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Piero Alfredo Gianfrotta'Mediterraneo e dintorni: fatti e misfatti di archeologia subacquea'Pruneti. Credo che Piero Alfredo Gianfrotta possa essere considerato uno dei padri della ricerca archeologica subacquea condotta con metodi scientifici. Sino a non molti anni fa l'archeologia subacquea era in mano ai sommozzatori sportivi e soltanto in un secondo tempo sono arrivati gli archeologi, che ora sono formati in appositi corsi universitari come quello che Gianfrotta tiene presso l'Università di Viterbo. Gianfrotta. Un primo argomento sul quale mi sembra utile attirare l'attenzione è quello relativo a un'interpretazione critica di quanto ci viene sottoposto dai mass-media riguardo all'archeologia subacquea. Soprattutto nei mesi estivi, quando evidentemente si ritiene che il pubblico sia più interessato a questo genere di notizie, siamo tempestati di rivelazioni su eclatanti scoperte in mare. Spesso, però, queste notizie nascono da vere e proprie invenzioni, la cui motivazione, a volte, va ricercata anche in questioni relative alla politica e al prestigio internazionale. Un malinteso interesse per la ricerca archeologica subacquea si ritrova poi nei numerosi articoli pubblicati anche da riviste di notevole prestigio, come è il caso, ad esempio, del primo numero della versione italiana del National Geographic. Ampio spazio è stato dato al sommergibile nucleare degli Stati Uniti utilizzato da Robert Ballard per eseguire ricerche nelle acque profonde del Mediterraneo. L'articolo, oltre a presentare foto dei relitti rinvenuti in acque profonde del canale di Sicilia, di fatto pubblicizza questa tecnologia che è presentata come a disposizione di chiunque abbia capitali sufficienti da investire in questo tipo di ricerche. Tale diffusione di tecnologie a buon mercato utilizzate per il recupero di tesori è dimostrata anche da alcune vere e proprie pubblicità, come una apparsa sul giornale di bordo delle linee aeree austriache, che invita a investire in una società per azioni specializzata nei ritrovamenti sottomarini. L'immagine che accompagna il testo, un robot meccanico che, nelle profondità marine, afferra dei gioielli che fuoriescono da una cassa, dà l'esatta misura delle finalità puramente venali. Dietro tutto ciò, c'è un problema giuridico oggettivo, già affrontato in sedi internazionali, ma di cui si attende una soluzione: quello della tutela dei beni culturali rinvenuti in acque internazionali. Le acque nazionali si estendono per 12 miglia, ma per altre 12 è concessa la facoltà a ogni paese rivierasco di applicare la propria legislazione in materia di tutela del patrimonio storico e artistico. Al di là delle 24 miglia vige la legge del mare, per cui quel che viene recuperato appartiene a chi lo ha trovato. Iniziative come quelle di Ballard hanno avuto almeno il merito di suscitare l'allarme e l'attenzione di paesi come la Francia e l'Italia, mettendo in luce la necessità di tutelare adeguatamente quel che dev'essere considerato patrimonio comune dell'Umanità. In questo quadro si collocano eventi come quello del ritrovamento del cosiddetto Eolo (in realtà un satiro) effettuato nel canale di Sicilia. La statua bronzea fu recuperata in due tempi. In un primo momento, infatti, un peschereccio aveva recuperato una gamba; mesi dopo lo stesso peschereccio ,andando alla ricerca del resto della statua nello stesso luogo del primo rinvenimento, ebbe la fortuna di riuscire nell'impresa. Ovviamente la ricerca fu condotta "arando" il fondo del mare più volte e, quindi, distruggendo irrimediabilmente il contesto. Il rinvenimento avvenne a circa a 25 miglia dalla costa, quindi in acque internazionali, suscitando una concorde soddisfazione per l'ingresso in Italia di una simile opera. Ciò non toglie che il problema dei recuperi in acque internazionali rimanga irrisolto, creando delle effettive disparità di trattamento in assenza di una normativa comune. Dopo queste vicende è stata firmata una convenzione fra il Ministero dei Beni Culturali e la Marina Militare per la ricerca e l'assistenza nel recupero di materiali archeologici nelle acque, ma la questione sta ora nel corretto impiego di questi mezzi che dovrà essere coordinato dagli archeologi. Sull'onda della scoperta dell'Eolo si è verificato un altro episodio significativo nel settembre delle scorso anno. A beneficio della trasmissione Linea Blu, fu organizzato il recupero di un cannone di bronzo di una nave inglese del XVIII secolo in una zona nota come Skerky Bank, proprio la stessa ,dove alcuni anni fa, aveva operato Ballard suscitando vivaci critiche per la disinvoltura con cui aveva recuperato oggetti antichi naufragati; si tratta di acque internazionali, anche se visibilmente più vicine alla Tunisia che all'Italia. Ebbene, in occasione di questa trasmissione, un funzionario della soprintendenza di Palermo, su un mezzo della guardia di Finanza, ha effettuato una frettolosa operazione di recupero a unico vantaggio dello spettacolo televisivo. Un atteggiamento che contrasta con i principi generali che, chiunque si avvicini allo studio delle antichità, dovrebbe rispettare. In questo periodo il governo italiano sta per restituire l'obelisco di Axum, proprio in ottemperanza a principi che ripudiano l'idea del bene culturale come oggetto di rapina e di trionfalismi nazionalistici. Nel tentativo di dare un ordine giuridico sovranazionale si intende istituire un osservatorio per vigilare sul corretto comportamento di chi opera in mare aperto. Speriamo che sia il primo passo per estendere l'esigenza della conoscenza scientifica e della tutela dei beni culturali anche alle acque internazionali. Pubblico. Cosa pensa del fatto che due capolavori, come i bronzi di Riace, siano conservati in una località di difficile accesso al turismo come Reggio Calabria? Gianfrotta. A mio avviso questi bronzi non sono "relegati" a Reggio Calabria. Certo qualsiasi manager di industria osserverebbe freddamente che a Reggio s'incassa molto meno di quanto si farebbe in altre località. Purtroppo sempre di più, anche nel campo culturale, prende piede la filosofia che è buono ciò che rende molto in termini di proventi. La presenza dei Bronzi a Reggio Calabria è conseguenza di una scelta coraggiosa, di natura squisitamente culturale. La conservazione dei reperti archeologici in prossimità del loro luogo di rinvenimento risponde agli stessi principi di salvaguardia e tutela del bene culturale, di cui abbiamo parlato a proposito del problema delle acque internazionali. Piero Alfredo Gianfrotta Stampa |
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