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Guido Vannini'Luci e ombre sui secoli bui. Esperienze di archeologia medievale'Pruneti. L'archeologia medievale è una delle ultime arrivate fra le discipline archeologiche e Guido Vannini è uno degli artefici della sua affermazione. Guido Vannini. L'archeologia medievale può ancora essere considerata una disciplina giovane, anche se la prima generazione di medievisti ormai non può più definirsi tale. Questa particolare branca della ricerca archeologica ha, infatti, una tradizione di studi che in Italia non va oltre il trentennio e anche in altre aree europee non oltrepassa il mezzo secolo. Un campo, pure recente, in rapido mutamento è, ad esempio, il rapporto fra archeologia e informatica, con l'elaborazione di vere e proprie architetture di sistema, per incidere non solo quantitativamente e tecnicamente nella "costruzione" del documento archeologico, ma per essere anche capaci di contributi qualitativi e di metodo per la sua stessa interpretazione. Un aspetto che per l'archeologo medievista è di particolare rilevanza, dato che esso si trova spesso a dovere gestire una molteplicità di fonti differenziate. Infatti, un'esigenza condivisa dalla più recente pratica dell'archeologia medievale è di superare per un verso e gestire per un altro la puntuale analisi delle documentazioni materiali (evitando rischi di ‘neopositivismo povero', data la crescita esponenziale della documentazione considerata), ma per tendere alla definizione dei fenomeni complessivi, più che di episodi singoli, in un'ottica quindi più propriamente storica. Così, lo scavo di un castello dovrà divenire uno strumento per comprendere un fenomeno di portata più generale - sia pure colto nella concreta specificità di una casistica locale - come quello dell'incastellamento. Ed è proprio questa crescente esigenza di ‘storia', che ha portato al ricorso sempre più esteso a quella che possiamo cominciare a definire "archeologia leggera", ormai uno strumento strategico di indagine; ricerca ‘leggera' perché non invasiva, perché capace di rapportarsi ad ambiti fisici anche assai estesi, ma anche perché meno costosa (non solo in termini economici) rispetto allo scavo tradizionale: un fattore, questo, di primaria importanza se è vero che il successo di un progetto non si misura, paradossalmente, dal conseguimento degli obiettivi preposti, bensì dal punto di equilibrio fra il loro grado di raggiungimento e le risorse messe in campo. Ad esempio, la gestione delle attività di laboratorio acquisisce un'importanza sempre maggiore: tanto più essa è efficiente, tanto più sarà alleggerito anche l'intervento sul campo. Archeologie "leggere" (elevati, paesaggio, ambiente, informatica, integrati a sistema), quindi, come sforzo di rispondere all'impostazione direttamente "storica" dell'archeologia postclassica. A titolo esemplificativo e per citare esperienze dirette di chi vi parla (come Pruneti mi ha chiesto di fare), posso ricordare quello che è stato il primo scavo diacronico bilanciato in Italia, condotto (tra il 1978 e il 1981, anche se l'edizione definitiva data al 1985) nell'area del palazzo dei vescovi a Pistoia: una stratigrafia ininterrotta che dal III sec. a.C. giunge sino all'XI sec. d.C, mentre l'analisi degli elevati ha consentito di estendere l'arco cronologico al sec. XIX. A questo hanno fatto seguito molti altri scavi nei centri urbani medievali, specie dell'Italia settentrionale, consentendo di elaborare modelli di interpretazione anche alternativi. Invece sulla cima di Poggio alla Regina, alle pendici del Pratomagno, al confine delle attuali province di Firenze e Arezzo, le indagini sul territorio e gli scavi (archeologia "leggera" .... e "pesante") stanno rimettendo in luce l'abitato fortificato al centro di una Curia, una circoscrizione amministrativa feudale. Ne emerge un fenomeno storico di una portata che trascende il singolo caso. Infatti, l'abbandono del castello, nel tardo XIV secolo, coincise con l'abbandono di tutto il sistema insediativo di altura dipendente dal castello, diretta conseguenza della conquista del contado da parte di Firenze e il conseguente spostamento del baricentro a fondovalle. Questo fenomeno, in realtà, era probabilmente già avvenuto altre due volte nel sito di Poggio alla Regina (Castiglione della Corte, nelle fonti coeve); lo scavo ha infatti evidenziato, in significativa assoluta sintonia con quanto emerge dalle ricerche di superficie effettuate nel territorio, che il castello sorse sui livelli di abbandono di una struttura altomedievale, a sua volta sorta su di un insediamento etrusco della fine VI sec. a.C., entrambi abbandonati. Un vero ‘osservatorio stratigrafico' di una vicenda storica di lungo periodo colta in uno specifico ambiente. Dalla Toscana alla Giordania. Il castello crociato di Wu'ayra (Li Vaux Moises per i Franchi), che in un certo senso ha svolto la funzione di Poggio alla Regina nella Transgiordania meridionale (da Kerak al Mar Rosso), naturalmente difeso, consentiva di controllare l'accesso a Petra e per questo era stato oggetto di occupazione sin da età remote. La scelta di indirizzare le indagini in un sito e in un'area d'oltre Giordano è dovuta al fatto che lì abbiamo condizioni particolarmente favorevoli da un punto di vista archeologico poiché, per cause militari, il sito era già stato abbandonato alla fine del XII secolo, determinando così condizioni ottimali, in virtuale "stratigrafia sigillata", per lo studio dei "caratteri originari" materiali dell'insediamento occidentale in Terrasanta. Abbiamo ora in progetto, sulla scorta dell'esperienza fatta, di verificare questo modello anche in altre aree, come quella siriana, dove abbiamo intenzione di studiare la frontiera crociato-musulmana, utilizzando i sistemi offerti dall'archeologia leggera per giungere a definire una chiave di interpretazione storica delle interrelazioni e influenze delle due culture. In estrema sintesi, si può concludere che l'archeologia medievale ha certamente portato "luci" indubbie nella più ampia famiglia delle archeologie; in primo luogo apportando significativi contributi (anche di metodo) a temi centrali della storiografia medievistica, attrezzandosi (come accennato, il processo è tuttora largamente in corso) per uscire dalla tradizionale capacità di documentare, puntualmente sì, ma singoli "episodi", per attingere appunto alla ricostruzione-interpretazione peculiare dei "fenomeni", in una dimensione, quindi, pienamente storica. Se, invece, vogliamo proprio accennare anche a ombre, almeno come rischi da cui guardarsi, si va manifestando un eccesso di ricorso a modelli interpretativi generalizzati, che tuttavia spesso poggiano su analisi ancora sporadiche, circoscritte o limitate. Forse ciò è a imputarsi in parte anche alla stessa giovinezza (con la conseguente impazienza... generazionale) della disciplina e con l'ampiezza - se non il respiro - ancora corta delle indagini di base disponibili, come sempre faticose e non troppo gratificanti a breve; e tuttavia è un rischio da governare bene, dato che può arrivare a compromettere la medesima credibilità di fondo della disciplina (un "modello" a scavo o "coppia" di scavi, com'è prassi in alcuni casi, è un po' troppo!). Una tentazione alla quale, decisamente, bisogna poi resistere, a mio avviso, è infine quella, (già ricorrente) che possiamo riferire ai cosiddetti Archeodromes, ricostruzioni materiali di ambientazioni da siti archeologici su basi "scientifiche", si dice; una scelta che - così come la tendenza ai restauri "monumentali" - trova attualmente numerose e assai più economiche alternative (si pensi solo alle ricostruzioni "virtuali") che rispettano l'integrità del "testo" archeologico originale senza rinunciare, quando il caso, a una "valorizzazione" anche turistico-culturale. Fra l'altro certe "tentazioni" epidermicamente spettacolari - e come tali, destinate a trovare facile "sponda" in alcuni politici e amministratori di modesta sensibilità (non è questa la società dell'immagine?), anche se, magari, in posizioni di qualche potere; si pensi anche all'incredibile abbinamento lotto-beni culturali (oltretutto una vera "tassa sui poveri", non solo in senso materiale), addirittura oggetto di spot televisivi, con l'implicito suggerimento, per la cultura, della dimensione del "superfluo" - producono una sorta di doppio danno: a breve termine, con la sostanziale perdita, almeno parziale, dell'oggetto stesso della ricerca; a medio termine, disabituando il pubblico a condurre veri percorsi di conoscenza, senza illusorie scorciatoie, attraverso "ambienti" archeologici (o "storici", se preferite) filologicamente conservati e specialisticamente presentati (un'autentica divulgazione deve essere una specializzazione ulteriore del livello scientifico, non una dimensione "ridotta"). Guido Vannini Stampa |
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