|
|
|
Antonio Paolucci'I Medici: gloria di una dinastia'Quell’affresco nella reggia dei Medici. Per narrare la storia della gloriosa dinastia dei Medici non si può prescindere dalla passione per l’arte e la cultura che contraddistinse in ogni momento la celebre famiglia fiorentina. Ancora oggi, davanti alle opere artistiche e monumentali commissionate dai Medici è possibile percepire l’eredità materiale e morale del loro amore per la Cultura. Il potere, la ricchezza, i contrasti, la decadenza di questa famiglia rimangono così impresse per sempre nei dipinti, sculture, palazzi e giardini conosciuti in tutto il mondo. Un percorso narrativo che inizia da Palazzo Pitti, la reggia dei Medici, dove, all’interno dell’attuale Museo degli Argenti, si trova il cosiddetto Salone di Giovanni da San Giovanni, dal nome del pittore che ne affrescò superbamente il soffitto. L’anno è il 1635, l’occasione per commissionare l’opera è la celebrazione delle nozze tra Vittoria della Rovere, ultima erede del ducato di Urbino, e Ferdinando II, evento allegoricamente rappresentato dal disegno di un ramo, ormai secco, di rovere, che viene innestato nello stemma mediceo. Tra le vicende narrate in questo capolavoro pittorico è anche la caduta di Costantinopoli, nel 1453, che sancisce la fine della cultura classica e delle arti nella Bisanzio conquistata dal Turco. Un contesto di decadenza che fa risaltare ancora di più il ruolo della Firenze medicea, protettrice delle muse dell’arte e della poesia cacciate dalla furia dell’Islam. A chiusura del ciclo di affreschi del Salone, è l’evocazione elegiaca della memoria di Lorenzo il Magnifico, la cui immagine raffigurata su una moneta d’oro nelle acque del fiume Lete viene raccolta dal mitico cigno perché mai più se ne perda memoria. Firenze e la Toscana fondamentali per l’Europa. È da notare che nel 1635, al momento dell’affresco che abbiamo visto, Firenze è una capitale di terzo rango: il Granducato è uno stato a sovranità limitata e irrilevante dal punto di vista del potere politico e militare. E tuttavia, nonostante questa marginalità politica, Firenze e la Toscana giocano un ruolo fondamentale nella divulgazione di modelli artistici e letterari in tutta Europa. Sempre questo è il periodo in cui alcune delle ragazze di casa Medici diventano nientemeno che regine di Francia. Prima fra tutte, Caterina, “la terribile”, quella della strage degli Ugonotti, “la poisonnière”, l’avvelenatrice, come la chiamavano e la chiamano ancora i francesi, che fece moltissimo per l’arte e la cultura della Francia. Non meno importante Maria de’ Medici, figlia del granduca Francesco I, che andò in sposa a Enrico IV nel 1600, con una dote di ottocentomila scudi, l’equivalente di oltre ottantamilioni di euro, una cifra vertiginosa per quei tempi. Grazie a queste figure femminili la moda, la gastronomia, il gusto francese saranno condizionati in modo decisivo. Molto fecero per la storia e la cultura dell’epoca anche i papi medicei come Leone X, Clemente VII o il cardinale Leopoldo, che inaugurò la collezione di autoritratti, tutt’ora custoditi agli Uffizi, continuamente incrementata dai maggiori artisti che considerano un privilegio potervi aggiungere il proprio “volto”. Il primo museo moderno: gli Uffizi. Dunque, se è vero che negli ultimi decenni del Cinquecento Firenze e la Toscana attraversano un declino politico molto forte, è in quest’epoca che vengono posti quei fondamenti dell’arte validi ancora oggi. Innanzitutto, sotto l’impulso di Cosimo de’ Medici e in seguito del figlio Francesco, sorge a Firenze il primo museo moderno: gli Uffizi. Nati con funzioni burocratiche, gli Uffizi – lo dice il nome – ospitavano degli uffici, ma, fin dal 1583, l’ultimo piano viene destinato a galleria delle statue: una formula museografica che conquista il mondo. La National Gallery di Washinghton, la Grande Gallerie di Parigi, ovunque con “galleria” oggi si indica un percorso coperto che ha la luce dalla destra e le opere d’arte o le sculture, come agli Uffizi, allineati contro la parete. Ma non è tutto. È sempre a Firenze che nasce, nel 1564, sotto gli auspici di Michelangelo Buonarroti e l’abilità costruttiva di Giorgio Vasari, la prima accademia d’arte, il luogo dove l’artista compie i primi passi, perfeziona i suoi specialismi, si afferma. A questa invenzione seguirà quella della critica d’arte inaugurata con la pubblicazione Vite di Giorgio Vasari. Sono queste le basi dell’iter artistico valide ancora oggi per cui l’artista attuale si forma in una qualche accademia, cerca un critico che parli di lui e il suo sogno è quello di finire un giorno in un museo. Scelta lungimirante dell’ultima erede. Per concludere vorrei soffermarmi su un altro personaggio femminile centrale nella storia dei Medici: Anna Maria Luisa, ultima erede della dinastia, che muore nel 1742 lasciando il posto alla casata dei Lorena. Nota anche come Elettrice Palatina perché sposa di Giovanni Guglielmo di Neuburg, principe tedesco membro della dieta che eleggeva l’imperatore, Anna Maria Luisa vivrà molti anni a Dusseldorf dimostrando grande sapienza politica e dando impulso a svariate iniziative culturali. Alla morte del marito decide di tornare in patria, a Firenze, proprio nel momento in cui avviene il passaggio diplomatico dai Medici ai Lorena. L’anno, il 1737, rimarrà famoso per il cosiddetto Patto di Famiglia: un atto notarile, firmato dall’Elettrice Palatina e dalla dinastia subentrante dei Lorena, nel quale l’ultima erede Medici dichiara di ritirarsi a vita privata passando il potere, ma a condizione che il patrimonio artistico della corona (le cose che attraverso tre secoli e otto generazioni, i Medici hanno accumulato, comprato e scelto per il loro collezionismo) rimanga per sempre a Firenze. Un concetto rivoluzionario questo, perché, a quell’epoca, le gallerie e i musei erano proprietà privata delle dinastie che le avevano costruite e Anna Maria Luisa de’ Medici avrebbe potuto usufruire di un legittimo diritto e fare di questo patrimonio ciò che voleva. Lei invece vi rinuncia lasciando tutto alla città, a patto che i Lorena si impegnino a onorare questo suo volere. Se non l’avesse fatto, siccome i Lorena subentranti erano pieni di debiti, oggi i Piero della Francesca, i Raffaello, i Tiziano, i Botticelli che fanno l’orgoglio dei musei fiorentini sarebbero a Vienna, Praga o chissà dove. Dunque la città deve moltissimo a questa donna, che fece più di qualsiasi sindaco o podestà, lasciando a Firenze ciò che ancora oggi è la fonte stessa del suo prestigio internazionale. Degne di nota anche le motivazioni con cui l’Elettrice Palatina giustifica la sua decisione. La prima ragione sta in quello che lei definisce «l’ornamento dello Stato», l’orgoglio dello Stato. A ribadire che certe cose non hanno valore, né prezzo perché parte costitutiva della nostra identità. La seconda: per «l’educazione dei cittadini»; i musei sono biblioteche di figure, devono servire a educare, incivilire. Terza e ultima ragione: per «l’utilità dei forestieri», ovvero per il turismo, per l’economia della cultura. Maria Luisa mette questo punto in terza posizione, noi oggi troppo spesso al primo ed unico posto. Una perfetta gerarchia la sua, che ci fa comprendere più che mai perché sia giusto, oltre che dovuto, chiamare “gloriosa” questa dinastia. Antonio Paolucci Stampa |
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
|||||||||||||||||||||||
® 2010 - Giunti Editore S.p.a. - Archeologia Viva
Web by Media Studio srl PortalGenerator 1.8 by InterWorld.SDN |
|||