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Nicola Bonacasa

docente di archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Universita' di Palermo

L’esperienza delle missioni italiane in Libia: Sabratha, Leptis Magna, Cirene Undici missioni italiane. Ho avuto la fortuna di operare e studiare in tutti e tre questi grandi centri antichi della Jamahiriya Libica. Prima di tutto mi corre l’obbligo di precisare che ben undici missioni italiane operano in Libia. Incominciamo con le due rivolte allo studio delle culture preistoriche della Libia interna. Quella di Barbara Barich a Gebel Garbi, nella parte più elevata del plateau tripolitano, nel territorio di Jado, che ha restituito resti di tutte le fasi del Paleolitico; ma il riconoscimento dei depositi della cultura medio-paleolitica dell’Ateriano, è forse il dato più importante. E la missione del Centro Interuniversitario di Ricerca sul Sahara antico, diretta da Mario Liverani, nel Tadrart Acacus e nel Messak, per la creazione di una banca-dati sull’arte rupestre dei siti, dopo cinquant’anni di ricerche e di studi, per la creazione di una carta archeologica del Fezzan sud-occidentale e per la identificazione delle culture pre-garamantiche.

Agli inizi del Novecento. L’archeologia italiana incominciò a interessarsi alle antichità della Tripolitania nel 1910, dopo il passaggio di Federico Halbherr e di Gaetano De Sanctis, i quali rientrando dalla Cirenaica visitarono soprattutto Leptis Magna e il suo entroterra. L’anno successivo, a opera di Salvatore Aurigemma e di Francesco Béguinot, le ricerche da loro iniziate subirono una temporanea battuta di arresto a causa della guerra italo-turca (1911-1912), ma vennero riprese con grande impegno nel 1913, con la costituzione prima di un Ispettorato Archeologico e poi della Soprintendenza ai Monumenti e Scavi della Tripolitania, diretta proprio dall’Aurigemma fino al 1919. Dal 1914 era già ispettore della Soprintendenza Pietro Romanelli, il quale, succedendo all’Aurigemma, in pochi anni (1919-1923), con non comune coraggio, concentrò la sua attività a Leptis Magna. Renato Bartoccini successe al Romanelli nella carica di Soprintendente, nell’anno 1923, e da quella data sino al 1928 raggiunse buoni risultati sia a Leptis Magna sia a Sabratha. Il programma venne attuato con rapidità ma con inevitabili perdite; e, tuttavia, in alcune occasioni, e valga per tutte quella dello scavo del grande Tempio Antoniniano a Sabratha, l’indagine stratigrafica fu applicata con cura. Nel 1928, Giacomo Guidi, ch’era stato ispettore in Cirenaica, in Transgiordania e poi in Tripolitania, assume la direzione della Soprintendenza e organizza lo scavo delle basiliche bizantine e il restauro riuscitissimo — poi completato da Giacomo Caputo — del Teatro di Sabratha e inizia la costruzione del Museo, da lui stesso ideato e progettato. A Leptis scava il decumano con gli archi di Tiberio e di Traiano, il Mercato, il Calcidico, il Foro Vecchio, il Grande Ninfeo, la Via Colonnata, il Porto, le Terme della caccia. Tanta attività, purtroppo, a causa della morte prematura (1935) non ebbe esito nella sua produzione scientifica.

L’opera di Giacomo Caputo. Giacomo Caputo è Soprintendente in Cirenaica, nel 1935, al posto di G. Oliverio e dal 1936 è Soprintendente unico ai Monumenti e Scavi della Libia, fino al 1943, con la collaborazione di G. Pesce dal 1939. A lui si deve l’incentivazione dei grandi cantieri di Sabratha, Leptis Magna, Cirene e Tolemaide. Egli porta a compimento lo scavo del Calcidico e del Teatro di Leptis, iniziato nel 1934 dal Guidi, e ne propone il restauro, e riesce ad ultimare l’anastilosi del Teatro di Sabratha, il cui restauro era stato intrapreso e quasi definito dal Guidi. In Libia, con a fianco Gennaro Pesce (l’editore del Tempio di Iside a Sabratha e del Palazzo delle Colonne a Tolemaide di Cirenaica), G. Caputo opera fino e durante il secondo conflitto mondiale. Il suo ritorno in Libia, per volontà della British Military Administration segna la ripresa del restauro di grandi complessi, fino al 1951, anno dell’indipendenza della nazione libica. Subito dopo, raggiunge la Tripolitania, e vi opera dal 1952 al 1961 come Controllore nel Dipartimento delle Antichità appena costituito, Ernesto Vergara Caffarelli, personalità composita di archeologo, storico e letterato. Egli cura la difficile ricostruzione e l’ampliamento del Museo di Tripoli, il restauro del famoso Castello, es-Serai el-Hamra, adibito a sede dei diversi musei (archeologico, etnografico, di storia naturale). Ma il Vergara, attento alla precaria condizione economica delle popolose cabile dell’interno, progetta diversi grandi cantieri di scavo: a Sabratha, e, soprattutto, a Leptis Magna.

Arriva Antonino Di Vita. Dopo la morte improvvisa di E. Vergara Caffarelli, responsabile scientifico delle Antichità della Tripolitania, fu Antonino di Vita. Insieme a quella palermitana, di cui diremo appresso, l’altra Missione Italiana che a Sabratha ha operato per decenni è quella dell’Università di Macerata, diretta da Antonino Di Vita, il quale era stato dal 1962 al 1965 Adviser per le Antichità della Tripolitania, e fondatore, nel 1963-64, insieme con Richard G. Goodchild, della nota rivista "Libya Antiqua". I risultati da lui conseguiti sono notevoli: ricerche sul terreno condotte con estrema puntualità stratigrafica nella Regio VI; scavo, studio e ricostruzione del Mausoleo Punico B, un esempio rarissimo di architettura del barocco punico-ellenistico; collaborazione alla nascita fortunata del Museo Punico; scavo ed edizione della villa con la "Gara delle Nereidi" presso Tagiura; scavo di alcuni lembi del tofet della città punica, e conseguente recupero di materiali di eccezione; studio e restauro di alcune tombe dipinte, tra cui primeggiano quelle cosiddette "della Gorgone" e "del defunto eroizzato", del I sec. a.C.; attente indagini ed accurato restauro dell’estesa area sacro-funeraria a cielo aperto di Sidret el-Balik, che conserva un importante complesso pittorico della metà del IV sec. d.C.

L’impegno dell’Università di Palermo. Passiamo alla Missione dell’Università di Palermo. Nel triennio 1955-1957, chi vi parla aveva partecipato a tre fortunate campagne di scavo nel porto severiano di Leptis Magna, condotte dalla Missione Archeologica Italiana in Libia, sotto la direzione di Renato Bartoccini. Successivamente, negli anni ’60, Elda Joly aveva collaborato alle ricerche di Antonino Di Vita nella Regio VI di Sabratha. In seguito, a partire dal 1976, l'Istituto di Archeologia dell'Università di Palermo (ora Sezione Archeologica del Dipartimento di Beni Culturali) conduce annuali campagne di scavo e di studio a Sabratha e a Leptis Magna, concordate con i Dipartimenti alle Antichità di Tripoli, Sabratha, Leptis Magna. Da diversi anni l’Università di Catania collabora attivamente sia a Sabratha sia e soprattutto a Leptis Magna. Dal 1996, la Missione palermitana opera anche a Cirene, in diversi settori della città antica, e soprattutto alla realizzazione del restauro e dell’anastilosi del grande Tempio di Zeus. Il compito prefissoci, nei due grandi centri della Proconsolare, secondo un programma concordato con i Dipartimenti alle Antichità, era ed è quello di produrre una serie di ricerche attive, che tendessero sì all’edizione sistematica dei principali scavi condotti dagli italiani, anteriormente all’ultimo conflitto mondiale, ma anche alla risoluzione di alcuni fondamentali problemi di storia dell’architettura e di storia della cultura figurativa e materiale, attraverso lo studio dei monumenti e dei reperti inediti. Diverse sono le ricerche progettate e ormai concluse a Sabratha, delle quali si è dato conto, oltre che in numerosi articoli su riviste e contributi a congressi, in una serie di monografie.

Leptis Magna. Qui, a Leptis Magna, la Missione palermitana ha ultimato dapprima la catalogazione dei materiali minori del Teatro, e, in seguito, è passata allo studio di quel problematico edificio che è la c.d. Basilica Ulpia, che era forse originariamente un tempio di tipo orientale, eretto intorno alla metà del II sec.d.C., e dunque non in età traianea, e venne trasformato in seguito probabilmente in una schola. La denominazione di c.d. Basilica Ulpia non è più sostenibile. L’Università di Catania, è responsabile di uno studio assai interessante sulle fontane pubbliche della città, e, ora, del Tempio sul Decumano, uno degli edifici monumentali di Leptis tra i più facili da leggere e tra i più difficili da documentare. Inoltre, l’Ateneo catanese studia e cataloga il grandioso rinvenimento monetale di Misurata, avvenuto a circa 10 km a ovest della città, a Suk el-Kerim, nel febbraio del 1981. Il più grande tesoro noto, ricco di ben 108.000 bronzi coniati, per il peso di oltre 500 kg, che illumina un periodo storico assai complesso degli anni 294-333 d.C. Ma a Leptis la Missione palermitana ha collaborato pure, con piena responsabilità, all’allestimento espositivo e didattico-scientifico di alcune sezioni del Nuovo Museo, aperto nel 1994, e, ora, sta curando una parte rilevante del catalogo delle collezioni esposte. Ora, abbiamo il dovere di ricordare l’attività di altre quattro missioni, che operano a Leptis Magna, dirette rispettivamente da E. Fiandra, L. Musso, A. Di Vita e A. Calderone, la quale ha sostituito di recente E. De Miro. Le due ultime operano nel Foro Vecchio, quella del Di Vita all’edizione sistematica dei templi di età augusta, e quella della Calderone alla scoperta dei livelli fenicio-punici di fine VII sec. a.C. Ma il Di Vita ha ereditato con coraggio anche il restauro e l’anastilosi dell’Arco Quadrifronte dei Severi, il cui progetto iniziato dallo Stucchi e poi passato a Bacchielli dovrebbe oramai avviarsi a compimento proprio per merito del Di Vita. La Fiandra dirige dal 1978 la Missione "Tempio Flavio", che era stata fin dal 1964 dell’Università di Perugia. Del grande tempio octastilo, dedicato a Domiziano, Tito e Vespasiano, e prospiciente il Porto, sono state scoperte le strutture grandiose e le fasi di vita più tarde, sia quelle generate dalla distruzione del tempio che sono del IV sec. d.C., sia l’insediamento del VII sec. d.C., sia l’attestarsi tra le rovine di botteghe di ceramisti arabi aghlabiti tra IX e X sec. d.C. Nel 1995 nasce la missione dell’Università di Roma Tre, diretta da Luisa Musso. Il progetto, con ampiezza di mezzi, è destinato all’indagine del suburbio della città ed alla ricognizione per aree campione dell’entroterra agricolo e della fascia costiera, secondo un arco cronologico che va dal I sec a.C. al IV-V sec. d.C. Le principali linee di ricerca hanno affrontato: a) l’esplorazione sistematica dello spazio abitativo e della necropoli del suburbio occidentale di Leptis Magna; b) l’evoluzione del paesaggio rurale tripolitano-leptitano individuando e valutandone le trasformazioni antropiche; c) la identificazione delle residenze signorili costiere, fenomeno che investe il periodo da Adriano agli Antonimi, e tra tutte le residenze si impone la grande villa marittima di Silin, già ampiamente studiata dalla Musso e, ora, destinata al ripristino e alla valorizzazione ad opera del gruppo di ricerca dell’Università di Roma Tre. Ma è doveroso ricordare che la Musso è stata di fatto la responsabile dell’esposizione del Nuovo Museo Archeologico di Leptis, così come è stata ed è l’anima della rivista "Libya Antiqua".

Cirene. Nei primi anni del XVIII secolo prendono avvio i viaggi di esplorazione, ma l'attività archeologica italiana inizia regolarmente alla fine del primo decennio del '900. Sono eseguiti gli scavi delle vie e dei complessi monumentali più importanti: l'Agorà, il Ginnasio, il Santuario di Apollo, il Tempio di Zeus. L'attività di scavo e di restauro è continuata con successo e competenza dal Dipartimento delle Antichità della Libia, con cui collabora dal 1957 la Missione Archeologica Italiana fondata presso l'Università di Urbino da Sandro Stucchi, che ne fu il primo direttore, e poi coordinata da Lidiano Bacchielli. Dal 1996, a causa della prematura scomparsa di Lidiano Bacchielli, sono stato designato Coordinatore nazionale della Missione Archeologica Italiana a Cirene. La Missione dell’Università di Palermo ha organizzato il programma degli interventi attuali rappresentando pure gli interessi scientifici delle Università di Macerata e di Roma II, dell’I.U.O. di Napoli e dei Musei Capitolini. Due anni or sono stati conclusi positivamente i lavori nel cantiere di Siret el Giamel a Beida, diretti per lunghi anni da E. Catani. Per la prima volta, in Italia, è stato pubblicato un volume d’insieme che rendesse conto di oltre quarant’anni di scavi, di restauri e di indagini scientifiche in Cirenaica, illustrando il grande contributo dell’archeologia italiana: Cirene (Centri e monumenti dell’antichità), a cura di N. Bonacasa e S. Ensoli , Milano, Electa, 2000, con testi degli studiosi i quali hanno operato e operano tuttora Cirene. Qui, accennerò brevemente al Tempio di Zeus. A Cirene, rispetto al fitto succedersi di zone religiose e civili, appare lontano e isolato il complesso monumentale del Santuario di Zeus sulla collina nord-orientale della città, dove la massa gigantesca del tempio dorico, dedicato a Zeus Olimpio, domina l’altura circondato da monumenti minori. I resti affioranti del grande edificio sacro a Zeus furono individuati per ultimi dai viaggiatori e dagli esploratori di Cirene, e le rovine imponenti suggerirono nel 1821-22 ai fratelli F. W e H. W. Beechey la denominazione ormai tradizionale di "Gran Tempio". Ma le prime indagini ebbero inizio soltanto nel 1861 ad opera di R. M. Smith e E. A. Porcher, due ufficiali della marina inglese. Del santuario arcaicissimo di Zeus, ricordato dallo storico greco Erodoto, a proposito della marcia di ritorno dell'armata persiana, che aveva saccheggiato Barce, siamo intorno al 515 a.C., non si sono rinvenute fino ad oggi tracce sicure. E non è neppure certo che sorgesse nello stesso sito. Il tempio attualmente visibile, di ordine dorico, è stato realizzato tra il 500 ed il 480 a.C. Si tratta di un periptero con 8 colonne in facciata e 17 sui lati lunghi (ciascuna colonna, alta 9 metri, è formata di 9 rocchi) poggianti su alto crepidoma lungo quasi 32 metri per 70, che circondano la cella imponente (m 18,32 x 53,19), con pronao distilo, ante rivolte verso l’interno e naos diviso in tre navate da due file di colonne sovrapposte, opistodomo con tre colonne fra le ante. L’ambulacro della peristasi è più largo sulle fronti che sui lati. Un rivestimento di lastre di marmo proconnesio è steso sulle pareti della cella, qui le colonne di cipollino sostituiscono il vecchio colonnato in calcare ed in fondo alla cella viene collocato il colossale simulacro del dio. Se ne conservano la piattafoma di sostegno (fatta erigere in fondo al naos da un tal Menandro tra il 185 e il 192 d.C.) il nucleo del trono sul quale Zeus sedeva, la predella per l'appoggio dei piedi, frammenti marmorei, in pentelico, delle dita delle mani e dei piedi, del torso e delle braccia, pezzi di legno e stucco. I materiali rinvenuti assicurano alla scultura la natura di acrolito, di dimensioni circa otto volte maggiori della grandezza naturale. Le ricerche di C. J. Herington hanno dimostrato la corrispondenza praticamente assoluta tra le dimensioni e le forme del basamento delle statue di Cirene e di Olimpia (Tempio di Zeus Olimpio) e consentono di sostenere l'ipotesi che la statua olimpica fosse stata il modello di quella cirenea. Si tratterebbe, quindi, di una replica del capolavoro di Fidia. Il processo di imitazione sembra trovare conferma nell'iscrizione con la quale Aurelio Rufo, l'architetto del restauro, ricorda di aver sciolto il voto fatto a Zeus Olimpio. E' impossibile precisare se questo sia il nuovo appellativo dello Zeus onorato sulla collina nord-est e quando eventualmente questo abbia sostituito l'originario di Zeus Liceo. Abbattuto più volte nell’antichità, durante la rivolta del 115 d.C. e dal terremoto del 365 d.C. e, poi, incendiato e distrutto dai cristiani, ha subìto diversi restauri: il primo in età ellenistica, attestato da un’epigrafe; il secondo sotto Augusto o Tiberio — cui si ricollegherebbe la fine di un'iscrizione monumentale scolpita sull'architrave della fronte est della peristasi, che termina con le parole IOVI AVGVSTO, e forse a questa fase possono essere attribuite anche le colonne del pronao e dell'opistodomo, che presentano nella parte inferiore le scanalature rudentate — e l’ultimo di età antonina, a cura dell’architetto Aurelio Rufo. Quest’ultimo, a differenza degli altri, fu un vero e proprio ripristino, ma con variazioni e rimodellamenti dell’interno del monumento, fino a mutarne la fisionomia originaria. Gli scavi di G. Guidi (1926) e di G. Pesce (1939, 1942) hanno consentito l’identificazione della divinità titolare, Zeus, ed hanno fatto intuire al Guidi la stretta connessione tra il periptero di Cirene e il più importante Olympieion della Grecia. Nel 1954 Richard G. Goodchild, nel completare la liberazione del pronao, rinvenne alcuni blocchi iscritti, che successivamente Stucchi ha attribuito alla trabeazione del pronao del tempio. Tre anni dopo, nel 1957, il Genio Militare Britannico risollevò, non felicemente, una colonna e la metà di un’altra adiacenti all’angolo SO della peristasi. Nel 1967, infine, il Governo Libico affidava alla Missione Archeologica Italiana a Cirene, diretta da Sandro Stucchi, il compito di progettare ed eseguire, in collaborazione con il Dipartimento alle Antichità di Cirene, l'anastilosi del tempio e il completamento dello scavo dell'area sacra. La nuova anastilosi, che ha reso famoso il tempio negli studi di archeologia classica, si deve al coraggio e alla scienza di Sandro Stucchi, che la dirige fino al 1991, anno della sua morte. La decisione di eseguire un'anastilosi dipendeva da specifiche ragioni intrinseche al materiale adoperato per la costruzione del monumento architettonico. Alcuni edifici, infatti, sono costruiti con materiali lapidei che, mutato in giacitura di crollo il loro equilibrio statico, una volta messi allo scoperto subiscono un processo di degrado spesso incontrollabile rispetto a quello dovuto alla normale azione del tempo. Per tale ragione, l'anastilosi del Tempio di Zeus era divenuta necessaria in quanto i blocchi in calcare conchiglifero dell'elevato tendevano, nella posizione di crollo, a sfaldarsi lungo i piani di frattura, tagliati in origine per una giacitura orizzontale. Ma il restauro per anastilosi ha due precise finalità: la conservazione del manufatto architettonico in una forma ideale e la conoscenza del processo di produzione e di trasformazione del monumento fino a noi. Inoltre, l’ampliamento della zona di scavo appariva un'esigenza non procrastinabile sia per indagare il contesto monumentale nel quale il tempio era inserito, e conseguentemente le vicende storiche precedenti e successive alla sua costruzione. Così, ripreso nel 1997, sotto la mia direzione, il progetto di restauro attuale — entrato nel 1998 tra le grandi intraprese del M.A.E. come "progetto-pilota" — si è posto cinque obiettivi. 1) Il rilievo fotogrammetrico completo dell’edificio, peristasi e cella, ormai quasi ultimato, per ottenere la più precisa e completa documentazione grafica del lavoro di anastilosi già eseguito e per programmare i risollevamenti futuri. 2) Il completamento del restauro a terra, lungo il lato nord, dei blocchi superstiti di architrave, per ora riconoscibili in numero di cinque, e la progressiva ricollocazione di quattro di essi, il quinto, assai frammentario, è in fase di studio. 3) Il rilievo fotogrammetrico e grafico dei particolari della cella e della base per la statua di culto, a completamento delle lunghe indagini degli anni ’20 e ’40, per programmare la eventuale ricostruzione "a campione" degli elementi dell’interno della cella. 4) Il rilievo fotogrammetrico e grafico degli elementi architettonici superstiti sul fronte ovest, dove si conserva in posto l’angolo sinistro del frontone, in vista del restauro e di una possibile anastilosi. 5) Restauro ed esposizione al coperto dell’iscrizione monumentale del fronte est, nel quadro di una sistemazione a zona visitabile dell’intero complesso del Santuario di Zeus. A questo punto, è necessaria una precisazione. Nel 1996, il sottoscritto, in qualità di Coordinatore nazionale della Missione, si sforzò di accomunare e rappresentare al meglio gli interessi scientifici di alcune università e istituzioni italiane (Chieti, Macerata, Palermo, Urbino, Roma II, ed i Musei Capitolini). In seguito alla creazione delle due missioni separate delle Università di Urbino e di Chieti, la missione dell’Università di Palermo ha ripreso, ampliato e innovato progetti e metodi di ricerca in diversi settori delle aree monumentali della città antica: Acropoli (Santuario delle Divinità Alessandrine, N. Bonacasa-S. Ensoli), Agorà (Casa del Propileo, I. Baldassarre), Santuario di Zeus (N. Bonacasa-C. Parisi Presicce), Santuario di Apollo (Agorà degli Dei, C. Parisi Presicce), Basiliche Cristiane (R. M.Carra Bonacasa), chiamando a collaborare anche specialisti delle discipline tecniche.

Nicola Bonacasa
docente di archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Palermo
1° Convegno mediterraneo di Archeologia Viva
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