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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

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Carlo Peretto

'L'uomo: origini e destini di una razza padrona'
Pruneti. All'amico Carlo Peretto, antropologo e studioso di preistoria di fama internazionale, pongo una domanda piuttosto difficile: chi ci ha creato e quando?

Peretto. Forse è meglio sostituire la domanda "chi ci ha creato?" con quella "quando nasce l'uomo?". Mi sento più a mio agio. Provo­catoriamente potrei rispondere che l'uomo nasce circa quindici miliardi di anni fa, con il Big Bang. Devo fare però una premessa: insegno Antropologia, sono laureato in Scienze Naturali, e questo mi pone a metà strada tra l'archeologo, approfondendo quindi gli aspetti della cultura materiale e spirituale, e il biologo, attento ai temi della nostra evoluzione, anche dal punto di vista genetico. La risposta a una domanda come quella di Pruneti non può che coniugare quindi la cultura, nella sua accezione più ampia, e la biologia; infatti la nostra storia è l'interazione di aspetti culturali e biologici. Questa relazione fatica a essere accettata dal mondo accademico; ad esempio l'Antro­pologia fisica non interloquisce con l'Antro­pologia culturale e le due discipline rimangono su due binari paralleli, che speriamo possano trovare, prima o poi, un punto di convergenza.
Dopo questa doverosa premessa, gli aspetti biologici e culturali nell'ambito dell'evoluzione umana non sono fattori casuali, ma rappresentano il risultato di un evento "programmato". Infatti da qualsiasi punto di vista si consideri la storia dell'evoluzione nella sua globalità, quella dell'uomo compreso, ci si rende conto che essa non funziona in termini di caos, quindi di possibilità infinite casuali, ma lavora sulla base di specifici vincoli. L'evoluzione appare indirizzata verso alcune scelte piuttosto che ad altre, cioè si sviluppa sulla base dell'esistente. Prendiamo in considerazione, per esempio, un vincolo insuperabile in termini evolutivi - la respirazione polmonare. Noi tutti conosciamo animali adattati all'ambiente marino come i cetacei che, pur assumendo una forma allungata, per limitare l'attrito e pinne natatorie per il movimento, in nessun caso modificano la respirazione polmonare: quest'ultima appare insostituibile. Il caso, nel senso di caos, è invece qualcosa di indeterminato, come ad esempio quella scimmia che prova a scrivere la famosa frase «essere o non essere» su una tastiera; il suo tentativo durerebbe forse milioni di anni. Per immaginare il procedere dell'evoluzione, invece, si può portare come esempio il gioco del totocalcio: la possibilità di riuscita (la vincita) è soprattutto funzione della probabilità dei possibili risultati attesi.

Esiste in sostanza una prevedibilità che nell'evoluzione già si intravede chiaramente nella tavola periodica di Mendeleev. Non è un caso che l'idrogeno sia in alto a sinistra, mentre gli elementi nobili si pongono a destra. Nella chimica l'otteto rappresenta, per così dire, il raggiungimento di una sostanziale armonia che non induce la combinazione con altri elementi: è un po' come la pace dei sensi. La tendenza degli elementi è quella di combinarsi in modo da raggiungere questa sorta di quiete chimica. Non è un caso quindi che il carbonio, sulla base delle sue caratteristiche, sia il regista di una grande squadra, nella quale particolare importanza hanno anche l'idrogeno, l'ossigeno e l'azoto, che costituiscono i mattoni di una serie di molecole che stanno alla base della vita. Già a questo primo livello esiste quindi una precisa tendenza nel dar origine a molecole e a strutture decisamente complesse.

Da tutto ciò si può trarre una considerazione di ordine generale. Se è vero che tutto l'universo è formato dagli stessi elementi, è probabile che l'evoluzione porti, in situazioni analoghe a quella della nostra Terra, allo sviluppo di realtà biologiche che si basino su principi del tutto analoghi ai nostri. Non è quindi un caso che nei meteoriti siano stati individuati anche degli aminoacidi.
Oggi tutte le prove portano inoltre a ritenere che la vita sulla Terra abbia avuto una sola origine. Tale affermazione è sostenuta dal fatto che il codice genetico è universale, cioè costituito dalle stesse basi e dagli stessi zuccheri in tutti gli esseri viventi; inoltre nelle proteine troviamo non più di venti aminoacidi, sempre levogiri; la struttura che regola l'informazione genetica è, quindi, una realtà universale.
E qui s'inserisce un'altra problematica, quella di ordine metafisico. Per alcuni è ovvio proporre, come risoluzione di tutto, un determinismo pensato e realizzato, per altri è la materia stessa che ha come prerogativa la capacità di evolvere seguendo schemi "controllati" dalle sue stesse proprietà. Io credo che chiunque scelga l'una o l'altra possibilità, sul piano strettamente razionale non ha prove certe e deve fare, in entrambi i casi, quello che viene definito "atto di fede". 

Tuttavia, è bene ricordarlo, l'uomo non rappresenta il fine ultimo dell'evoluzione, ma è uno dei tanti risultati e non necessariamente quello più spinto sul piano genetico. Contrariamente al modo comune di pensare, sono più evoluti di noi il gorilla o lo scimpanzé, che hanno avuto un maggior numero di rimaneggiamenti genetici. In sostanza l'uomo è più primitivo e più simile al comune capostipite. L'uomo, tuttavia, rappresenta un prodotto decisamente evoluto se si considera il modo con cui interagisce con l'ambiente e lo specifico comportamento dovuto alle superiori capacità psichiche.

Un'altra osservazione riguarda l'interazione tra esseri viventi e ambiente, tipica prerogativa dell'evoluzione. Le specie che noi conosciamo hanno un loro habitat, hanno una loro nicchia ecologica; con l'uomo tutto questo si è modificato radicalmente. Per quanto ci riguarda, la rottura di questo equilibrio è molto antica, almeno da quando, due milioni e mezzo di anni fa in Africa, l'uomo è stato in grado di scheggiare la pietra e fabbricare strumenti, aumentando così la capacità di difesa e di offesa: l'affermarsi della possibilità di colpire o di difendersi a distanza è una comportamento del tutto nuovo di incalcolabile valore che segna l'inizio della nostra supremazia. Non si ha più la necessità dello scontro fisico con l'animale che si vuole cacciare o da cui ci si difende. Questo evento, assieme a una più organizzata struttura sociale, comporta una progressiva autonomia rispetto all'ambiente e la possibilità di vivere in ogni luogo. È a partire da questa fase, infatti, che inizia la diffusione del nostro genere che dall'Africa, in breve tempo, colonizza tutta l'Eurasia. L'utilizzo del fuoco, l'affinarsi delle tecniche di caccia, lo sviluppo delle relazioni sociali, sono motivi di ulteriore differenziazione dall'originario rapporto con l'ambiente naturale.

Il coronamento di questo lungo processo di affrancamento vede l'uomo passare poi da una condizione di predazione (caccia e raccolta) a quella di produzione (agricoltura e allevamento). A partire del Neolitico, infatti, le comunità umane cominciano ad acquisire un'organizzazione che è, in parte, anche quella propria della società moderna (divisione del lavoro, commercio, urbanizzazione, ecc.). Maggiore è lo sviluppo culturale, minore sarà per l'uomo il bisogno di un vero ambiente. Ne è una riprova il fatto che l'umanità è sempre più in grado di conquistare qualsiasi ambiente (dalle profondità del mare, allo spazio), rinunciando quindi  a una vera nicchia ecologica, creando tutti gli habitat artificiali che desidera, del tutto antropizzati. Per esempio, io vivo in Val Padana dove non c'è pianta, fiume o animale che non sia in qualche modo espressione, diretta o indiretta, della volontà dell'uomo. Siamo giunti a un tal punto di autonomia, che potremmo vivere su un'astronave con non più di una ventina di specie, tra animali e vegetali. Si può affermare, quindi, che la nicchia ecologica dell'uomo è la sua cultura.

Spero che l'uomo abbia la forza, in futuro, di conservare e valorizzare la biodiversità, azione che si identifica solo con uno specifico at­teggiamento culturale o, se vogliamo, anche ludico, ma certamente non per un problema di necessità. Il mondo naturale che ci circonda è la testimonianza di ciò che l'e­vo­luzione ha saputo costruire e rappresenta, di fatto, anche la nostra storia che potrà quindi essere ricostruita con maggior dettaglio.

L'uomo, con la propria cultura, ha saputo differenziarsi enormemente nei riguardi dei Primati. In particolare il gorilla e l'orango sembrano oggi essere giunti al termine del loro percorso evolutivo; infatti questi animali sono così legati a uno specifico ambiente che, portati al di fuori, non hanno speranze di sopravvivenza. Ciò conferma il principio secondo il quale la specializzazione, in termini evolutivi, è un formidabile handicap. Eppure, anche in questo caso, si deve assicurare la loro sopravvivenza non solo per rispetto nei confronti della biodiversità, ma anche perché senza di essi non sarebbe facile ricostruire la nostra storia evolutiva. Quando si afferma, quindi, che la sopravvivenza di una specie è utile all'uomo, quest'utilità va intesa in genere in senso conoscitivo e non prettamente utilitaristico.

La visione che ho dato dell'uomo è certo poco ideale, anche perché è mia convinzione che l'evoluzione sia in sostanza una macchina infernale. Infatti la selezione naturale, che agisce sulle mutazioni e la competizione, permette oggi la vita solo ad alcuni milioni di specie, rispetto a quelle fossili che, sulla base dei risultati di alcuni ricercatori, si calcola siano circa cinquecento milioni. Il lungo percorso evolutivo è quindi costellato più di morti che di vivi; mi sembra d'intravedere non un meccanismo positivo e felice, ma piuttosto un'enorme falce insanguinata che coinvolge anche noi stessi, destinati a nascere, vivere e morire.

Dunque l'evoluzione ha lavorato secondo una spinta orientata, ma con effetti troppo spesso devastanti. Sono solito dire ai miei studenti di Antropologia che, se il disegno evolutivo fosse stato pensato da qualcuno, questi non sembra aver agito secondo criteri logici, ma al contrario con una buona dose di cinismo. Se tutto questo è invece insito nella materia, ugualmente la cosa appare poco convincente e comunque non vi sono prove razionali a sostegno di ciò.

Ho l'impressione, inoltre, che la materia abbia voluto quasi giocare a nascondino, mascherando le leggi che la regola nell'infinitamente piccolo.  L'uomo, tuttavia, ha ormai compreso i principi di questo meccanismo e è in procinto di imbrigliare l'evoluzione con la capacità di modificare la stessa storia biologica di tutto il nostro sistema naturale. Mi viene un po' di tristezza nel constatare questo aspetto: tutto il lavoro costruito in miliardi di anni potrebbe essere vanificato, modificato e compromesso in  un attimo dall'azione dell'uomo.
Per tutti questi motivi non credo quindi di avere una risposta alla domanda «chi ha creato l'uomo?». Penso che allo stato attuale delle conoscenze sia impossibile razionalmente dire se egli è il frutto di un pensiero, oppure se è il risultato di una attività della materia in costante osmosi tra vincolo e possibilità. Scegliere l'una o l'altra delle possibilità è un fatto soggettivo che solo un atto di fede tende a oggettivizzare nella costante ricerca di dare una motivazione a noi stessi, a tutto ciò che ci circonda e soprattutto interrogandoci continuamente sul perché di tutto questo.

Noi siamo comunque ora in grado, con la ricerca scientifica, di capire sempre più in dettaglio il  lungo percorso dell'ominazione, sia da un punto di vista biologico che culturale; è un processo che ha dato origine a questa umanità così variegata, ma che dev'essere in grado di dare un senso all'esistenza di ognuno, conciliando quelle diversità morfologiche, comportamentali e culturali troppo spesso causa di discordie insanabili.

Carlo Peretto
docente di Antropologia all'Università di Ferrara 



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