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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Alessandro Fo

'Rutilio Namaziano e il suo diario di viaggio. De reditu suo: sulle tracce di una antica rotta tirrenica'

La fine di un impero. Esponente dell’alta aristocrazia latifondista della Gallia tardoantica, Rutilio Namaziano, alla fine del IV sec. d.C., come molti altri nobili provinciali si reca a Roma per completarvi la propria formazione ed avviarsi a una carriera amministrativa. Attorno al 412 è magister officiorum, per divenire, intorno al 414, prefetto urbano e come tale presidente del Senato. Rutilio nutre una profonda e sincera passione per la Tradizione, per la grandezza civile e culturale dell’Urbe, la cui vitalità viene improvvisamente incrinata dallo scacco epocale del 410, allorché Roma è saccheggiata e umiliata dai Visigoti di Alarico. Successivamente, i Visigoti, dopo aver percorso verso meridione e di nuovo verso settentrione tutta la penisola italiana, passano in Provenza. Le devastazioni prodotte da quest’orda in Gallia Narbonese, e dunque il saccheggio delle sue terre natali, cambiano per sempre il destino di questo alto aristocratico innamorato di Roma: Rutilio si vede costretto a tornare nei suoi possedimenti per avviarvi un’opera di restauro.

Quel “ritorno” fu un po’ un esilio. Così Rutilio decide di partire, nell’inverno del 417, su una flottiglia di piccole barche atte alla navigazione fluviale, navigando molto vicino alla costa per potervisi subito riparare in caso di maltempo. Di questo suo viaggio tiene un diario poetico che a noi è giunto con il titolo De reditu, «Il ritorno». È un ritorno che sa di esilio, come si percepisce dal poemetto, che si articola quasi come una raccolta di liriche chiuse in sé stesse, in parallelo con le occasioni dei giorni. Era in due libri, ma noi ne possediamo solo il primo e sessantotto versi del secondo. Nel racconto, il viaggio s’interrompe all’altezza di Luni (vicino a La Spezia), ma sappiamo da alcuni frammenti che il viaggio – e il suo diario – proseguivano, per chiudersi probabilmente con il momento (chissà quanto commosso) dell’arrivo in patria. A rendere interessante l’opera di Rutilio, che doveva aver ricevuto un’istruzione molto elevata a giudicare dallo stile cristallino e poeticamente raffinatissimo con cui scrive, intervengono vari elementi. Il primo consiste nella natura di “restaurazione” del viaggio che il poeta compie, col corredo di cause e circostanze in cui si svolge. La penisola è stata devastata – si legge all’inizio dell’opera –, tutto è incendio e rovina, i ponti sono caduti, le locande non sono più praticabili, conviene viaggiare per mare anche se il mare in questo periodo è incerto: «né è concesso più oltre ignorare le lunghe rovine/ moltiplicate da un soccorso sospeso». Quello di Rutilio nei riguardi del tema delle rovine, che costituisce un’altra delle ragioni di fascino del De reditu, è peraltro un atteggiamento ambiguo, perché da un lato egli vorrebbe insistere sulla rinascita e sull’eternità di Roma, dall’altro l’occhio inevitabilmente scorge abbandono e desolazione ovunque.

Inno a Roma. Un altro punto di forza della fortuna di Rutilio è stato a lungo il cosiddetto “inno a Roma”, considerato da sempre una delle massime espressioni di amore verso la grande patria unificatrice di tutte le genti. Vi si collega l’aspetto del tradizionalismo pagano di cui Rutilio fa esibizione: una sorta di manifestazione d’amore per il lato anche estetico di quei culti, percepibile nella stessa divinizzazione di Roma figurante nell’inno. A questo si aggiunge un atteggiamento di aperta polemica nei confronti del monachesimo come espressione della religione cristiana. In due casi, passando davanti alle isole di Capraia e Gorgona (nell’Arcipelago Toscano), Rutilio non risparmia un esplicito attacco allo stile di vita dei monaci, a lui incomprensibile. Ma c’è un’altra ragione d’interesse, che è la rete delle amicizie corredata dall’affettuosità della pietas familiare. Rutilio nel percorrere queste sue tappe congeda amici che restano a Roma, o ne incontra via via altri che lo ospitano. Mettendoli in posa nei versi, egli allestisce ai nostri occhi una galleria di “statue umane”, archetipi di virtù che saranno le colonne su cui poggerà l’asserita imminente – anzi già in corso – rinascita stessa di Roma. Alcune di queste sono colonne desunte dal sacrario familiare, come l’immagine del padre Lacanio, che Rutilio incontra in forma di statua, in questo caso vera e propria nel foro di Pisa, commuovendosi di fronte a questo genitore divenuto marmo, che è stato simbolo dell’eccellenza del buon funzionario provinciale a cui l’amministrazione imperiale ha conferito il più ampio credito e riconoscimento.

Spunti di paralleli possibili. A segnare il vertice del fascino di Rutilio è tuttavia secondo me soprattutto la poesia del mare, dei paesaggi, delle manovre navali, dei riflessi sulle onde, della sabbia che i flutti agitano sul fondo, divenendone biondi. La poesia delle brume che velano le vette dei monti, dei cieli la cui coltre nuvolosa si rompe, lasciando filtrare i raggi del sole. Infine la stessa incompiutezza del poema si è risolta in un tratto accattivante, ed ha invitato i suoi “riscrittori” – sia nella narrativa che nel cinema – a risarcire la lacuna immaginando la fine di questo viaggio. Il De reditu è peraltro un poemetto che si è molto prestato anche a letture attualizzanti. Nell’epoca recente della nostra “tangentopoli”, per esempio, il passo in cui Rutilio si scaglia contro i funzionari corrotti venne citato varie volte sui giornali. Oggi a prevalere è piuttosto il motivo dell’invasione barbarica, con il paragone fra l’attacco di Alarico a Roma e quello islamico alle Twin Towers. In entrambi i casi è stata colpita al cuore una potenza egemone, a sorpresa e con conseguenze rilevanti. Non è raro, infine, veder riaffiorare memorie rutiliane in polemiche religiose che oppongono la bellezza dell’antico paganesimo ai presunti rigori della religione cristiana.

Vivere il ritorno. Da segnalare soprattutto, di recente e in linea con queste prospettive, la realizzazione di un film ispirato al poeta dal titolo: De reditu-Il ritorno, scritto da Alessandro Ricci e da Claudio Bondì (che lo ha poi diretto: è uscito nel 2004, prodotto da Verdecchi Film). Mentre un altro episodio di rievocazione particolarmente significativo è stato quello organizzato, nell’estate del 2004, dalla Regione Toscana, nell’ambito del più ampio progetto europeo Anser all’interno del programma de “Le notti dell’archeologia”. In questo caso si è trattato di prendere la “barca di Rutilio” (quella ricostruita per il film di Claudio Bondì), metterla in mare e ripercorrere le singole tappe che il poeta aveva toccato nel suo viaggio, presentando nei vari porti l’eccezionale approdo di un’imbarcazione fuori tempo e fuori luogo, corredata di rematori, di un timoniere e di un Rutilio Namaziano in carne e ossa (che ho avuto la fortuna di “interpretare”). Una sorta di tappa prologo a Portus, l’antico porto di Fiumicino, da cui Rutilio salpò, ha visto la cymba poggiare sul prato che occupa ora l’antica sede del bacino dell’imperatore Claudio. Quindi la rievocazione è ripartita da Marina di Grosseto, proseguendo fra vari approdi e numerose contestuali proiezioni del film De reditu-Il ritorno (introdotte e commentate da Bondì e da me), finché, risalendo l’Arno, non abbiamo concluso la manifestazione a Pisa, chiudendo il nostro “ritorno” là dove Rutilio termina il suo primo libro.

Alessandro Fo
docente di Letteratura latina all’Università di Siena



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