precedente Cultura Bonu Ighinu (fase intermedia del Neolitico sardo).

La loro escavazione è proseguita fino all’età del Rame (3600-2200 a.C.) e comunque con un riutilizzo che talvolta è arrivato addirittura al Medioevo. Sono tante (se ne contano circa tremilacinquecento) e diffuse in quasi tutta l’isola, in particolare nel settore nord-occidentale. […]