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Francesco D'Andria'Incontri e scontri fra le sponde dell'Adriatico: dall'antichita' agli sbarchi albanesi'L’Albania sui moli di Brindisi. Ho sempre guardato al Mar Adriatico come a uno straordinario spazio d’interazione tra culture e civiltà diverse. Tuttavia, una vicenda in particolare ha segnato per sempre il mio modo di vedere le realtà e i rapporti tra la sponda albanese e quella italiana. Era un tardo pomeriggio della primavera del 1991 ed ero stato invitato a Brindisi per tenere una conferenza sulle scoperte archeologiche di Otranto. Si trattava di riferire dello scavo di un villaggio della prima età del Ferro dove avevamo trovato e riconosciuto importazioni di vasi “devolliani” (dalla valle del Devol in Albania). Mi preparavo dunque a parlare del ruolo del canale di Otranto nell’antichità, ovvero di quando, nell’VIII sec. a.C., gruppi provenienti dai Balcani si spostavano sulla costa pugliese dando vita alla cultura dei Messapi. Non era facile credere che in passato si erano potuti instaurare rapporti di scambio pacifico in un periodo in cui tra l’Italia e l’Albania esisteva ancora una “cortina di ferro” che impediva qualsiasi contatto. A Brindisi quel giorno avevo trovato un ingorgo spaventoso e una volta giunto al porto uno spettacolo mai visto: nell’area dei moli c’erano centinaia di albanesi e altrettanti militari a sorvegliarli. Da anni lavoravo per stabilire rapporti di relazione scientifica con l’Albania ed ecco che all’improvviso l’intera nazione balcanica sembrava rovesciarsi sulle nostre coste. Allora la mia era un’immagine un po’ idealizzata di quel paese, basata principalmente sull’esperienza di viaggi in cui era impossibile sfuggire al controllo degli ospiti (da parte dell’allora regime comunista) e qualsiasi contatto con le popolazioni era proibito. Mi ero perciò avvicinato al porto di Brindisi con l’intenzione di parlare con i “veri albanesi” e non con i burocrati che avevo l’abitudine di contattare. Ma la ressa intorno a un pacchetto di sigarette che avevo offerto loro in segno di amicizia mi aveva dato la prima sensazione che qualcosa non funzionava nei miei schemi interpretativi. Nonostante ciò l’immagine esotica che avevo dell’Albania non era facile da cancellare dato che era andata stratificandosi nella mia mente già dagli anni Settanta quando Otranto cominciava a restituire i primi vasi albanesi. Dai Balcani proviene il nome stesso della Puglia. Storicamente i rapporti tra le due sponde sono caratterizzati da una serie di vicende che si possono comprendere solo in una prospettiva di lunga durata. L’identità stessa della Puglia e del Salento sono scaturite dalla continua osmosi tra le realtà balcaniche e la nostra Penisola. Non è un caso che le popolazione antiche della Puglia sono chiamate Iapighes ovvero col nome che corrisponde anche a quello di un’altra popolazione insediata nei balcani: gli Iapodes. I glottologi ci insegnano poi che dal nome della terra degli Iapighes, la Iapigia, deriva anche il nome di Apulia e dunque quello di Puglia. Il Salento in particolare deve ai rapporti attraverso il canale, tra il IX e l’VIII sec. a.C., la formazione della cultura indigena che fiorisce in Puglia prima della conquista romana (avvenuta nel III sec. a.C.). I Messapi, i popoli della terra di mezzo, posti tra i due mari Ionio e Adriatico, erano assolutamente permeabili agli scambi attraverso gli approdi sulla costa ed è in questa fase che in Messapia si parla e scrive una lingua di ceppo balcanico, diversa dalle altre lingue italiche. L’elevato sviluppo culturale della Messapia, ci ha permesso di risalire a questa lingua balcanica, soppiantata sull’altra sponda da quella greca, grazie anche alle iscrizioni messapiche delle quali è “tappezzata” la grotta della Poesia a Rocavecchia, uno dei luoghi di culto più importanti di quella civiltà scomparsa. L’Adriatico: un luogo d’interazione di culture. Anche il fenomeno religioso e la geografia dei culti rende bene l’idea della complessa trama di relazioni tra entità culturali diverse come quelle dalmata, albanese, greca, picena. Il principale culto comune alle due sponde è quello di Diomede: quest’eroe sfortunato che di ritorno da Troia viene ucciso dai Dauni (una popolazione che dal Gargano fino al tavoliere di Foggia faceva circolare già nel VII secolo in tutto l’Adriatico ceramiche con raffinate decorazioni geometriche). Ad avvicinare le due realtà è anche il culto di Zeus che trova il suo riferimento nell’Epiro, dove sappiamo di un oracolo che si esprimeva in base all’interpretazione dello stormire delle foglie di una quercia tipica di quella regione, la vallonea, che prende il nome dal porto albanese di Valona. Non è un caso che quella quercia in Italia è diffusa solo nel Salento dove alcuni esemplari protetti sopravvivono ancora a Lecce e lungo il litorale di Otranto. Dal Salento si vedono i Balcani. I rapporti tra le due sponde si intensificano al tempo di Alessandro Magno quando, nel IV secolo, suo cugino Alessandro il Molosso attraversa il canale inseguendo il sogno del dominio della penisola italica. Plinio, in Naturalis Historia, descrive Otranto come una città in mezzo a un intervallo tra i Balcani e la Penisola italica. Sempre in Plinio leggiamo la notizia che Pirro, re dell’Epiro, aveva progettato dei ponti che permettessero di superare il tratto di mare tra Valona e Otranto per intraprendere a piedi la sua marcia verso l’Italia. Successivamente dalla sponda italiana a quella dell’Albania partirono varie imprese, che videro l’occupazione di Durazzo prima da parte dei Normanni e poi degli Angioini. In seguito quando l’Impero Ottomano si attestò sulla costa albanese, molti furono i tentativi di conquista dell’Italia, prima fra tutte la vicenda dell’assedio di Otranto del 1480 con i massacro dei difensori e il grande mito dei martiri di Otranto i cui scheletri sono conservati nella splendida cattedrale romanica. La vicinanza ai Balcani del resto è anche un fatto visivo. Nelle limpide giornate invernali dal Salento si scorgono le montagne albanesi. Una vicinanza che un nuotatore di Bari volle “dimostrare” in segno di amicizia e apertura tra i popoli attraversando a bracciate il canale, negli anni precedenti la caduta del regime di Enver Hoxa. Francesco D'Andria Stampa |
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