La sirena: soltanto un mito?… In mostra medicina, mito, religione e scienza

14 giugno 2018


È noto come la religiosità degli Etruschi e delle popolazioni vicine si sia espressa anche attraverso l’offerta della riproduzione di parti del corpo umano, che venivano dedicate alla divinità per ottenere protezione e guarigione.

Il fenomeno delle offerte degli ex-voto anatomici si manifesta a partire dal IV-III secolo a.C. con una frequenza e un’intensità che variano di santuario in santuario; interpretare il significato che il devoto attribuiva al dono è operazione non semplice, che si deve avvalere di una serie di parametri legati al contesto e alla possibilità di “leggere” nel dettaglio oggetti spesso frammentari o rappresentati in maniera schematica. È un settore nel quale l’archeologia deve necessariamente avvalersi di conoscenze specifiche non solo nel campo della medicina, ma anche in quello della storia della medicina.

Ecco dunque la mostra “La sirena: soltanto un mito? Nuovi spunti per una storia della medicina fra mito, religione e scienza”, ospitata fino al 30 settembre 2018 il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il cui focus è un raro e singolare tipo di ex-voto, frutto di scavi ottocenteschi condotti a Veio ed esposto dal 2012 nella sala 39 dello stesso Museo.


Ex voto a forma di utero.

Generalmente interpretato come una rappresentazione schematica della parte inferiore del corpo umano, in coerenza con quella semplificazione dei processi produttivi a cui si assiste nel corso dei secoli III-II a.C., questo particolarissimo votivo anatomico sembra evocare suggestivamente un corpo affetto da una rarissima malformazione congenita, la sirenomelia.

Questa gravissima patologia determina lo sviluppo di un singolo arto, simile a una coda di pesce, mentre il feto è nel grembo della madre e dunque è immediatamente evidente alla nascita.


Sindrome sirenomelica in una tavola anatomica del 1829.

Il rapporto fra i pochi ex-voto di questo tipo sin qui noti e la tipologia del culto praticato nel santuario dove sono stati offerti (forse dedicato a una divinità della sfera matronale) può contribuire a chiarire se la nuova interpretazione ha un suo fondamento.

Intorno a questa singolare storia di religione e di scienza ruotano racconti e immagini che ci fanno comprendere come nel mondo antico patologie quali il nanismo e l’epilessia, solo per citarne alcune, fossero ritenute “straordinarie”.


Alcuni degli ex-voto in mostra.

Nel mondo etrusco si hanno varie manifestazioni del sacro collegate all’evidenza di anomalie o di comportamenti divergenti dalla norma in bambini ritenuti “prodigiosi”.

Nella letteratura latina ricorrono frequentemente termini quali monstrum, prodigium, confrontabili con il greco teras, che esprimono concetti legati a eventi “soprannaturali”, considerati come segni divini e a volte presagi funesti.

Anche in etrusco esistevano parole legate al concetto di prodigio e derivate dalla radice ter-, la stessa del termine greco teras; il loro significato, a lungo discusso, è oggi chiarito dalla scoperta, durante gli scavi dell’Università Statale di Milano, di uno straordinario contesto archeologico: quello del bambino encefalopatico sepolto nel IX secolo a.C. nell’area sacra del “complesso monumentale” della Civita a Tarquinia, accanto a una cavità naturale, fulcro dell’area sacra e luogo delle memorie e dell’identità della comunità fin dalle fasi più antiche della sua storia.

Si narrava, infatti, che da quella stessa cavità fosse nato Tagete, il fanciullo divino dalle sembianze di vecchio, estratto dalle viscere della terra forse proprio dal fondatore della città, Tarconte, al quale rivelò le discipline divinatorie etrusche.


Modello di utero gravido.

Nel luogo della sepoltura, a distanza di tre secoli, il ricordo del bambino fuori del comune era ancora talmente forte da far sì che vi fosse deposta una coppa attica con l’iscrizione etrusca terela, interpretata come “relativo a colui del prodigio”. È suggestiva l’ipotesi che il greco teras sia un prestito dalla lingua del popolo etrusco, ritenuto “il più religioso tra gli uomini”, celebre anche per la disciplina sull’interpretazione dei segni divini.

I resti del piccolo, di circa otto anni, venuto a mancare probabilmente per morte naturale, sono stati recentemente riesaminati dal Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università Statale di Milano e hanno confermato la possibilità di un’encefalopatia.

In base a quanto rinvenuto, e come emerso dai precedenti studi paleopatologici di Gino Fornaciari e Francesco Mallegni, si può ritenere che il piccolo fosse affetto da epilessia e andasse, quindi, incontro a crisi epilettiche convulsive che, classicamente, provocano movimenti spasmodici, inattesi e incontrollati degli arti superiori e inferiori, illusioni e allucinazioni.

 

Questa particolare condizione patologica era stata evidentemente interpretata dalla comunità come segno di una manifestazione del divino. La deposizione del bambino era accanto a una cavità naturale al centro dell’area sacra fin dalle fasi più antiche della sua storia. Questa situazione richiama la narrazione delle fonti riguardo alla nascita straordinaria di Tagete, il fanciullo divino dalle sembianze di vecchio, estratto dalle viscere della terra forse proprio dal fondatore della città, Tarconte, al quale rivelò le discipline divinatorie etrusche.

Molti autori antichi hanno narrato la saga di Tagete, il bambino vecchio (puer senex), con qualche variante, ma concordando sulle caratteristiche del suo aspetto: un neonato con i denti, in grado di parlare come un adulto e di rivelare, con la sua saggezza, l’arte della divinazione a quanti erano accorsi sul luogo della sua nascita prodigiosa.

Sebbene non sia possibile stabilire un collegamento diretto con questa e altre prodigiose figure infantili dai tratti senili, si deve ricordare come in medicina sia nota una rarissima forma di malattia genetica, alla quale la ricerca scientifica sta cercando di dare risposte e speranze concrete di guarigione: la progeria, nota al grande pubblico grazie al film di David Fincher, Il curioso caso di Benjamin Button, basato su un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald. Tale patologia si manifesta nei bambini fin dai primi mesi di vita con evidenti segni di un’accelerazione dell’invecchiamento e con uno sviluppo precoce di malattie tipiche delle persone anziane.

A giudicare dalle immagini e dalle testimonianze letterarie a noi pervenute, nel mondo antico era piuttosto diffuso il nanismo acondroplasico. A seconda delle varie culture, i nani erano accettati in modo diverso. In Egitto, artigiani e abili orefici, in grado di maneggiare strumenti di precisione con le loro manine, rivestivano anche ruoli di indubbio prestigio, coordinando i nani di palazzo. La Grecia classica mostra invece una scarsa accettazione nei confronti di un’umanità “diversa”: Platone sogna un mondo senza patologie; anche Ippocrate e la sua medicina si basano sul concetto che la natura umana deve rispondere al principio dell’armonia. Solo più tardi, fra il II e il I sec. a.C., la cultura alessandrina si compiace di rappresentare con verismo la decadenza fisica e la malattia. A Roma, in età regia e repubblicana, gli individui con malformazioni venivano eliminati, mentre dall’età imperiale i nani furono esibiti come accompagnatori o consiglieri.

Le pitture di una delle tombe etrusche più famose, la Tomba François di Vulci, ci hanno restituito, accanto all’immagine del signore titolare del sepolcro, Vel Saties, quella di una figuretta bassa e tozza, intenta a liberare un picchio nero in una scena di divinazione. Le iscrizioni ne hanno conservato anche il nome: arnza, il piccolo arnth, nel quale gli studi più recenti riconoscono la raffigurazione di un nano acondroplasico, portatore cioè di una malformazione di origine genetica, dovuta a un difetto nella proliferazione delle cartilagini che ostacola lo sviluppo delle ossa lunghe.

Accanto alle “storie” che ci giungono dal mondo antico, la mostra consente anche di gettare uno sguardo sull’attualità e sull’evoluzione degli strumenti chirurgici.


Osteotomo  e altri strumenti chirurgiciin mostra.

Dal Museo di Anatomia patologica della Sapienza Università di Roma viene eccezionalmente prestato il reperto anatomico di una neonata affetta da sirenomelia, patologia di cui la Fondazione San Camillo Forlanini ha delineato le problematiche cliniche e gli strumenti diagnostici.

Dal Museo di Storia della Medicina della Sapienza Università di Roma giungono in mostra interessanti manufatti che illustrano l’evoluzione dello strumentario chirurgico fin dall’età romana, chiaramente connessa con il progredire delle teorie e delle conoscenze anatomiche e mediche.

Tre video dell’archivio storico video Adalberto Pazzini del medesimo museo, installati nella saletta adiacente alla Sala Venere che ospita la mostra, consentono al visitatore di approfondire aspetti della ritualità e delle pratiche magiche popolari (Magia dell’assurdo), di conoscere i dettami della Scuola Medica Salernitana (Chirurgia medievale) e di ripercorrere le raffigurazioni artistiche di patologie e interventi terapeutici (Arte e medicina).


Vertrina con vasi con sirena-uccello e particolare.

Leit-motiv della mostra, la sirenomelia dimostra, purtroppo, come la sirena non sia soltanto un mito. Creature fantastiche che popolavano il mare, con il busto umano e con la coda di pesce, erano note nell’antichità, ma i Greci non le chiamavo Sirene. Erano Nereidi e Tritoni di cui possiamo vedere alcune immagini nei preziosi vasi del Museo di Villa Giulia esposti in mostra.

Nel mito greco la sirena aveva invece corpo di uccello come ricorda, tra gli altri, l’episodio di Ulisse nell’Odissea, che sfida audacemente la malia del loro canto. Solo dall’VIII-IX secolo d.C. il Liber Monstrorum, un bestiario e trattato di mirabilia, parla chiaramente della figura della sirena come essa è oggi a tutti noi nota, avendo negli occhi la malinconica statua della Sirenetta, che dal 1913 attende il suo Principe sulla riva del mare di Copenhagen: in questa immagine si fondono i caratteri principali delle Nereidi e delle Sirene, la bellezza seducente e il canto melodioso e incantatore.

Informazioni: Tel. 06.3226571
www.villagiulia.beniculturali.it