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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Guido Vannini

'Shawbak, le crociate e il Mediterraneo medievale: quella frontiera lunga un secolo'

Nella storia della Transgiordania. Da quasi vent’anni la Missione archeologica dell’Università di Firenze indaga su tematiche che solo di recente sono diventate oggetto di studio nel Vicino Oriente mediterraneo. Particolarmente rilevante è la rilettura, con esiti storici sorprendenti, del periodo medievale di una regione chiave eppure poco studiata come la Transgiordania. Nella fattispecie parliamo di una delle più affascinanti aree archeologiche monumentali: il castello di Shawbak (XIII secolo). Nel corso della sua storia tutt’altro che lineare, e dunque proprio per le sue oscillazioni storiche, esso risulta aver saputo interpretare con assoluta fedeltà sia le fortune che le eclissi di una regione spesso sottovalutata dai vicini Egitto e Siria. Una delle vocazioni che ora si possono intravedere nelle diverse stagioni della sua storia è quella di aver saputo coniugare un ruolo spesso decisivo nel contesto territoriale di appartenenza con una dimensione più ampiamente mediterranea. Un ruolo che è stato possibile riconoscere solo attraverso gli strumenti scientifici dell’archeologia e che si sta rivelando come un archivio insostituibile per la comprensione dell’intera storia della Transgiordania medioevale.

Eclissi della società feudale.
Il sito, cui è dedicato un intenso piano di valorizzazione da parte delle autorità giordane, è oggetto di un accordo internazionale di cooperazione tra l’Università di Firenze e il Ministero dei Beni culturali della Giordania. Un accordo che implica ricerca archeologica, restauro conservativo e valorizzazione. Pur impostato su specifica base culturale, lo stesso accordo tiene presente l’importante dimensione economica che la valorizzazione dei beni culturali ha per lo sviluppo del paese. Tuttavia crediamo che occorra conferire una consapevole visibilità anche a impliciti valori politici relativi alla dimensione culturale e scientifica. Innanzitutto siamo davanti a un sito crociato nel Medioriente e dunque a una sfida da raccogliere per un’interpretazione non strumentale della storia. Nella convinzione che le reali dimensioni della conoscenza storica possano fornirci autonomia ed equilibrio nel giudizio di un passato da scoprire come comune e virtuosamente complesso. Il sito da otto anni è parte di un progetto universitario dedicato allo studio della società feudale. Un tema storiografico classico, ma con la peculiarità dell’approccio archeologico nello studio della formazione e struttura della signoria territoriale. La stagione storica su cui è focalizzato questo interesse è quella del passaggio dall’autunno del Medioevo al sorgere dell’Europa e del Mediterraneo moderni. Momento in cui la società feudale entra in crisi di fronte ai nuovi poteri centrali emergenti. Lo stesso periodo in cui vediamo in Italia la nascita delle città mercantili come Firenze e in Europa delle monarchie nazionali. In questo senso l’eclissi degli stati crociati non è altro che un capitolo dell’eclissi delle società medievali di fronte a questi nuovi poteri centrali. Temi davanti ai quali la ricerca archeologica medievistica negli ultimi anni si è dovuta “riattrezzare” per contribuire al dibattito storiografico sui tempi classici.

La frontiera come categoria storica. Le ricerche della missione archeologica costituiscono la base e l’occasione per una manifestazione internazionale – prevista a Firenze e consistente, rispettivamente, in una mostra (“Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera”, a Palazzo Medici) e in un congresso (“La Transgiordania nei secoli XII-XIII e le ‘frontiere’ del Mediterraneo medievale”, a Palazzo Vecchio) – che intende quindi concentrarsi sulle modalità attraverso cui il secolo “crociato” riattivò in questa terra la struttura storica della “frontiera” che, in termini di diacronia “intermittente”, rappresenta forse la più importante radice identitaria dell’intera Transgiordania. Il recupero della sua antica funzione di cesura e cerniera tra nord “siriano” e sud “egiziano” (i potentati storici della regione) – con il breve riemergere, dopo la gloriosa stagione nabateo-romano-bizantina, fra ed est “arabo” e ovest “mediterraneo” – restituì alla regione, reinterpretandolo profondamente, un ruolo che essa sembra perdere ogni volta che diventa solo la zona interna di un più vasto dominio. La valle di Petra e il suo “sistema” territoriale transgiordano perderanno, infatti, nuovamente con l’abbandono crociato dell’intera valle del Giordano questo ruolo baricentrico, alla fine del secolo; e tuttavia la documentazione archeologica raccolta, sorprendentemente, dimostra che la regione non tornerà alla collocazione periferica in cui si trovava all’arrivo degli europei, finendo per acquisire – come concreto esito storico, oltre le intenzioni o la stessa consapevolezza degli europei – una rinnovata, precisa identità, ben rappresentata dalla continuità di funzione autonoma sia amministrativa che militare, mantenuta dagli Ayyubidi e dai Mamelucchi e non più perduta, ai due centri egemoni di Shawbak e della stessa antica città di Karak con il suo grande castello “urbano”, il Crac de Moab.

“Archeologia leggera”. In sintesi si passa ora dall’analisi dell’episodio, ovvero del singolo sito, a quello del fenomeno, che è la dimensione della storia, della tematica. Un’opzione metodologica che è chiamata “archeologia leggera”. Quella che sceglie dunque il territorio prima del terreno in cui operare. Un approccio che integra alla fase dello scavo anche l’archeologia dei paesaggi e dell’ambiente per riuscire a ingrandire situazioni particolari. Il castello di Shobak è dunque il punto di arrivo e di partenza di un itinerario di ricerca che ha interessato l’intera regione. Uno dei castelli più belli del Medioriente, l’unico le cui ricerche sono state assegnate a una missione italiana.

Guido Vannini
docente di Archeologia medievale all’Università di Firenze



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