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Francesco Tiradritti'Sesh. Lingue e scritture nell'antico Egitto'Pruneti. Ho conosciuto Francesco Tiradritti in occasione della mostra "Sesh, Lingue e scritture nell'antico Egitto" che abbiamo presentato su «Archeologia Viva», e mi hanno colpito la semplicità e la chiarezza con cui ha illustrato tematiche tanto complesse. Tiradritti. Ringrazio Matthiae, mio professore all'università, per aver spezzato una lancia a favore di noi egittologi, e passo a trattare l'argomento sul filo della mostra "Sesh, Lingue e scritture nell'antico Egitto" realizzata alla Biblioteca di via Senato a Milano. È necessario, in primo luogo, tentare di ricostruire la storia della riscoperta della scrittura geroglifica. Lo farò partendo dalla fine, da un testo geroglifico malamente inciso nel tempio di File. È l'ultima iscrizione geroglifica sino a oggi nota, sicuramente databile al 24 agosto 394 d.C. A partire da quest'epoca si perde ogni traccia di questo tipo di scrittura. Si dovrà attendere sino al 1500 per trovare, nell'ambito della scuola neoplatonica fiorentina, i primi tentativi scientifici di lettura del geroglifico considerato all'epoca la lingua perfetta, perché fatta di figure che consentivano di esprimere qualsiasi concetto secondo il contesto: un tentativo di approccio sbagliato perché non tiene conto del valore esclusivamente fonetico detenuto da alcuni segni. Il merito della decifrazione del geroglifico spetta però a Champollion che vi dedicò buona parte della vita. Sin da fanciullo si dedicò infatti allo studio di lingue orientali, come l'arabo e l'ebraico, animato dal desiderio di giungere a una comprensione dell'idioma degli antichi egiziani. Riuscì nell'impresa nel 1822, anno in cui espose il suo sistema di decifrazione dei geroglifici all'Académie des Inscriptions et belles Lettres di Parigi. Champollion era riuscito dove i suoi predecessori avevano fallito, perché aveva capito che il geroglifico si basava su un sistema misto pittografico-fonetico, in base al quale a un segno, oltre a parole intere, potevano corrispondere uno o più suoni della lingua egizia. Nel 1825 Champollion, assetato di nuovi documenti con cui perfezionare la sua conoscenza del geroglifico, giunge a Milano, dove, presso il Gabinetto Numismatico di Brera, si trovavano alcuni papiri (oggi appartenenti alle Civiche Raccolte Archeologiche). I preziosi documenti dovevano fare parte della collezione Drovetti, da poco acquistata dal vicino stato sabaudo. Si tratta di testi redatti in ieratico, la scrittura corsiva che precede il demotico e che è attestata sin dall'Antico Regno (2600 circa a.C.). In questa circostanza, Champollion stupisce per la padronanza della conoscenza delle scritture egizie raggiunta in così pochi anni. Dopo un rapido esame capisce che ha di fronte papiri dal contenuto amministrativo. Si tratta, infatti, di frammenti dei cosiddetti Giornali della necropoli, sorta di libri mastro su cui gli scribi che soprintendevano allo scavo e alla decorazione delle tombe della Valle dei Re, annotavano quello che accadeva ogni giorno. Di regola le notizie fornite da questi testi sono molto scarne, ma uno dei frammenti milanesi si rivela di estremo interesse, perché menziona l'arrivo dei Meshuesh, tribù beduine che, all'epoca del papiro (datato a Ramesse IX, XI sec. a.C.) fanno la loro prima comparsa nel territorio di Tebe. Un altro frammento di Giornale della necropoli conserva al recto un elenco di accuse contro alcuni degli operai e degli artigiani che stavano lavorando alla tomba del sovrano (anche in questo caso Ramesse IX). I crimini commessi vanno dal furto allo stupro, dall'incendio doloso all'adulterio. Il papiro fornisce la soluzione al perché alcuni dei personaggi nominati spariscano dai testi di epoca successiva: evidentemente erano stati allontanati per i fatti di cui erano accusati. Dalle necropoli tebane, a non molta distanza da Deir el-Medina, proviene anche un frammento di intonaco dipinto acquistato dalle Civiche Raccolte Archeologiche in occasione della mostra e sul quale figura un personaggio che legge un papiro. Sulla base di un confronto con una pittura del British Museum avevo interpretato la figurazione del frammento come quella di uno scriba che legge il resoconto delle tasse, mentre intorno a lui altre persone si disperano. La scoperta dell'esatto luogo di provenienza (la tomba di Hori a Qurna), comunicatomi da un collega olandese, ha invece rivelato che la mia interpretazione era sbagliata, confermando in tal modo quanto in archeologia sia importante la conoscenza del contesto originario per una corretta interpretazione. La scena sul frammento milanese è così risultata fare riferimento all'apertura della bocca, un rituale che era letto di fronte alla mummia del defunto al momento del funerale. Un bellissimo sarcofago che si trova nelle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano è quello di Pef-tjau-auy-aset, portato a Milano dal mantovano Giuseppe Acerbi, console austriaco in Egitto negli anni Trenta dell'Ottocento. In Egitto l'Acerbi incontrò Champollion che gli trasmise la passione per la ricerca dei documenti scritti, il motivo per cui il francese si era recato in Egitto insieme a Rosellini. Quest'incontro fu fondamentale per Acerbi che, oltre a comprare il sarcofago (come commissionatogli da Robustiano Gironi, bibliotecario a Brera), acquista a Tebe anche due rotoli di papiro. All'indomani dell'acquisto Acerbi incontra il lucchese Piccinini, personaggio poco noto che era impegnato a comprare antichità egiziane per conto del console di Svezia Anastasi, che gli dice che i papiri sono falsi. I due rotoli sono stati esaminati e aperti nel 1992. Uno di essi era costituito da una foglia presumibilmente di banano, avvolta intorno a un bastoncino, su cui erano stati dipinti simboli incomprensibili. Più interessante si è rivelato l'altro rotolo; anche questo era falso, accuratamente preparato con una foglia di banano avvolta intorno a un bastone sigillato alle due estremità. Tuttavia all'interno, per dare maggiore verosimiglianza all'oggetto, erano stati inseriti alcuni frammenti di papiro autentici. Uno di questi riporta un passo del Libro delle Respirazioni (il Libro dei Morti di epoca romana), un altro, forse più interessante, è invece in scrittura greca e contiene un brano del sesto canto dell'Iliade. Il Professor Gallazzi dell'Università Statale di Milano vi ha riconosciuto un frammento di un rotolo oggi diviso fra Leida e il Louvre. Chi, al contrario di Acerbi, non rimase ingannato dagli abili falsari fu il marchese Busca, che si reca in Egitto alla metà dell'Ottocento. Dal suo viaggio riporta un magnifico Libro dei Morti, oggi noto come papiro Busca e conservato presso l'archivio storico dell'Ospedale Maggiore di Milano. Si tratta di uno dei più antichi Libri dei Morti conosciuti, poiché risale alla fine del XIV sec. a.C.; inoltre fu redatto dallo "scriba della forma" Ptahmes. Gli scribi, solitamente, sapevano scrivere in ieratico ed era affidato agli "scribi della forma", titolo che può essere tradotto con ‘artista', il compito di trasporre il testo in geroglifico sui monumenti. Ptahmes è rappresentato con la madre Dydia (abbreviazione di un nome più lungo e che significa ‘colei che è stata donata da una qualche divinità'). Il papiro Busca è lungo 6,64 metri e ornato da illustrazioni molto belle, fra le quali spicca quella del Capitolo 110, che è anche una delle più antiche raffigurazioni dei campi dell'Aldilà sinora nota. Luigi Vassalli è stato un altro milanese che ha contribuito all'accrescimento delle raccolte egizie milanesi con la donazione di numerosi reperti, oggi conservati presso le Civiche Raccolte Archeologiche. Garibaldino e artista, Vassalli si rifugiò in Egitto dove collaborò con Auguste Mariette, il fondatore del Servizio delle Antichità locale. Per un mese, alla morte di Mariette, Vassalli fu anche direttore ad interim del Museo Egizio di Bulaqa (attuale museo del Cairo). A lui si deve un album di disegni in cui sono raffigurati monumenti andati poi distrutti, come il sarcofago del padre di Montuemhat, il famoso funzionario tebano vissuto tra il VII e il VI secolo a.C. Dai suoi scavi Vassalli riportò anche alcuni documenti scritti, come questo ostracon in ieratico. Gli ostraca sono frammenti ceramici o scaglie di calcare che gli scribi utilizzavano per schizzi e annotazioni veloci; il papiro era infatti troppo costoso per poterlo utilizzare in ogni occasione. L'ostracon riportato da Vassalli, nonostante sia di lettura difficoltosa, dovrebbe riportare un breve messaggio su un lato e la risposta allo stesso sull'altro. Pubblico. Vorrei chiarimenti sull'ipotesi che la civiltà egizia sia nata nel cuore dell'Africa e che i suoi precedenti vadano quindi ricercati nelle locali culture sahariane. Tiradritti. Nel 1992 sono stato a un convegno sull'origine della civiltà sudanese, nel quale i relatori bianchi sostenevano una provenienza dal nord della civiltà egiziana, mentre gli studiosi di colore ipotizzavano un'origine autoctona. Come vede, questo semplice aneddoto dimostra quanto siano scarse le nostre conoscenze a questo proposito e come le conclusioni di ognuno possano essere influenzate dal colore della propria pelle. Escluderei comunque quelle teorie che vedrebbero negli egiziani una popolazione, le cui origini andrebbero cercate al di fuori del continente africano. Francesco Tiradritti Stampa |
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