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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Piero Alfredo Gianfrotta

'Mediterraneo e dintorni: fatti e misfatti di archeologia subacquea'

Pruneti. Credo che Piero Alfredo Gianfrotta possa essere considerato uno dei padri della ricerca archeologica subacquea condotta con metodi scientifici. Sino a non molti anni fa l'archeologia subacquea era in mano ai sommozzatori sportivi e soltanto in un secondo tempo sono arrivati gli archeologi, che ora sono formati in appositi corsi universitari come quello che Gianfrotta tiene presso l'Università di Viterbo.

Gianfrotta. Un primo argomento sul quale mi sembra utile attirare l'attenzione è quello relativo a un'interpretazione critica di quanto ci viene sottoposto dai mass-media riguardo all'archeologia subacquea. Soprattutto nei mesi estivi, quando evidentemente si ritiene che il pubblico sia più interessato a questo genere di notizie, siamo tempestati di rivelazioni su eclatanti scoperte in mare. Spesso, però, queste notizie nascono da vere e proprie invenzioni, la cui motivazione, a volte, va ricercata anche in questioni relative alla politica e al prestigio internazionale.
Un esempio recente si è avuto con la vastissima eco suscitata nei mesi estivi dell'anno scorso, dalla presunta scoperta del palazzo di Cleopatra nella rada di Alessandria. Franc Godiot, giornalista e avventuriero francese, è stato responsabile di una vera e propria montatura, il cui scopo era forse quello di tener desta l'attenzione pubblica sulla presenza archeologica francese ad Ales­sandria. Negli stessi giorni comparve anche un'altra notizia, stavolta fondata, relativa al ritrovamento dei resti delle navi affondate nella battaglia di Abukir, nel 1798; il fatto è, però, che la vera scoperta rimontava a ben quindici anni addietro quando altri subacquei francesi ed egiziani avevano identificato i relitti della flotta di Napoleone. La notizia è stata evidentemente riportata alla ribalta della cronaca, in coincidenza con il bicentenario della spedizione francese in Egitto. Ben diversa consistenza scientifica hanno, invece, le ricerche, sempre francesi, effettuate nell'area dell'antico faro di Ales­sandria, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico, sotto la guida di J.Y.Empereur. In un recente convegno tenutosi ad Agde, nella Francia meridionale, si è comunque chiarito che quanto è stato rinvenuto nelle acque del porto nulla ha a che fare con il celebre faro; si tratta, infatti, nella quasi totalità di pezzi più antichi giunti nella città portuale attraverso il Nilo. L'entusiasmo con cui queste ricerche sono state accolte in Francia è, quindi, almeno in parte il frutto della suggestione storica, ancora viva, delle imprese napoleoniche in Egitto; quasi che la Francia, grazie a queste scoperte, riscoprisse e onorasse il suo passato imperiale. Un altro esempio di strumentalizzazione o, meglio, di manipolazione delle notizie è fornito da un recente articolo sul ritrovamento della barca di Gesù nel lago di Tiberiade. Ovviamente alla base c'è qualcosa di vero. Una barca da pesca della metà del I secolo d.C., quindi comunque posteriore alla vita di Cristo, venne rinvenuta nel lago di Tiberiade nel 1986. In occasione di un convegno tenutosi a Giardini Naxos i giornalisti la battezzarono poi come "barca di Cristo" e come tale è rimasta nella memoria collettiva, tanto da essere riesumata in occasione di eventi speciali come il giubileo, ventilando la possibilità di esporla a Roma. In quest'ottica si pongono iniziative come quella, ancora una volta ampiamente riportata dalla stampa, di chi vuole costruire una passerella a pelo d'acqua nel lago di Tiberiade per consentire passeggiate che rievochino situazioni evan­geliche.

Un malinteso interesse per la ricerca archeologica subacquea si ritrova poi nei numerosi articoli pubblicati anche da riviste di notevole prestigio, come è il caso, ad esempio, del primo numero della versione italiana del National Geographic. Ampio spazio è stato dato al sommergibile nucleare degli Stati Uniti utilizzato da Robert Ballard per eseguire ricerche nelle acque profonde del Mediterraneo. L'articolo, oltre a presentare foto dei relitti rinvenuti in acque profonde del canale di Sicilia, di fatto pubblicizza questa tecnologia che è presentata come a disposizione di chiunque abbia capitali sufficienti da investire in questo tipo di ricerche. Tale diffusione di tecnologie a buon mercato utilizzate per il recupero di tesori è dimostrata anche da alcune vere e proprie pubblicità, come una apparsa sul giornale di bordo delle linee aeree austriache, che invita a investire in una società per azioni specializzata nei ritrovamenti sottomarini. L'immagine che accompagna il testo, un robot meccanico che, nelle profondità marine, afferra dei gioielli che fuoriescono da una cassa, dà l'esatta misura delle finalità puramente venali. Dietro tutto ciò, c'è un problema giuridico oggettivo, già affrontato in sedi internazionali, ma di cui si attende una soluzione: quello della tutela dei beni culturali rinvenuti in acque internazionali. Le acque nazionali si estendono per 12 miglia, ma per altre 12 è concessa la facoltà a ogni paese rivierasco di applicare la propria legislazione in materia di tutela del patrimonio storico e artistico. Al di là delle 24 miglia vige la legge del mare, per cui quel che viene recuperato appartiene a chi lo ha trovato. Iniziative come quelle di Ballard hanno avuto almeno il merito di suscitare l'allarme e l'attenzione di paesi come la Francia e l'Italia, mettendo in luce la necessità di tutelare adeguatamente quel che dev'essere considerato patrimonio comune dell'Umanità.

In questo quadro si collocano eventi come quello del ritrovamento del cosiddetto Eolo (in realtà un satiro) effettuato nel canale di Sicilia. La statua bronzea fu recuperata in due tempi. In un primo momento, infatti, un peschereccio aveva recuperato una gamba; mesi dopo lo stesso peschereccio ,andando alla ricerca del resto della statua nello stesso luogo del primo rinvenimento, ebbe la fortuna di riuscire nell'impresa. Ovviamente la ricerca fu condotta "arando" il fondo del mare più volte e, quindi, distruggendo irrimediabilmente il contesto. Il rinvenimento avvenne a circa a 25 miglia dalla costa, quindi in acque internazionali, suscitando una concorde soddisfazione per l'ingresso in Italia di una simile opera. Ciò non toglie che il problema dei recuperi in acque internazionali rimanga irrisolto, creando delle effettive disparità di trattamento in assenza di una normativa comune. Dopo queste vicende è stata firmata una convenzione fra il Ministero dei Beni Culturali e la Marina Militare per la ricerca e l'assistenza nel recupero di materiali archeologici nelle acque, ma la questione sta ora nel corretto impiego di questi mezzi che dovrà essere coordinato dagli archeologi. Sull'onda della scoperta dell'Eolo si è verificato un altro episodio significativo nel settembre delle scorso anno. A beneficio della trasmissione Linea Blu, fu organizzato il recupero di un cannone di bronzo di una nave inglese del XVIII secolo in una zona nota come Skerky Bank, proprio la stessa ,dove alcuni anni fa, aveva operato Ballard suscitando vivaci critiche per la disinvoltura con cui aveva recuperato oggetti antichi naufragati; si tratta di acque internazionali, anche se visibilmente più vicine alla Tunisia che all'Italia. Ebbene, in occasione di questa trasmissione, un funzionario della soprintendenza di Palermo, su un mezzo della guardia di Finanza, ha effettuato una frettolosa operazione di recupero a unico vantaggio dello spettacolo televisivo. Un atteggiamento che contrasta con i principi generali che, chiunque si avvicini allo studio delle antichità, dovrebbe rispettare. In questo periodo il governo italiano sta per restituire l'obelisco di Axum, proprio in ottemperanza a principi che ripudiano l'idea del bene culturale come oggetto di rapina e di trionfalismi nazionalistici. Nel tentativo di dare un ordine giuridico sovranazionale si intende istituire un osservatorio per vigilare sul corretto comportamento di chi opera in mare aperto. Speriamo che sia il primo passo per estendere l'esigenza della conoscenza scientifica e della tutela dei beni culturali anche alle acque internazionali.

Pubblico. Cosa pensa del fatto che due capolavori, come i bronzi di Riace, siano conservati in una località di difficile accesso al turismo come Reggio Calabria?

Gianfrotta. A mio avviso questi bronzi non sono "relegati" a Reggio Calabria. Certo qualsiasi manager di industria osserverebbe freddamente che a Reggio s'incassa molto meno di quanto si farebbe in altre località. Purtroppo sempre di più, anche nel campo culturale, prende piede la filosofia che è buono ciò che rende molto in termini di proventi. La presenza dei Bronzi a Reggio Calabria è conseguenza di una scelta coraggiosa, di natura squisitamente culturale. La conservazione dei reperti archeologici in prossimità del loro luogo di rinvenimento risponde agli stessi principi di salvaguardia e tutela del bene culturale, di cui abbiamo parlato a proposito del problema delle acque internazionali.
Un caso analogo, ma con esiti diversi, è quello, meno noto, delle navi di Nemi. I bellissimi bronzi che arredavano gli interni delle navi, bruciate in seguito a vicende belliche della seconda guerra mondiale, sono oggi conservati presso il Museo Nazionale Romano, a Roma appunto; questa scelta non è stata dettata da considerazioni di natura economica, ma soltanto dal fatto che negli anni cinquanta il tetto del Museo di Nemi lasciava filtrare acqua, costringendo quindi a un ricovero dei bronzi a Roma, dove sembra rimarranno per sempre. Ogni volta dovrebbe valere il principio che, nel rispetto della cultura delle diverse regioni e delle diverse popolazioni, gli oggetti rimangano vicino a dove sono stati trovati.

Piero Alfredo Gianfrotta
docente di Topografia antica all'Università della Tuscia



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