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Maurizio Damiano

direttore Centro ricerche egittologiche di Verona

Maurizio Damiano è introdotto da Piero Pruneti con un riferimento ai suoi anni di lavoro in Sudan (1979-1988) e in Egitto (1988-2002). Seguono due domande, la prima sui perché del particolare successo dell’Egittologia presso il pubblico e la seconda sulle piramidi: nascondono davvero dei misteri?
Seguono le risposte di Maurizio Damiano, quindi l'intervento

La fortuna dell’Egittologia. Quanto ai perché del successo dell’Egittologia, vi sono varie ragioni: alcune più lontane nel tempo, altre più vicine ai nostri giorni. Innanzi tutto, cos'è e come nasce l'Egittologia? Con questo nome si definisce la scienza che studia l’antico Egitto. I suoi limiti cronologici erano un tempo ben precisi, andando dall’inizio della I dinastia (3185 a.C. circa) sino all’arrivo di Alessandro Magno in Egitto (332 a.C.); il periodo precedente a questo lasso di tempo era campo di studio riservato ad archeologi della preistoria e paleoantropologi, mentre quello successivo era campo dei classicisti. Oggi questa situazione è cambiata, poiché ci si accorge di quanto fosse errata l’idea di culture indipendenti, isolate le une dalle altre e modellate talvolta da eventi catastrofici come invasioni esterne; oggi ci si rende sempre più conto di come qualsiasi cultura sia figlia del suo passato e madre del proprio futuro; di come la cultura sia inscindibile dagli altri fattori formativi, come la geografia, la geologia, il clima, la flora, l'antropologia e tutti gli altri fattori che compongono la globalità di un ambiente in cui l’uomo (e la sua cultura) nasce, si forma e muore. L’Egittologia moderna dunque non è più isolata, ma si avvale di studi interdisciplinari che rendono a questa scienza quella maggior libertà necessaria alla conoscenza. Si è arrivati alla situazione attuale dell’Egittologia da molto lontano. Già i Greci furono affascinati dall’Egitto, e Erodoto compose quello che potremmo definire un primo trattato di Egittologia, nelle sue Storie; sulla sua scia altri autori cercarono di studiare e descrivere il paese del Nilo. Con l’avvento del Cristianesimo e la chiusura dei templi (531 d.C.) la scrittura geroglifica viene dimenticata e si perde il ricordo della civiltà dei faraoni; i loro monumenti diventano muti e misteriosi. L’Occidente dimostra per il lontano Egitto un interesse accompagnato inizialmente da una totale ignoranza sul soggetto; ma questa ignoranza non era certo oblio: l'antico Egitto continuava a essere presente nell'immaginario europeo sotto varie forme; esso traspariva dalla mitica saggezza dell'Ermete Trismegisto (forma del dio Thot "Tre volte grande" assimilato a Hermes) di cui parlavano i testi di varie epoche; traspariva nella cultura degli alchimisti che cercavano la perduta saggezza degli uomini del Nilo; e nei misteri costruttivi delle confraternite dei costruttori di cattedrali, che si tramandavano di generazione in generazione i segreti degli architetti egizi; e ancora, nei riti della massoneria, in quelli delle "streghe" perseguitate dal Medioevo al Rinascimento (in realtà depositarie di una deformata ritualità dei culti isiaci), e così via. Questa situazione ebbe fine il 21 luglio 1798, quando Napoleone, sbarcato in Egitto, vinse la battaglia delle piramidi e aprì al suo folto gruppo di studiosi le porte dell’Egitto. Il risultato della loro missione sarà riassunto nella monumentale Description de l’Egypte, apparsa nel 1809; i grandi volumi in folio illustrano i monumenti egizi con splendide tavole preparate da quattrocento incisori su rame che vi lavorarono per venti anni; l’opera portò nelle case degli studiosi occidentali i monumenti d’Egitto permettendo i primi studi. Ma la grande opera sarà preceduta da quella di Vivant Denon, padre fondatore del Museo del Louvre; egli fu il primo studioso della spedizione a percorrere la valle del Nilo precedendo, assieme all'armata, i "savants" napoleonici e raccogliendo immagini e impressioni che furono pubblicate nel suo Voyage dans la Haute et la Basse Egypte (1802), che precede la pubblicazione della Description (dal 1809). La pubblicazione fu ben più che un successo: scatenò quella che fu chiamata "Egittomania". Una mania che, specialmente in Francia, non è più tramontata. Se questa era l’infanzia dell’Egittologia (e, parallelamente, dell'Egittomania presso il pubblico) l’adolescenza si può dire inizi nel 1814, con i primi passi sullo studio della lingua egizia (demotico e geroglifico) da parte di Åkerblad e Young; e si sviluppò dal 1822, quando Champollion tradusse i geroglifici e furono finalmente comprensibili i misteriosi documenti egizi: il popolo dei faraoni ritornava a parlare. Tuttavia dal punto di vista archeologico questa fase continuò a essere un’epoca di razzia e di caccia al tesoro; i dominatori dell’Egitto non avevano alcun interesse per il passato faraonico, a loro del tutto estraneo, e gli europei poterono riempire i propri musei saccheggiando il paese; va tuttavia sottolineato anche il fatto che tali saccheggi salvarono migliaia di reperti dalla scomparsa, poiché gli Egiziani stessi per millenni hanno distrutto il proprio patrimonio archeologico fondendo l’oro dei tesori, usando i monumenti come cave di pietre, arrivando persino a distruggere intere città (per esempio Antinoopolis, oggi Sheikh ‘Ibada, scomparsa nei forni da calce); molti monumenti sono noti solo dalle tavole della spedizione napoleonica, perché poi furono completamente cancellati dagli abitanti locali. Mise fine a tutto ciò Auguste Mariette, che nel 1858 creò il Servizio delle Antichità d’Egitto e il Museo di Bulaq, che divennero rispettivamente l’attuale organo di tutela e ricerca delle antichità egizie e il Museo Egizio del Cairo. Ciò mise un freno alle razzie, locali o straniere, e fece nascere una regolamentazione nelle ricerche. Gli scavi divennero sempre più scientifici e la caccia al tesoro si trasformò in vero lavoro archeologico in cui più del reperto conta l’informazione che il contesto può fornire. Nacquero anche all’estero società di ricerca quali la Mission archéologique française (dal 1880), divenuta poi Institut Français d’Archeologie Orientale (IFAO, 1900); l’inglese Egypt Exloration Found, L’Istituto Archeologico Tedesco, ecc.; oggi quasi ogni stato occidentale e dell’Europa dell’Est ha una o più missioni in Egitto, senza dimenticare quelle americane e giapponesi. L’Egittologia, oltre ad aver fatto enormi progressi sul piano archeologico, ha fatto anche passi da gigante uscendo dall’ambito in cui era stata confinata; lo sviluppo di altre discipline e la loro interconnessione sta dando un quadro più ampio della civiltà nilotica nello spazio (i suoi rapporti con le civiltà limitrofe) e nel tempo (con lo sviluppo degli studi preistorici e protostorici). Oggi gli egittologi si servono sempre più (quando non ne sono essi stessi artefici) degli studi sahariani, di discipline quali Geologia, Paleoclimatologia, Paleobotanica, Paleoantropologia, Archeologia Preistorica, e così via. Il quadro che ne risulta è molto più ampio, più completo, e aiuta a comprendere la genesi di idee e strutture della civiltà egizia. Aggiungiamo anche lo sviluppo dei computer dagli anni ‘70, che ha portato a un radicale cambiamento nello studio di quelle culture, con lo sviluppo di analisi statistiche di ogni tipo; inoltre le ricostruzioni computerizzate e le ricerche con la realtà virtuale fanno intravedere possibilità inimmaginabili fino a pochi anni fa. Tutto ciò si lega, oggi, indissolubilmente con il mondo dei mass-media e dell'economia: le missioni hanno bisogno di fondi, e spesso tali fondi non sono coperti completamente dallo Stato; dunque entrano in campo gli sponsor; questo vuol dire per loro necessità di ritorno pubblicitario e, dunque, di massima diffusione delle scoperte; diviene dunque vitale per le missioni, al di là del fondamentale studio scientifico, una presentazione divulgativa al pubblico mediatico. Ciò contribuisce a mantenere salda l'Egittomania. Più vicini al pubblico italiano vi sono altri fenomeni: pochi anni fa la serie di romanzi di un noto egittologo francese, divenuto scrittore, ha avuto un clamoroso successo di pubblico (creato anche ad arte grazie ad una massiccia campagna pubblicitaria; il risultato, oltre alle vendite dei romanzi, è stato un rifiorire di curiosità, passione, sete di indagare quella civiltà lontana, perduta, eppure ancora vicina e presente in mille aspetti della nostra civiltà. A ciò si aggiungano le spettacolari scoperte di questi ultimi anni (la "Valle delle Mummie d'oro", il faro di Alessandria ecc.), il grande potere mediatico di personaggi come Zahi Hawass, e infine le strampalate teorie su extraterrestri, stanze segrete delle piramidi, età della Sfinge.

I "misteri" delle piramidi… Veniamo alla seconda domanda e a un capitolo completamente diverso: quello della "fanta-archeologia" o della "pseudoegittologia". Due esempi per tutti? La teoria di Orione e l'età della Sfinge. Questi argomenti non sono rigettati, almeno da me, per partito preso, per condizionamento mentale da parte degli studi universitari, o dalla mia professione; certo, fattori che incidono, questi, ma che mi portano a rigettare tali teorie perché forniscono prove concrete e inconfutabili di come tali teorie non reggano e di come non facciano neppure parte del campo scientifico. Cos'è la pseudoegittologia? Accanto alle scienze, frutto di anni di lavoro da parte di generazioni di specialisti, si sviluppano spesso pseudo-scienze nate spesso da freddi calcoli d’interesse; è risaputo che un libro sulle maledizioni dei faraoni o sugli extraterrestri nell’antico Egitto vende spesso di più che la narrazione della realtà storica; talvolta degli autori, affascinati dall’antico Egitto, ma digiuni della materia, decidono di scrivere un libro sulla base di poche letture e tante congetture. Nascono così le visioni distorte della storia egizia, basate ancora sulle leggende medievali, sugli scritti dei classici (che a loro volta riportavano spesso le fantasie di guide locali) o addirittura della più pura immaginazione che viene spacciata per storia; vengono create "prove" e inventati reperti che avvalorano le tesi di tali autori; poi ricerche più serie rivelano che le prove non esistono e i reperti sono pure fantasie: valga per tutti l’esempio della popolare storia della "maledizione di Tutankhamon", di cui possiamo ricordare che fu inventata dalla fantasia di Conan Doyle, rilanciata dai giornalisti e che portava a sostegno l’iscrizione che, rinvenuta su una lampada della tomba, malediceva i profanatori: peccato che nella tomba del re (né in nessun’altra tomba reale) non fosse mai stata rinvenuta alcuna iscrizione del genere, creata dalla fantasia (e dalla poca onestà) di un giornalista che voleva vendere di più. Altro ramo fiorente della pseudo-egittologia è quello che appartiene puramente al campo delle invenzioni (purtroppo spacciate spesso per teorie pseudo-scientifiche a beneficio di un pubblico ingenuo) e che attribuisce agli Egizi la conoscenza di scienze superiori o di un potente sapere magico. Dedichiamo poche parole a due esempi che trovano fin troppo spazio presso i media. Un capitolo particolarmente fecondo è quello della Piramidologia: questa pseudo-scienza nacque nel secolo scorso con le migliori intenzioni; quando ancora la scienza egittologica muoveva i primi passi. L’astronomo Piazzi Smith aveva scritto opere come Our Inheritance in the Great Pyramid", e "Life and Work at the Great Pyramid (1856); in tali opere si sviluppavano varie teorie mistiche basate sulla Bibbia, in una sorta di fondazione di una nuova qabbalah; l’autore era assolutamente in buona fede e convinto di quanto scriveva e a sua discolpa va aggiunto sia il fatto che l’ambiente dell’epoca (sino alla prima metà del ‘900) era propizio allo sviluppo di tali idee, dato che vede il fiorire di ogni tipo di scienza esoterica, sia il fatto che le conoscenze egittologiche erano ancora ai primi passi. Per comprendere come all’inizio anche persone estremamente logiche potessero lasciarsi affascinare da quelle teorie ricordiamo che colui che divenne il grande egittologo Petrie e suo padre vi si interessarono e decisero di compiere nuove misurazioni alla Grande Piramide; fu quello il primo contatto di Petrie con l’Egitto. In seguito, resosi conto che si trattava di fole, egli abbandonò le teorie pseudo-egittologiche e si dedicò alle pure misurazioni architettoniche; poi divenne uno dei giganti dell’Egittologia. Opere come quelle di Piazzi Smith suscitarono l’entusiasmo di chi aveva una maggior propensione per l’esoterismo, e il fenomeno superò la stessa idea del fondatore della piramidologia; si creò persino un’associazione e si riempirono volumi su volumi con calcoli complicati da cui sarebbe risultato che gli Egizi avevano previsto le guerre del 1914 (ma i piramidologi se ne accorsero nel 1936) e del 1939 (data "scoperta" nel 1942); come si svilupparono queste "profezie", tutte a posteriori, così fiorivano anche tutti i dati astronomici immaginabili: la Grande Piramide avrebbe così conservato segreti come la distanza fra terra e sole e simili; va detto a onore dei piramidologi che, dopo i molti tentativi di previsioni, in anni recenti, fallita l’ultima "previsione" non realizzatasi e dimostratasi l’inconsistenza della loro pseudo-scienza, la società è stata coerentemente e onestamente sciolta. Ma in Italia molti appassionati, in ritardo sui tempi come spesso accade, continuano a rincorrere le più sfrenate fantasie, spesso attaccando gli egittologi di professione e, invitati a consultare testi scientifici, confessano candidamente di non avere il tempo per tali studi che, in ogni caso per loro non avrebbero nessun valore. Beh, anche questo fa parte di un buon sistema democratico. L'importante è non confondere scienza con fantasia.

… e i "misteri" della Sfinge. Dato il successo di questi argomenti sui mass-media, vale la pena parlare delle leggende metropolitane nate in questi ultimi anni dalla fantasia di appassionati e giornalisti; secondo tali fantasie la Sfinge avrebbe 40.000 anni, le piramidi riprodurrebbero la costellazione di Orione e gli Egizi sarebbero addirittura extraterrestri provenienti da tale costellazione; dovremmo lasciar perdere l’ultima affermazione, che non è degna di nota, facendo parte del puro regno della fantasia; tuttavia penso che il pubblico abbia il diritto di capire se io affermi questo per partito preso o per valide ragioni; se tali teorie riposano su qualche dato concreto o se sono frutto della fantasia degli autori, sia per pura passione e convinzione sincera, sia perché, ahimè, nella nostra società è molto più redditizio inventare storie fantastiche per il pubblico, spacciandole per vere, piuttosto che offrire la verità; dedicherò dunque ugualmente qualche riga all’argomento. Vediamo i vari punti singolarmente.

Le "camere segrete". Negli ultimi anni la scoperta di cavità nella sfinge ha diffuso un brivido fra gli appassionati, non tanto di egittologia quanto di esoterismo, alla ricerca di emozioni fornite da tesori nascosti o da segreti di magie passate. La realtà è diversa. Durante i lavori di pulizia e restauro della sfinge sono venute alla luce tre cavità, ma non si tratta affatto di eccezionali ritrovamenti, innanzi tutto perché le scoperte non sono affatto nuove, e poi perché non hanno nulla di eccezionale. Ma vediamo i dettagli, come risulta dalla descrizione del responsabile agli scavi, Zahi Hawass. Il primo passaggio, presso la testa, fu in realtà scoperto già nel 1830 dall’esploratore Richard Vyse, che impiegò addirittura la dinamite per accedervi, trovando la piccola cavità assolutamente vuota; il secondo passaggio, che si trova presso la coda, sotto le zampe, fu ugualmente menzionato di sfuggita da Vyse; riesplorato ai nostri giorni, è stato descritto come un foro che introduce in un pozzo che si spinge nel corpo della sfinge per circa nove metri e dopo due curve (a destra e poi a sinistra), termina a fondo cieco; alcune tracce mostrano che la cavità era stata usata come sepoltura ritenuta particolarmente fortunata (perché sotto la "magica" sfinge) durante la 26a dinastia; il cunicolo è poi stato visitato da cercatori di tesori come prova un paio di poveri sandali del secolo scorso rinvenuti al suo interno. Un terzo cunicolo è stato aperto ed esplorato nel febbraio 1995, ma era già stato scoperto da Émile Baraize e regolarmente registrato dallo stesso Servizio delle Antichità nel 1926; anche in questo caso si trattava di un breve tunnel cieco. Nessuna camera segreta, dunque, e nessun tesoro di civiltà perdute; è un peccato che a molti non bastino quelli, meravigliosi, lasciatici dall’antico Egitto. Ricordiamo infine che Zahi Hawass ha ripulito il terreno intorno alla Sfinge sino allo strato roccioso originale e compatto, che è privo di aperture.

Visitatori spaziali da Orione? A proposito di camere segrete, due appassionati più di esoterismo che di archeologia, Graham Hancock e Rober Bauval, hanno riscosso un notevole successo con i propri libri e documentari basati sulla teoria "rivoluzionaria" (lo sono sempre, quanto più fantasiose esse siano) secondo cui una civiltà avanzatissima, precedente a quella egizia, avrebbe dato all’umanità le conoscenze poi attribuite al popolo dei faraoni; ovviamente molte altre conoscenze sarebbero nascoste, in attesa di esser rivelate da chi comprenderà il messaggio misterioso lasciato da questi esseri che, pensate un po’, vengono addirittura da Orione! A parte le fantasie, certo molto remunerative, che vengono periodicamente create e che del resto in una civiltà democratica hanno diritto di esistere (ma ben separate dalla realtà scientifica), tali teorie non sono affatto nuove. Con stili diversi e "prove" (che tali poi non sono) vari autori tirano fuori periodicamente simili fantasie; nel caso specifico i due autori sembrano aver costruito le loro teorie ripescando la leggenda e la vecchia teoria esoterica di Edgar Cayce, secondo cui una civiltà perduta, che fu nientemeno che quella di Atlantide, avrebbe lasciato una camera segreta fra le zampe della Sfinge; in questa camera nascosta, che avrebbe dovuto essere scoperta alla fine del nostro millennio, si troverebbero tutti i documenti storici e esoterici che darebbero i grandi poteri di Atlantide, e altre fantasie simili; ebbene, i due autori avrebbero trovato prove dell’esistenza della famosa stanza! Osservando adesso con più serietà le cose, vediamo che, dopo le minuziose ricerche del Servizio delle Antichità, che ha scavato, ripulito, restaurato, fatto prospezioni con le più moderne tecnologie, nessuna stanza segreta è mai stata scoperta fra le zampe della sfinge. La stele di Tuthmosis IV è davvero una stele e non la magica porta per la stanza segreta. Inoltre le ricerche hanno rinvenuto vari utensili egizi utilizzati per creare la sfinge: ulteriore e innegabile prova del fatto che il monumento è dell’Antico Regno, come gli strumenti rinvenuti. Nella teoria di Orione, ideata da Bauval, le piramidi di Giza (e anche le altre a nord e sud) non sarebbero altro che dei punti su una gigantesca carta astronomica che riproduce la costellazione di Orione com’era 10.000 anni prima dell’Antico Regno; ovviamente, sarebbero stati gli alieni provenienti da quella costellazione a costruire il tutto. Ancora una volta, lasciamo le fantasticherie e torniamo con i piedi sulla terra: chi ha una preparazione astronomica basata su più solide fondamenta, si accorgerà che, se la teoria fosse giusta, sarebbero state dimenticate alcune fra le stelle più brillanti della costellazione; inoltre la forma della costellazione sarebbe stata simile a quella della posizione delle piramidi nel 10.500 a.C. e questa, anziché essere una prova della maggiore antichità della loro costruzione, è al contrario una prova dell’impossibilità della teoria, dato che tutte le altre prove dicono chiaramente le piramidi furono costruite effettivamente nell’Antico Regno; giustamente Zahi Hawass si domanda perché certa gente si ostini a preferire teorie fantastiche e a inventare "prove" ignorando i fatti: abbiamo il nome di Khufu inciso in una parte della piramide ove solo i costruttori avrebbero potuto inciderlo (in una delle camere al di sopra della sala funeraria), abbiamo gli strumenti con cui le piramidi furono costruite; possediamo le abitazioni, gli oggetti, i nomi, le tombe e persino i corpi dei costruttori: cos’altro ancora è necessario per convincere chi davvero vuol conoscere la verità? Le piramidi sono allineate secondo la stessa direzione poiché gli Egizi solevano allineare tutti i propri monumenti secondo i punti cardinali o secondo un "nord nilotico"; inoltre le piramidi sono state allineate secondo una linea che non riproduce alcuna costellazione (tra l’altro le costellazioni egizie erano differenti, senza contare le leggere variazioni delle posizioni relative delle costellazioni e delle singole stelle); in realtà l’allineamento fra di loro dei monumenti è dettato da criteri geomorfologici (il terreno dell’area è costituito da una sorta di terrazzamenti), estetici e architettonici. In conclusione, è divertente ascoltare le teorie fantastiche e talvolta affascinanti, ma è bene distinguerle sempre dall’analisi scientifica e dalla realtà storica.

L’età della sfinge. Dal 1987 Antony West e Robert Schoch, quest’ultimo geologo dell’Università di Boston, hanno fatto parlar molto della sfinge con la "scoperta rivoluzionaria" che essa avrebbe non 4500 anni circa, ossia l’età del regno di Khafre, bensì 12.000 anni o più (o, secondo le versioni fornite negli ultimi anni, dal 40.000 al 5000 a.C.). Tale "scoperta rivoluzionaria" si basa sulle analisi della roccia in cui la sfinge è scolpita e sui calcoli dei due autori della teoria basati sull’erosione calcolata in base alle piogge; secondo gli autori della teoria, la sfinge è talmente erosa dalle precipitazioni che i segni sul suo corpo testimonierebbero che essa fu scolpita in un periodo umido, in cui piogge violente spazzavano quell’area dell’Egitto. Detta così, la teoria scorre limpidamente; tuttavia i fatti sono diversi: innanzi tutto, è ovvio che l’analisi della roccia riveli un’età anteriore a quella del monumento, come nel caso di ogni monumento in pietra, ma in questo caso l’età non sarebbe di 40.000 o 10.000 anni bensì di milioni di anni, dato che è questa la scala in cui andrebbe misurata l’età del calcare del monumento; in effetti è piuttosto evidente che l’età di un monumento non è quella del materiale in cui è scolpito: analizzando il Mosè di Michelangelo si scoprirebbe che il marmo è vecchio di milioni di anni, come accade per qualsiasi monumento in pietra, dal Colosseo al Duomo di Colonia, dal palazzo del Louvre ai templi dell'Acropoli di Atene. Da questo punto di vista dunque la pietra della sfinge non ha 12.000 anni ma molti di più (si tratta di calcare nummulitico che si formò fra la fine dell’Era Secondaria e l’inizio della Terziaria e venne allo scoperto con il ritiro del mare eocenico, 40 milioni di anni fa). L’età in cui quel calcare fu scolpito è invece un’altra cosa. Il geologo Schoch, come abbiamo visto, basa i suoi calcoli sullo studio dell’erosione che, all’analisi, non risulta solo di tipo eolico (ossia dovuta ai venti) ma anche di tipo idrico, quindi, secondo Schoch, dovuto alla pioggia, che fu presente solo sino al 10.000 a.C. (o, in altre versioni, dal 5.000 a.C.); ma se il ragionamento non è sbagliato, lo sono le basi su cui poggia; innanzi tutto le piogge non smisero di bagnare l’Egitto nel 10.000 a.C. per non ritornare più, ma vi furono intense precipitazioni a più riprese: il periodo più noto ai geologi, ai meteorologi e egli archeologi che si occupano della preistoria dell’Egitto è quello chiamato "Umido Neolitico"=", che andò dal 10.000 al 4.000 a.C., declinando lentamente sino a portare alla situazione di attuale aridità solo verso il 3.000 a.C.; tuttavia ciò non fu la fine della piovosità, perché si registrarono altri periodi più freschi in epoca storica: per esempio, dal Nuovo Regno il clima fu più rigido che nell’Antico e Medio Regno, e anche successivamente la piovosità (e dunque l’erosione) dell’area ha subito numerosi cambiamenti nel corso dei secoli: per esempio, ancora nel XVI e XVII secolo della nostra era si registrarono dei lunghi periodi di piovosità che hanno eroso i monumenti più di quanto non avessero fatto i secoli precedenti. Ciò dimostra che già solo le piogge sarebbero sufficienti a spiegare un’erosione maggiore di quella calcolata da West e Schoch. Tuttavia vi è un altro importante fattore: l’erosione della sfinge non è dovuta solo ad acqua piovana e a vento. In effetti, come abbiamo visto, il monumento fu sepolto per secoli, poi liberato e ancora sepolto. Gli studi dell’egittologo Zahi Hawass, di Mark Lehner e Lal Gouri (geologo) hanno chiarito che il particolare tipo di erosione che ha colpito la sfinge è dovuto innanzi tutto alla posizione del monumento: esso si trova infatti entro una fossa a forma di U scavatagli intorno, ed è quella che ha sempre avuto la tendenza ad essere riempita dalla sabbia; ora, gli studi di cui sopra, appoggiati dal geologo James Harrel, hanno dimostrato che l’erosione del monumento è dovuta proprio all’acqua, ma non a quella piovana (o non solo) bensì a quella presente per infiltrazione nella sabbia che ricopre gli strati calcarei; si tratta proprio di quella sabbia che, colando nel fossato e ricoprendo la sfinge, veniva invasa dall’acqua (sia piovana, sia proveniente dall’innalzarsi della falda idrica durante le inondazioni) d’infiltrazione; il contatto costante con il monumento ne ha causato la presente erosione e l’indebolimento profondo della roccia, che, portata alla luce, continua a sfaldarsi costantemente a causa dell’erosione eolica. Nessun mistero, dunque: è oggi provato che lo sperone fu sfruttato come cava nel regno di Khufu e che la sfinge risale al successivo regno di Khafre.

Egitto e Nubia: le ragioni di un'esistenza. Ma veniamo al tema del mio intervento: perché ho dedicato la mia vita all'Egitto e alla Nubia? Innanzi tutto, lasciatemi dire che se ho accettato volentieri il tema concordato con Pruneti, mi sono sentito al tempo stesso lusingato e preda di un leggero timore superstizioso (benché ami credere di non essere sfiorato dalla superstizione…): un tema simile è adatto a chi è alla fine di una carriera, a un ultraottantenne; e io, di anni, ne ho ancora 45; e 23 di carriera; ma quanto intensa, è vero; quanto ricca di esperienze, di luoghi, di genti, di storia... E dunque, perché no? Innanzi tutto, perché l'Egittologia, i deserti, le esplorazioni, l'archeologia? Potrei rispondere con ponderate idee scientifiche, ma mentirei: il tutto nasce dai sogni di bambino. Avevo quattro anni quando sfogliavo i libri di archeologia di mio padre (che però è medico); ed erano quelli che più mi affascinavano. Sono nato in montagna e mi piaceva passare intere giornate da solo in "esplorazione" dei boschi vicini. Mio nonno mi raccontava dei lunghi anni da lui passati in Africa; e così faceva mia madre: erano racconti intrisi di nostalgia per la magia di quei luoghi lontani ormai nel tempo e nello spazio: l'Etiopia, l'Eritrea, le montagne, le savane, i monumenti e la magia della natura. Credo che in questo e in tante altre cose si trovino le radici della mia scelta. E nella mia caparbietà: ho sempre sognato, e ho sempre lottato per realizzare i sogni. Quei sogni che da bambino chiunque di noi ha avuto: volevo essere archeologo, ed esploratore, e viaggiare, libero, per i deserti, visitando l'Africa, scoprendo luoghi sconosciuti, inseguendo il passato e respirando il presente. Sogni lontani? No, la costanza, la voglia di far vivere quei sogni mi hanno accompagnato in ogni giorno della mia vita, e ho trasformato quei sogni in realtà. Perché l'Egittologia in particolare, nel vasto panorama dell'archeologia? Perché ebbi la fortuna di incontrare una persona meravigliosa, il professor Silvio Curto, all'epoca direttore del Museo Egizio di Torino e più tardi Soprintendente alle Antichità Egizie di Torino; mi ha fatto da maestro, seguendomi negli studi e nel lavoro per ben dieci anni. Forse dovrei dire Maestro, con la M maiuscola, poiché il debito di gratitudine da me contratto non riguarda solo l'Egittologia, ma il messaggio di immensa umanità e lealtà che mi ha trasmesso. A ventidue anni feci il primo viaggio, che mi portò non solo in Egitto, ma sin nel lontano Kordofan, fra i Nuba del Sudan; nei lunghi mesi del viaggio vissi con loro e con tante altre genti, fra cui i Nubiani della regine nord, coloro che sono i discendenti degli antichi kushiti, coloro che custodiscono le affascinanti rovine di civiltà lontane da noi migliaia di anni. E fu amore: mi innamorai della Nubia Sudanese, di quei monumenti, di quelle culture, e mi resi anche conto di quanto lacunosa fosse la documentazione su quei monumenti. Nacque così la prima idea del "Progetto Nubia". In seno a questo progetto, che mi vide lavorare in Sudan dal 1979 al 1988 (e viverci fra il 1984 e il 1988), nacque il primo archivio archeologico della Nubia; inevitabilmente, condurre un progetto di survey non porta solo a fotografare, cartografare, registrare i siti noti, ma porta anche alla scoperta di decine di siti archeologici; inoltre non è possibile vivere con il paraocchi e dunque ignorare i problemi delle popolazioni; dato che la mia formazione non era solo egittologica (con Curto) ma anche naturalistica, creai, con l’Università di Pavia, il primo progetto di Ecologia Umana Applicata (progetto di intervento multidisciplinare applicativo) finanziato dal Ministero per gli Affari Esteri e divenuto applicativo in collaborazione con l’ONU. Il colpo di stato del 1988, guidato dagli integralisti musulmani, mi portò ad abbandonare un Paese che ho profondamente amato, ma di cui non potevo più ignorare certi aspetti. Fu così che dal 1989 mi dedicai a un altro progetto, forse ambizioso, ma di certo appassionante: nacque il "Progetto Prometeo", con lo scopo di esplorare le vaste distese dei deserti egiziani, alla ricerca delle radici della cultura egizia, per scoprire e studiare i siti preistorici che conservano quelle lontane radici; in seno a questo progetto abbiamo scoperto centinaia di siti e abbiamo provato che il passaggio fra Paleolitico e Neolitico avvenne in Egitto prima che nel Vicino Oriente e che avvenne per gradi, producendo fra l'altro la più antica ceramica oggi nota; ho esplorato l’area più lontana del Deserto Occidentale egiziano, che le nostre spedizioni sono state le prime a raggiungere; in queste vaste distese sahariane ho realizzato la prima cartografia delle stesse aree; ho avuto la ventura, assieme e grazie a Giancarlo Negro, di scoprire quella che potrebbe essere l’oasi di Zerzura, cercata invano da decine di esploratori sahariani sin dal secolo scorso (si tratta dell’oasi cercata dal protagonista del film Il paziente inglese); un'altra scoperta è quella della "Pista di Alessandro Magno", percorsa dal conquistatore alla volta dell’oasi di Siwa; nel Deserto Orientale egiziano le nostre spedizioni hanno scoperto un villaggio minerario egizio, numerose miniere d’oro della stessa epoca, tre fortezze romane e le più grandi cave di selce del mondo sino ad oggi note, sfruttate dalla preistoria egizia sino all'epoca romana. Certo, l'esplorazione fine a sé stessa sarebbe sterile, e dunque ciò che si scopre deve andare a braccetto con gli studi e le pubblicazioni. Così, in campo accademico ho avuto modo di colmare le lacune storiche che ancora occupavano il quadro della storia nubiana per vasti periodi, prima sconosciuti (dal 3000 al 2200; dal 1100 all’800 a.C.); sempre in tema di deserti ho tracciato la prima storia del popolo Medjay del Deserto Orientale, prima noto solo da documenti egizi e altrimenti del tutto sconosciuto. Quello che fu il Progetto Nubia, poi Progetto Prometeo, in anni recenti ha preso una nuova forma, concretizzandosi in una struttura multidisciplinare di ricerca che ho chiamato CRE (Centro Ricerche Egittologiche) da me fondato e diretto; il CRE oggi, oltre ad integrare gli archivi fotografici, cartografici, archeologici e informatici di cui sopra, è all’opera per realizzare la ricostruzione in realtà virtuale di intere aree archeologiche, come quella tebana, con ogni monumento noto. Il CRE ha ricevuto dal Consiglio Supremo delle Antichità la concessione per la missione di ricerca e scavo nel deserto tebano e oggi continua le ricerche nel lontano Gran Mare di Sabbia e nelle oasi d'Egitto. Un bilancio di questi miei 23 anni di lavoro? Certo, ho realizzato i miei sogni, ma ho cercato di condividerli con quanta più gente è possibile, dedicando una vasta parte del mio lavoro alla divulgazione, perché credo fermamente che, se il lavoro rigoroso e scientifico è la base indispensabile senza cui le ricerche non potrebbero esistere, è anche vero che la divulgazione dà un senso alla nostra professione, poiché ciò che scopriamo deve dare qualcosa a tutti, uscendo da un ristretto circolo di professionisti. E, se questo può avvenire facendo sognare qualcuno, questo sarà un altro obiettivo raggiunto in questi miei 45 anni di vita.

Maurizio Damiano
direttore Centro ricerche egittologiche di Verona
1° Convegno mediterraneo di Archeologia Viva

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