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Louis Godart e Maria Ausilia Fadda'Micenei e Nuragici: culture e architetture a confronto'Minoici e Micenei nel Mediterraneo. Riferendoci al Mediterraneo intendiamo abbracciare una realtà che ovviamente va dalla costa siro-palestinese a quelle che oggi chiamiamo le Colonne d’Ercole, cioè lo Stretto di Gibilterra. E poiché una buona parte delle conversazioni di oggi è dedicata alla Sardegna, vorrei cercare di contestualizzare il rapporto tra la Sardegna e il Mediterraneo orientale durante l’età minoico-micenea. Mi riferisco a un periodo che va dal III alla fine del II millennio a.C. Durante questo vasto lasso di tempo, due grandi civiltà si sono sviluppate nel Mediterraneo orientale: la civiltà minoica e quella micenea, subentrata alla prima durante il II millennio a.C., in seguito al cataclisma provocato dall’esplosione del vulcano di Tera - Santorini, evento che cancellò la flotta minoica, distruggendo lo scudo protettore che consentiva a Creta di regnare indiscussa su tutto il bacino orientale del Mediterraneo. Commerci e relazioni mediterranee. Come si sviluppa il commercio nel Mediterraneo in quel periodo? Ci sono due grandi aspetti: uno che abbraccia il Mediterraneo orientale e l’altro che coinvolge quello occidentale. Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale notiamo una cosa importante. Sin dall’inizio del II millennio a.C. (1800 a.C. circa) i grandi centri statali del mondo egeo, ovvero i palazzi minoici prima e, a partire dal XVI sec. a.C., quelli micenei, hanno delle relazioni economiche, politiche e amministrative con i loro grandi interlocutori della zona ionica, della costa siro-palestinese e dell’Egitto. Questo significa che il commercio di cui il Mediterraneo orientale è teatro in quel periodo si sviluppa ad alto livello, cioè vede coinvolti gli Stati che controllano i territori dell’Egeo, della valle del Nilo, della costa siro-palestinese e anche di parte della penisola anatolica. Ad esempio, durante la XVIII dinastia, quando i faraoni s’impadroniscono di tutta la striscia di Gaza ed estendono i confini dell’Egitto fino ai monti del Tauro, tutte le merci che confluiscono nei porti della costa siro-palestinese, ormai sotto il controllo della potenza egiziana, vengono convogliate dalle navi egee verso la valle del Nilo. Le leggende affondano sempre le proprie radici nella storia. Orbene Tucidide ci parla della talassocrazia minoica, dunque di questo periodo, che vedeva le navi di Minosse comandare su tutto il Mediterraneo orientale. Era più facile affidare a queste imbarcazioni il compito di convogliare le merci che giungevano nei porti del Levante controllati dall’Egitto a commercianti egei che provvedevano a portarle via mare nella valle del Nilo, piuttosto che a carovane che erano facilmente preda di pirati. Quindi si sviluppa nel Mediterraneo orientale un grande commercio statale che vede coinvolte tutte le potenze di quella zona. Intanto nel Mediterraneo occidentale... Attraverso testimonianze archeologiche sempre più numerose, abbiamo la certezza dell’assidua frequentazione di alcune zone del Mediterraneo occidentale, da parte di popolazioni egee. Ma questa frequentazione avviene al di fuori delle grandi rotte commerciali statali. Tutte le località esterne citate nei testi egei del II millennio a.C. sono del Mediterraneo orientale come l’Egitto, Cipro, le grandi città della costa siro-palestinese o della costa ionica. Questo dimostra che per gli amministratori statali egei ciò che contava era il commercio nel Mediterraneo orientale. Ma chi erano questi commercianti e marinai che lasciavano l’Egeo per andare a cercare fortuna in occidente? Indubbiamente si trattava di persone che sviluppavano la loro attività parallelamente al commercio statale. Potremmo parlare di promotori di iniziative private che portano una pagina di storia egea nel Mediterraneo occidentale: in Sicilia, in Magna Grecia, nelle Eolie e in Sardegna. Alcuni frammenti di ceramica ispirata ai modelli micenei sono stati rinvenuti addirittura in Spagna. Quindi abbiamo un commercio periferico che si sviluppa al di fuori delle grandi rotte commerciali statali e che coinvolge tutto il Mediterraneo occidentale. Queste iniziative “private” sono certamente legate a una sorta di pre-colonizzazione, a una specie di migrazione di popolazioni più modeste alla ricerca di nuovi lidi e nuovi mercati. E ritroviamo in queste tracce la perenne storia delle migrazioni. È una storia fatta di dolore e di eroismo. Penso spesso a una delle frasi più amare della letteratura greca. È di Pitagora, che come sapete fu costretto ad abbandonare la sua isola di Samo per cercare fortuna in Occidente: «Lasciando il tuo paese e salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere». In queste parole è racchiuso tutto il dolore di chi, spinto dalla fame e dalle guerre, ha dovuto abbandonare la propria terra per crearsi una nuova vita in orizzonti lontani. Credo che alla luce di questo insegnamento, che viene dagli antichi coloni che hanno modellato il volto del Mediterraneo, dobbiamo trarre una lezione per i tempi di oggi. Alla luce delle esperienze del passato, la storia ci costringe a non chiudere le porte in faccia ai nuovi migranti, eredi di chi contribuì a creare il volto civile del Mediterraneo. Louis Godart Richiami micenei. Per uno studio dei confronti fra la civiltà micenea e quella nuragica si dovrebbero prendere in esame i monumenti più significativi della Sardegna dell'età del Bronzo come i numerosi nuraghi che segnano anche i territori più impervi della Barbagia e dell'Ogliastra, le maestose tombe dei giganti e i singolari templi a pozzo dedicati alla divinità delle acque. Oggi però vogliamo parlare prima di tutto dei templi a megaron, che richiamano il modello delle costruzioni dei Micenei risalenti al 1800-1700 a.C. Il primo che in Sardegna esplorò questi tempietti fu il noto orientalista Doro Levi, che tra il 1928 e il 1936, per la prima volta studiò i monumenti che si trovano nel comune di Dorgali, sulla costa orientale, all’interno di un grandissimo villaggio nuragico. A differenza di come avviene di solito, qui l’abitato non si sviluppa attorno al nuraghe. Tuttavia intorno al tessuto abitativo di questo insediamento ci sono ben tre tempietti a megaron che hanno ispirato il Levi a chiamarli così perché gli ricordavano le planimetrie delle case micenee. Ma in Sardegna questi edifici non avevano un uso civile, essendo luoghi di culto. Sono cioè un’espressione architettonica contemporanea dei più noti templi a pozzo. Con la grande differenza che mentre i templi a pozzo sono strettamente legati alla presenza dell’acqua sorgiva, quelli a megaron possono essere costruiti ovunque e l’acqua (elemento purificatore per eccellenza) veniva raccolto all’interno di grandi contenitori messi dentro la struttura stessa. Sui valichi della transumanza. Tra i due tipi di edifici a megaron, della Sardegna nuragica e del mondo miceneo, non ci sono contatti cronologici apprezzabili. Quelli di casa nostra sono molto più recenti e cominciano a essere costrutti alla fine del 1300 a.C. in piena età del Bronzo recente e inizio del Bronzo finale. Templi che hanno comunque una caratteristica comune tra loro: vengono costruiti in punti altissimi, quasi sempre nelle zone della Barbagia oltre i mille metri, in punti strategici, crocevia di grandi vie di transumanza. Punti d’incontro in qualche modo paragonabili ai nostri punti di sosta delle strade più importanti, dove tutti si incontrano e hanno qualcosa da scambiare o da raccontarsi. Luoghi che interpretavano l’esigenza di queste persone eternamente in movimento con il loro bestiame. Una transumanza che in Sardegna sopravvive ancora e passa proprio attraverso questi scomodi valichi. Accumuli di offerte. Nei luoghi di culto non si offrivano solo bronzi figurati, ma si accumulava ricchezza. Ovvero chi era preposto alla gestione del palazzo, gestiva anche i luoghi di culto e le risorse economiche. Noi archeologi ci lasciamo affascinare dal lusso e dai pregiati ornamenti dell’antichità, ma sbagliamo nel trascurare gli oggetti che ci parlano di quotidianità come asce, coltelli, picconi e altri manufatti destinati alla vita di tutti i giorni. Nella tesaurizzazione entravano del resto anche oggetti d’uso comune che venivano conservati con cura in una sorta di caveau, al di sotto del piano di calpestio del tempio. L’accumulo di ricchezza veniva ostentato con oggetti destinati solo ed esclusivamente al culto. I templi a megaron si trovavano in una posizione di quasi totale impenetrabilità, ma che non ha impedito ai nostri sardi nuragici di esprimere al meglio tutto il loro spirito religioso. Maria Ausilia Fadda Stampa |
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