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Nicolo' Marchetti e Lorenzo Nigro

'Le mura di Gerico: dalle trombe agli scavi'

Pruneti. Sono contento che Nicolò Marchetti e Lorenzo Nigro siano tornati per aggiornarci sulla seconda campagna condotta a Gerico, dopo l'incontro dell'anno passato in Palazzo Vecchio, al termine della prima campagna. Il titolo, "Le mura di Gerico: dalle trombe agli scavi" non appaia strano. Le trombe sono, ovviamente, quelle ricordate dalla Bibbia, al cui suono si abbatterono le mura della città di Gerico. Gli scavi attuali servono a ricordarci e dimostrarci ciò che aveva già affermato Galileo, che la Bibbia è un libro sacro, non un testo scientifico da prendere alla lettera. Marchetti e Nigro sono i direttori di scavo, per quel che riguarda la parte italiana. Infatti, Gerico non è soltanto un'importantissima area di ricerche, ma anche il luogo in cui si è sperimentata una proficua forma di collaborazione fra un'università italiana, la Sapienza di Roma, e il nuovo Dipartimento antichità dell'Autorità nazionale palestinese.

Marchetti. L'oasi di Gerico è stata una delle prime località in Medio Oriente ad attirare l'attenzione degli studiosi. Fu il capitano Charles Warren, nel 1873, a fare i primi sondaggi nel sito dell'antica città per conto del Palestinian Exploration Found. Tuttavia Warren non ritenne interessanti i rinvenimenti; questo si spiega anche con i sistemi di investigazione adottati, che prevedevano scavi in galleria con pozzi profondi molti metri; inoltre, all'epoca non si era ancora in grado di riconoscere le tracce lasciate dai mattoni crudi. I primi a rivelare l'importanza del sito saranno gli austriaci con gli scavi condotti, nei primi anni del secolo, da Sellin e Watzinger; i risultati furono resi noti con una pubblicazione del 1913, edita solo cinque anni dopo la fine delle ricerche, che costituisce il primo rapporto scientifico di scavo nella storia dell'archeologia palestinese. Nonostante la qualità del lavoro, che ne fa tuttora uno strumento utile, bisogna dire che gli studiosi incorsero in un grave errore di datazione, comprensibile per l'epoca data la mancanza di un'affidabile seriazione della ceramica. Infatti, gli scavatori datarono all'inizio del I millennio a.C. gli strati riferibili al Bronzo medio (quindi degli inizi del II millennio a.C.). Watzinger, una decina di anni dopo la pubblicazione del rapporto, si avvide dell'errore e scrisse un articolo per rettificare le cronologie proposte inizialmente. Tuttavia John Garstang, professore a Oxford e direttore del Dipartimento di Antichità, non accettò questa conclusione e tornò a scavare a Gerico, tra il 1930 e il 1936, per dimostrare la validità delle sue opinioni. Per la storia delle ricerche a Gerico questo intervento fu un disastro: Garstang procedette a veri e propri sterri, non esitando a demolire le grandi mura in mattoni del 2300 a.C., tutto in nome di alcuni principi preconcetti tipici della cosiddetta "archeologia biblica"; in particolare Garstang voleva dimostrare che le mura di Gerico, del 2300 a.C., datavano invece al 1300 a.C., l'epoca di Giosuè. Catherine Kenyon, sempre dell'Università di Oxford, tornò a scavare a Gerico tra il 1952 e 1958, dove, per la prima volta, adottò i criteri della ricerca stratigrafica moderna; anche per questo Gerico riveste una particolare importanza nella storia dell'archeologia, perché proprio qui venne messo a punto il primo sistema di scavo scientifico. La Kenyon privilegiava però l'archeologia verticale e realizzava immani trincee profonde anche sino a quindici metri. Al termine delle indagini, Gerico poteva vantare una delle più impressionanti successioni stratigrafiche note: dal Neolitico preceramico A (ca. 9000 a.C.) sino alla fine del Bronzo medio, epoca di abbandono del sito (ca. 1550 a.C.).
Per noi che siamo allievi di Paolo Matthiae e che per oltre dieci anni avevamo scavato a Ebla, Gerico rappresentava una sostanziale novità; l'archeologia palestinese è sempre stata dominata da due grandi scuole, una biblica, di ascendenza anglosassone e israeliana, e una storica, di tradizione europea. Oggi possiamo dire che la questione è risolta a favore dell'archeologia storica, anche se alcune università e centri di ricerca statunitensi continuano a essere roccaforti della tradizione biblica. Questa tradizione di studi vede l'archeologia in debito nei confronti della Bibbia che - è stato ricordato anche poco fa - non può essere letta come un'oggettiva e imparziale fonte storica. L'archeologia, che è una scienza storica dotata di una propria autonomia, non deve, d'altro canto, entrare in contatto con la Bibbia, né per confermarla, né per smentirla. Quando noi siamo arrivati a Gerico, conoscevamo, ovviamente, la realtà storica, cioè che le ultime mura di Gerico datano alla metà del XVI sec. a.C. e sono quindi di oltre due secoli anteriori al racconto biblico. A quest'epoca, intorno al XIII sec. a.C., Gerico non era più di un villaggio nella zona intorno alla fonte.
Nel 1993, dopo gli accordi di Oslo, nacque il Dipartimento di Antichità di Palestina, che si è trovato a fronteggiare una situazione estremamente grave. Per prima cosa si è recuperato il controllo del territorio, iniziando il restauro di molti siti risalenti ai periodi più diversi, come Samaria, la capitale storica dei re di Israele, o i resti del palazzo del califfo ommaiade Isham, eretto nel 723 d.C. Terminata la fase di emergenza, nel 1996, i palestinesi hanno deciso di riprendere le ricerche in quello che, a ragione, chiamano il "santuario dell'archeologia in Oriente". La proposta di collaborazione dell'Università La Sapienza fu accolta con entusiasmo dalle autorità palestinesi, anche grazie al credito che quell'istituzione gode dopo le scoperte di Ebla. Nel 1997 si arrivò alla realizzazione della prima campagna di scavo congiunta. Lo scopo della nostra missione è diverso da quello che fu della Kenyon; la studiosa inglese, infatti, scavava in profondità fermandosi soltanto quando incontrava la roccia viva. Questa impostazione, se da un lato fu fondamentale per definire un criterio scientifico nella ricerca archeologica, oggi è del tutto impraticabile. Per questo motivo il criterio adottato è stato quello di uno scavo stratigrafico estensivo mirato alla scoperta della città del Bronzo antico e medio, cioè del periodo compreso fra il 3000 e il 1500 a.C.
La nostra missione ha come scopo anche quello di formare la scuola archeologica palestinese, grazie alle sovvenzioni, oltre che dell'Università di Roma, dei ministeri per la Ricerca scientifica e degli Esteri. Il nostro scopo inoltre, non è soltanto quello di indagare la città, ma anche quello di lasciare visibili e fruibili le strutture rinvenute. In quest'ottica sono state realizzate passerelle e rampe che mettono in comunicazione le attuali aree d'indagine con gli scavi già visitabili e inseriti nell'ambito del Parco archeologico di Gerico.

Nigro. Uno spettro cronologico di oltre diecimila anni, così come ci è attestato a Gerico, non può essere affrontato nella sua globalità. Abbiamo così deciso di concentrare le nostre ricerche su periodi a noi più noti e testimoniati nel modo migliore a Gerico. La prima di queste fasi è quella relativa al III millennio a.C., quando in Palestina si costituiscono i primi centri urbani. Devo dire che in questa ricerca siamo stati fortunati, perché, in un sito che pure ha subito oltre centocinquanta anni di scavi, è stato possibile individuare un punto in cui affioravano antiche strutture. Abbiamo quindi prescelto quest'area e definito una superficie di nove metri di lato, nel settore settentrionale dell'insediamento. È venuto in luce un isolato definito da due strade, che vengono a congiungersi. In uno degli ambienti è riconoscibile un focolare pavimentato con delle pietre; di particolare interesse, anche per la ricostruzione dell'elevato della struttura, sono due contrafforti presenti nella muratura e una profonda buca di palo distinguibile quasi al centro della stanza. Evidentemente in questa buca alloggiava un pilastro che sorreggeva due travi di legno, che si appoggiavano sulle pareti nei punti segnati dai due contrafforti. Questo dispositivo consentiva di lasciare a cielo aperto l'angolo dove c'era il focolare, garantendo la copertura del resto dell'ambiente. Tra i reperti, spicca un cospicuo numero di ossa di bovini: Gerico deve la sua fortuna alla fonte, che dà vita a un'oasi particolarmente fertile, al punto da garantire l'allevamento anche dei bovini. Proprio questa concentrazione di ricchezza e di cibo fu all'origine dell'esplosione demogra­fica e della nascita urbana di Gerico nel III millennio a.C. Nel medesimo settore è stata riportata alla luce anche una casa di due vani di cui, eccezionalmente, è stato possibile identificare l'ingresso, grazie alle tracce dei cardini nei muri. Nel primo ambiente c'era un fondo di giara infisso nel pavimento, mentre la seconda stanza, più grande, ha restituito strumenti litici utilizzati forse nella macellazione delle carni e conchiglie marine come pendenti. Queste conchiglie provengono certamente dal Golfo Persico e testimoniano l'ampiezza dei contatti commerciali di Gerico in quel periodo. Da quest'ambiente anche due frammenti di cretule, cioè grumi d'argilla utilizzati per sigillare recipienti o porte. In uno di questi è riconoscibile un incavo rettangolare, mentre l'altro ha una depressione di forma semicircolare; servivano probabilmente per sigillare rispettivamente una porta e una giara. Sono modeste, ma importantissime testimonianze dell'esistenza di un ente preposto alla movimentazione e all'immagazzinamento dei beni. Questa struttura amministrativa è presupposta anche da altri oggetti, come dei piccolissimi pesi di non oltre sette grammi, che equivalgono a un'unità di misura di metalli preziosi nota anche da molte altre località della Siria. Questi metalli pregiati, l'argento in particolare, costituivano le prime unità di scambio utilizzate da queste società protourbane. Com'è nata questa società urbana? Certamente fra le risorse che Gerico controllava erano il sale e lo zolfo del Mar Morto, sostanze molto utilizzate nell'antichità rispettivamente come conservante e medicinale. Queste materie prime raggiungevano l'Egitto e, del resto, proprio dai reciproci contatti con la civiltà della Valle del Nilo, si è originato anche in Palestina lo sviluppo di un'autorità statale urbana.
Sul lato meridionale dell'abitato abbiamo scavato le fortificazioni del Bronzo medio. Si tratta di strutture diverse edificate sullo stesso luogo in un arco cronologico che va dal 1900 al 1500 a.C.
Fra le molte informazioni che ci ha dato questo intervento è la scoperta di un muro di scarpa inserito entro il terrapieno, come sostegno interno. Abbiamo così la prova stratigrafica che questo muro ha tagliato tutte le altre strutture che lo precedevano e che esso non era a vista, ma serviva solo a reggere dei grandi terrapieni posti al di sopra. La città doveva apparire circondata non solo da mura, ma anche da terrapieni in forte pendenza, impossibili da scalare, la cui funzione era di impedire agli arieti di avvicinarsi alle mura vere e proprie che si trovavano al di sopra. Una seconda scoperta consiste nell'aver messo in luce altre strutture abitative al di fuori di questo apparato difensivo, dimostrando così che la città era assai più grande di quel che si credeva.
Già in occasione della campagna precedente avevamo messo in luce un angolo costruito in pietra, inserito in un terrapieno più arretrato databile al 1800 a.C. Dal confronto con quanto noto da una città vicina dello stesso periodo, Shechem, abbiamo scavato a venti metri di distanza da questo angolo e abbiamo avuto una piacevole conferma alle nostre ipotesi, mettendo in luce un angolo uguale al precedente, perfettamente allineato: sono i due angoli opposti di due torri, di sette metri di larghezza, che fiancheggiavano una grandissima porta urbica. Nel giro di qualche anno qui sarà portato alla luce un monumento di dimensioni notevoli, tanto più importante perché costituisce la prima porta della città di Gerico che è stata ritrovata. Fuori delle mura abbiamo individuato anche un edificio palatino con mura di due metri di spessore, che andò distrutto in un incendio, forse ricollegabile a qualche assalto egiziano. Al di sopra dei resti del palazzo vennero poi insediandosi delle più modeste case di abitazione.

Nicolò Marchetti e Lorenzo Nigro
direttori della Missione archeologica a Gerico dell'Università "La Sapienza" di Roma 



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