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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Paolo Matthiae

'Esperienze mesopotamiche: la riscoperta di Ninive'

Matthiae. Stavo per ringraziare Pruneti per avermi offerto la gradita occasione di non parlare sempre di Ebla, ma a quel che sembra non è possibile sfuggire al proprio destino. L'attuale strategia di ricerca è improntata sull'esplorazione sistematica delle grandi fortificazioni della città. Sapevamo che erano strutture imponenti, di cui facevano parte terrapieni di 45 metri di spessore per un'altezza di venti metri, ma credevamo fossero nude e spoglie. Oggi sappiamo che erano intervallate ogni due-trecento metri da grandi fortezze. Il sistema difensivo di Ebla doveva apparire come uno dei più spettacolari dell'Asia anteriore nel periodo compreso fra il 1900 e il 1600 a.C. Durante l'ultima campagna abbiamo avuto anche una piacevole sorpresa. Alla base di uno dei terrapieni, all'interno di una casa patrizia, parzialmente indagata, sono stati trovati tre documenti risalenti al secondo grande periodo di fioritura della città, all'epoca di Hammurabi di Babilonia (inizi II millennio a.C.). Sono tre documenti, di argomento giuridico, che abbiamo rinvenuto all'interno di una coppa e costituiscono la preziosa testimonianza di un archivio privato. Una seconda area d'intervento è quella del complesso monumentale dell'acropoli, sempre del tempo di Hammurabi. Qui sorgeva la cittadella del periodo amorreo, epoca coincidente col medio regno egiziano e con la prima dinastia di Babilonia in ambito mesopotamico. In quest'area la nostra missione cominciò a scavare già nel primo e secondo anno delle ricerche in Siria; nel 1973 la scoperta del grande palazzo reale con i suoi archivi indirizzò i nostri interventi nella città bassa, portando a una sospensione delle ricerche sull'acropoli. Ora abbiamo deciso di tornarvi per cercare di mettere in luce gli edifici monumentali dell'epoca di Hammurabi e portare così avanti l'esplorazione interrotta.

Ma veniamo a Ninive. Nella cultura del­­l'Oc­cidente il ricordo di questa cit­tà è rimasto sempre vivo nei secoli. Il motivo è legato alla frequenza con cui il suo nome è ricordato nella Bibbia, poiché proprio Ninive, detta dai profeti "frusta di Yahwe", aveva il compito di punire il popolo di Israele infedele al suo Dio. Nella concezione veterotestamentaria - e nella realtà storica - Ninive era, infatti, la sede di quel potere politico che governava il primo grande impero universale : il regno assiro.

Non deve quindi meravigliare che, agli inizi della ricerca archeologica in Oriente, proprio Ninive sia stata la prima città che gli studiosi francesi e inglesi cercarono sul terreno. Se dovessimo dare una data di nascita all'archeologia orientale questa sarebbe il dicembre 1842, quando un diplomatico francese di origine piemontese, Paul-Emile Botta, cominciò a scavare la grande collina di Quyunjiq di fronte a Mossul, città nella quale Botta era stato nominato console. Esisteva una tradizione locale, ininterrotta e fededegna, che identificava nello strano sistema di colline a oriente di Mossul, sull'altra sponda del Tigri, l'antica Ninive. Dopo i primi tentativi deludenti, Botta si spazientì e abbandonò, concludendo che la tradizione locale era errata e che l'antica Ninive si doveva ricercare in un'altra zona, circa venti chilometri a nord di Mossul. Botta, inoltre, fu attratto dalle notizie di splendidi rinvenimenti che gli erano riferite dagli operai di un villaggio vicino che di lì a pochi anni divenne celebre per aver fornito il primo nucleo del Museo assiro del Louvre: Khorsabad. Gli abitanti di questo villaggio (il cui toponimo conservava il nome di un grande re sassanide: la "città di Cosroe") riferirono a Botta della presenza di quei rilievi che il diplomatico andava vanamente cercando vicino Mossul.

Come ancora ai nostri giorni, ma ancor più alla metà del secolo scorso, l'archeologia era strettamente legata alla politica; non deve quindi stupire che l'altra antagonista della Francia in Oriente, l'Inghilterra, intervenisse inviando a Mossul un personaggio di notevole spessore culturale, Sir A.H. Layard, lo scopritore di Nimrud, un'altra delle capitali di Assiria. Prima di lasciare, nel 1847, l'Assiria, Layard fece qualche altro tentativo a Quyunjiq, convinto che quel grande tell nascondesse un sito importante. Gli scavi di Layard furono fortunati, perché lo studioso si imbatté in un monumento destinato a grande notorietà : la terrazza di fondazione del palazzo sud-ovest di Sennacherib, risalente all'inizio del VII sec. a.C. Layard tornò a Londra con i preziosi rinvenimenti di Quyunjiq, ma anche con la consapevolezza di quanto quel tell fosse promettente. Quasi immediatamente Layard fu nuovamente inviato a Mossul, dove, fra il 1849 e il 52 riportò alla luce il palazzo di Sen­nacherib con i suoi famosi rilievi e parte degli archivi di Assurbanipal.

L'esplorazione di Ninive portò a un grave scontro politico-culturale tra Francia e Inghilterra; dal momento che entrambe volevano condurre ricerche nel sito di Quyunjiq, si arrivò a un accordo: i francesi avrebbero scavato nella zona nord, mentre gli inglesi si sarebbero occupati dell'area sud. Gli scavi inglesi furono affidati a un cristiano di Mossul, mentre quelli francesi furono condotti da Place, che divenne celebre per il completamento degli scavi di Khorsabad. L'accordo fu violato dal rappresentante inglese che scavò di notte nel settore francese, uscendo allo scoperto solo quando furono trovati gli splendidi rilievi del palazzo nord di Assurbanipal.

Nonostante la dura reazione francese, gli inglesi non abbandonarono le ricerche nell'area, portando alla luce, oltre alla serie dei rilievi, la seconda metà dell'archivio di Assurbanipal. Come unica concessione, gli inglesi permisero ai francesi di scegliere qualcuno dei rilievi rinvenuti nel palazzo, perché anche al Louvre fosse rappresentata l'eccezionale scoperta. Dopo la prima guerra mondiale si ripresero gli scavi, con una missione che ha rappresentato forse il peggior intervento sul campo mai fatto da archeologi inglesi, solitamente di altissimo livello tecnico. Non soltanto gli scavi furono condotti malissimo, ma anche la documentazione realizzata è risultata assolutamente insufficiente. Uno dei monumenti più importanti per il mondo assiro, il tempio di Ishtar di Ninive, individuato al centro del tell, non fu minimamente documentato e andò distrutto negli scavi senza che a noi sia dato conoscerne nulla. Negli anni Sessanta, inoltre, le autorità irachene cercarono di salvaguardare l'immensa area archeo­logica di Ninive (oltre 750 ettari) dall'espansione edilizia della vicina Mossul. Per cercare di far comprendere l'importanza di quel sito, capitale d'Assiria fra il 704 e il 612 a.C., si decise di ricostruire parte della cinta muraria, per dimostrare che quel lunghissimo serpentone collinare era la traccia di uno dei più imponenti sistemi difensivi dell'antichi­tà. Se voi andate oggi a Ninive vedrete ricostruito in buona parte questo imponente muro di Sennacherib con un tono fortemente hollywoodiano.

La sfortuna di Ninive sembrava essere cessata nel 1987, quando l'U­ni­versità di Berkley, in pieno accordo con le autorità e le università irachene, dette inizio a un progetto di ricerca sistematica nel sito dell'antica capitale assira, sotto la direzione di D.Stronach. I risultati furono eccezionalmente promettenti, ma, in seguito alle ben note vicende, tutto è finito. La storia delle ricerche archeologiche a Ninive può, quindi, essere considerata un esempio della stretta interdipendenza fra l'archeologia e gli eventi internazionali, quasi sempre, come in questo caso, dei più tragici.

Perché un archeologo come me, specializzato nello studio delle culture protosiriane del III e del II millennio e della cultura urbana nella Siria interna, si occupa di Assiria e di Ninive? La risposta è semplice: perché mi piace Ninive e mi piacciono i rilievi assiri. Uno degli scopi cui noi archeologi orientali dobbiamo dedicarci consiste nel far capire l'arte del mondo orientale antico, un'arte che facciamo fatica a comprendere a causa di ostacoli storici; ciò non significa che, una volta decifrate alcune chiavi di lettura, non sia possibile convincerci che le grandi civiltà dell'Oriente antico abbiano prodotto capolavori in niente inferiori a quelli del mondo greco-romano. Nel caso dei rilievi assiri, in particolare, ci troviamo di fronte a opere che furono scavate in modo selvaggio, che sono state ritagliate per salvarle, adattarle, trasportarle. Basti pensare alla dispersione che oggetti come questi hanno subito; Layard arrivò a donare alcuni frammenti dei rilievi alla compagnia delle Indie a Bombay. Altri ancora sono arrivati in Italia per vie strane e fortunose. La ricostruzione della disposizione originaria dei rilievi nei contesti palatini è un presupposto fondamentale per apprez­zare pienamente queste opere. Dal momento della loro scoperta, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, ci si è abituati a considerare questi rilievi in modo disarticolato e frammentario. Solo dagli anni Trenta del Nove­cento si è dato inizio a una minuziosa ricostruzione dei contesti architettonici originari, gettando le premesse per comprendere appieno ciò che stava alla base dei progetti dei grandi scultori di Ninive. Questo lavoro di ricostruzione sta finalmente esaurendosi. Poco tempo fa, ad esempio, è stata pubblicata l'edizione definitiva dei rilievi e di tutti i disegni del palazzo di Sennacherib a opera del Museo Britannico, ponendo fine a un'attesa di centocinquant'anni. Era necessario ricostruire, almeno mentalmente, dove erano stati collocati questi rilievi, poiché l'estetica del fram­­mento, almeno per quel che riguarda i rilievi assiri, è del tutto fuorviante.

Uno dei grandi errori che commettiamo è quello di falsificare le culture del passato rendendole simili alla nostra per comprenderle meglio. Per esempio, si parla spesso di "democrazia" dei Sumeri, di "borghesia" babilonese, di "università" del mondo sumero. In realtà ogni attualizzazione e banalizzazione del passato nuoce al passato. Perché è così importante per noi la conoscenza del mondo antico? Certamente perché nel passato affondano le nostre radici; ma quel che veramente importa di questo passato non è la dose di identità con quello che noi siamo oggi, bensì la dose di alterità che le culture antiche pos­siedono. Così, ad esempio, a noi è completamente estranea l'idea che il faraone fosse Horus in terra e figlio di Ra. Eppure, proprio questa diversità costituisce una ricchezza dell'Umanità. Io dico spesso ai miei studenti che l'archeologia sembra una disciplina romanticamente rivolta al passato, ma in realtà è una grande palestra di considerazione delle culture "altre".
Per concludere, Pruneti ha accennato a uno dei grandi mali della divulgazione, cioè la volgarizzazione deteriore televisiva. Sono totalmente d'accordo. Chi più fa le spese di questa moda è l'antico Egitto, la più spettacolare fra le civiltà del passato. Sono vergognosi i danni inferti alla cultura media da certi presentatori. Si stimola, infatti, un'attenzione al mistero, al mistico, che ha conseguenze disastrose sullo spettatore inerme.

Pubblico. Vorrei sapere qual è il rapporto fra fonte materiale e fonte letteraria in archeologia e se quest'ultima, come nel caso di Ebla, è decisiva per la ricostruzione storica.

Matthiae. Io sono tra gli archeologi che ritengono che l'archeologia possa far storia anche senza documenti scritti. È ovvio che con dei documenti scritti l'interpretazione è molto più completa e attendibile. Vorrei solo ricordare che la vera importanza di una scoperta come quella di Ebla, non sta tanto nel rinvenimento, di sapore ottocentesco, dei suoi formidabili archivi, ma nel­­l'aver dimostrato che il modello urbano poteva formarsi e sussistere anche in aree lontane dalle valli alluvionali. Se il fenomeno urbano ha poi avuto un'espansione formidabile in tutto il Mediterraneo questo si spiega col fatto che non era ecologicamente legato alla presenza di determi­nate condizioni ambientali. Tutti i grandi centri urbani siriani della metà del III millennio a.C. tornati in luce negli ultimi trent'anni dimostrano il successo di questa formula culturale.

Paolo Matthiae
docente di Archeologia e Storia dell'arte del Vicino Oriente antico all'Università "La Sapienza" di Roma 



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