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Maria Ausilia Fadda'Tuffi di archeologia nuragica'Pruneti. La dottoressa Maria Ausilia Fadda ci illustrerà le campagne di scavo in corso in Sardegna per iniziativa dell'Esit, in collaborazione con le locali soprintendenze, i comuni interessati e Archeologia Viva. Fadda. Per rimanere legati al titolo che è stato dato alla mia relazione, "Tuffi di archeologia nuragica", - come avrete capito, noi subiamo le scelte di Pruneti - comincerò mostrando un'immagine delle azzurre acque della Sardegna. Ci stiamo avvicinando alle coste del Dorgalese, dove, ormai anni fa, è stata sperimentata una nuova formula di turismo culturale. Si tratta delle operazioni che trovarono il loro inizio nella campagna di Nuraghe Mannu, presso Cala Gonone. Questo sito ha richiamato negli anni centinaia di partecipanti che, con grande buona volontà, hanno cominciato con il diserbare un luogo originariamente coperto da tenaci macchie di lentischio. Sono venuti così alla luce i resti di un villaggio nuragico che rimase in vita, con alcune trasformazioni edilizie, sino al IV sec. d.C. Si è trattato di intervento molto complesso, perché il nostro scopo non consisteva nel riportare semplicemente alla luce le strutture dell'ultimo periodo di vita dell'abitato, ma volevamo ricostruire le abitazioni di età nuragica che, in periodo romano, erano state sistematicamente smontate per riutilizzarne le pietre. È stato necessario fare un attento vaglio del materiale di risulta per recuperare i blocchi isodomi, squadrati, delle costruzioni nuragiche. Mentre era in corso questa ricerca, in uno degli ambienti di età romana, inserita nella muratura, abbiamo rinvenuto una pietra di forma trapezoidale, appartenente a un'originaria tomba di giganti, di quelle che noi chiamiamo "stele a dentelli", di pieno periodo nuragico. Veniamo ora all'operazione Gallura. Questo scavo si svolge in località Lu Brandali, dove si estende un grande insediamento nuragico, con diverse tombe di giganti. Ancora nei manuali degli anni Cinquanta e Sessanta, si parlava del Gallurese come di un'area a parte rispetto al resto della Sardegna, tanto che era invalso il termine "cultura gallurese". Ma nel corso degli anni l'avanzare delle ricerche ha dimostrato che certe soluzioni architettoniche, in un primo momento ritenute esclusive della Gallura, si hanno anche in regioni vicine come la Barbagia e l'Ogliastra, dove troviamo le stesse caratteristiche geomorfologiche. L'attività di ricerca non si esaurisce con lo scavo di un sito, ma si integra con la visita a siti archeologici vicini. Uno di questi è lo scavo di Sarcu e is Forros, dove è stato identificato un megaron di ben 17 metri di lunghezza. Nuove ricerche condotte sul sito hanno dato delle sorprese inaspettate, come un eccezionale bronzetto di guerriero nuragico, molto preciso nella rappresentazione della complessa armatura composta da doppia goliera, pettorale e schinieri; notevole è la cura con cui è descritta anche la capigliatura. Tengo a sottolineare l'alta qualità di questo bronzetto proveniente da una delle zone interne del Gennargentu, dove la letteratura archeologica ha sempre localizzato produzioni bronzee di scarso livello, attribuite a uno stile barbaricino-mediterranezzante. Un'altra delle aree archeologiche visitate in occasione dei nostri scavi è Su Tempiesu, il tempietto di Orune. Recentemente una frana rischiava di cancellare il monumento già riportato in luce, così come era accaduto all'inizio dell'età del Ferro. Siamo dovuti intervenire per creare dei canali che impedissero una nuova frana e, in occasione di questi lavori di emergenza, è venuto alla luce un altro pozzo, il secondo dopo quello scavato nel 1981. Un secondo sito meta delle nostre visite è quello di Romanzesu di Bitti, dove, all'interno di una fittissima foresta di sughere, si nascondono i resti di un importante villaggio nuragico, di cui sono ancora visibili vasche per le abluzioni, aree cerimoniali e diversi templi a megaron (ben tre nello stesso abitato). Ancora è difficile tirare le conclusioni su questi edifici a megaron; un collega egeista mi ha riferito che in area cretese vi sono dei megaron che, nell'età del Bronzo finale, risultano ugualmente destinati a scopi cultuali. Da quest'area proviene anche una cosiddetta "fiasca del pellegrino", dal collo a forma di torre nuragica; questa è senza dubbio una notevole scoperta, perché, sinora, questi oggetti erano attribuiti a produzioni fenicie. Recentemente, in occasione della realizzazione per conto del comune di un muro a secco per la recinzione dell'area archeologica, è venuto in luce un ennesimo megaron perfettamente conservato, nel quale sono stati rinvenuti punte e puntali di lancia, bottoni bronzei conici con protomi taurine e cervine, spilloni, fibule e una quantità notevole di ambre. Queste presentano delle solcature parallele e sono facilmente riconducibili a tipologie note, come il tipo Frattesina e Allumiere. Inizialmente avevo sottovalutato l'importanza di questi oggetti, poiché mi allineavo con l'opinione più diffusa fra gli studiosi, che vedono in queste ambre le testimonianze dei traffici egei dall'oriente verso occidente; tuttavia il numero rilevante degli oggetti rinvenuti (oltre duecento esemplari) mi aveva insospettito sulla veridicità di una simile ipotesi; l'analisi tipologica sulle ambre ha, infatti, evidenziato, un'origine pressoché comune a tutti questi oggetti dall'Italia centrale e settentrionale. Il recente rinvenimento di una spada di tipo Allerona a Gremanu offre sostegno a questa ipotesi che vede rivalutati i rapporti, che appaiono sempre più stretti, fra Sardegna e la penisola centrosettentrionale. In particolare potremmo ragionevolmente immaginare che i grani d'ambra rinvenuti servissero da merce di scambio per i prodotti della metallurgia sarda, ampiamente attestati in quelle regioni. Un ulteriore elemento di difficoltà, per quel che riguarda la questione delle ambre, è l'esistenza di un riflesso grigio azzurro presente in alcuni di questi grani, che è una caratteristica dell'ambra di provenienza siciliana. Queste ambre prendono il nome di simetite, dall'omonimo fiume Simeto, in Sicilia. L'ambra di provenienza siciliana, infatti, non contiene l'acido succinico, che è invece presente nell'ambra di origine baltica, la più diffusa. Questo indizio suggerirebbe anche l'esistenza di rapporti diretti con la Sicilia ancora tutti da chiarire. L'ultima delle campagne di scavo che stiamo conducendo in Sardegna per iniziativa dell'Esit è l'operazione Marmilla. L'area interessata si trova alla periferia del moderno abitato di Villanovaforru. Si tratta anche in questo caso di un insediamento nuragico, in buona parte già indagato. Da tempo Villanovaforru, puntando sulle sue grandiose testimonianze nuragiche, da paese che viveva di una stentata economia agricola, si è trasformato in una località turistica. Il comune si è battuto per ottenere dalla Soprintendenza di Cagliari la realizzazione di questa nuova iniziativa, che abbiamo chiamato operazione Marmilla, dal nome storico di questa bella regione collinare. Maria Ausilia Fadda Stampa |
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