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Luciano Agostiniani e Francesco Nicosia

'Nella vita quotidiana degli Etruschi. La Tavola di Cortona'
Pruneti. Do ora la parola ai relatori del primo intervento, Francesco Nicosia, che ho già citato, e Luciano Agostiniani, fra i massimi esperti di antiche lingue italiche, che ci parleranno della tavola etrusca di Cortona. Un quesito preli­mi­na­re: nonostante la Tabula Cortonensis sia stata ritrovata dieci anni fa, solo di recente è stata resa no­ta; l'accusa è, ancora una volta, come ac­cennavo poc'anzi, di gestirsi le scoperte a tempo e comodo, come una proprietà personale...

Nicosia. Sì, direi, che va dedicato un minuto a questa faccenda, non più di un minuto. Il feticcio non ci interessa. Spesso il feticcio archeologico è sottratto al suo contesto per renderlo noto il prima possibile al popolo, e questo è delittuoso. Il perché è ovvio. Ritardare di uno o di venti anni, o di una vita, fosse anche la mia, l'an­nuncio di una non scoperta, di un trionfale feticcio, è una piccola sciocchezza, perché i quesi­­ti che ora pone la Tabula rimangono tali. Ci vuole pazienza, avendo per le mani l'iscrizione più lunga reperita nel XX secolo e una delle più lunghe dell'intero patrimonio epigrafico etrusco. Ci voleva pazienza e basta. Credo di essere stato molto chiaro. Ora veniamo al merito che ci interessa.
La Tabula Cortonensis si compone, attualmente, di sette pezzi; l'ottavo, l'ultimo pezzo a sinistra in basso, non è rilevante ai fini della comprensione del testo. Certo, avrebbe una grande rilevanza feticistica presentare l'intera Tabula, come l'avrebbe manometterla, magari ricomponendo e saldando i sette frammenti. In questo modo si sarebbe potuto presentare la tavola intera, riportata alla sua pristina bellezza, ma quel che realmente importa è giungere alla comprensione di un testo, la cui lettura ed esegesi non è stata compromessa dalla parte mancante. La tavola è scritta su entrambe le facce. Ci sono negati i dati contestuali, cioè non esiste un solo dato certo sul luogo del rinvenimento; la dizione, ormai invalsa nell'uso, di Tabula Cortonensis è corretta, ma questa provenienza geografica la deduciamo dal testo stesso e non da notizie relative al luogo di ritrovamento. Qualcuno, non sappiamo chi e quando, ma comunque in un momento anteriore al formarsi della bella patina che ora la copre, ritenne opportuno spezzarla in otto porzioni, nascondendole in un luogo, che, come, ho detto prima, ci rimane ignoto. I frammenti di bronzo, col tempo, si sono parzialmente coperti anche di ruggine, indizio, forse, della vicinanza di uno o più oggetti in ferro che, però, non ci sono stati consegnati insieme all'iscrizione. Dall'andamento delle linee di frattura è possibile ricostruire anche la sequenza attuata per distruggere la tavoletta: prima si è rotta la Tabula a metà secondo una linea orizzontale centrale, poi si sono rotte le due metà in due pezzi realizzando un taglio verticale, infine i quattro pezzi sono stati, a loro volta, rotti seguendo una linea centrale, in modo da avere un totale di otto pezzi. Sarebbe interessante sapere quando e perché la Tabula fu rotta; forse, in futuro, ce lo potranno dire le scienze esatte, che, tuttavia, allo stato attuale sono ancora meno precise dei dati stilistici o epigrafici. Pensate al vaso François conservato al Museo archeologico di Firenze: grazie alla termoluminescenza o altre scienze esatte potremo arrivare a una datazione al cinquantennio, mentre, con l'analisi stilistica è possibile giungere a una cronologia esatta al quinquennio.
Della Tabula Cortonensis possiamo dire ancora una cosa: chi l'ha trovata ha tentato di ripulirla utilizzando un bruschino metallico. Nonostante questo barbarico tentativo, quando entrammo in possesso dei frammenti la ruggine era ancora talmente spessa da rendere impossibile la lettura del testo per intero. Abbiamo, così, dovuto far ricorso alle radiografie, utilissimo strumento d'indagine non distruttivo. È giusto che ricordi Roberto Pecchioli, che ha realizzato queste radiografie, rendendo possibile la lettura della Tabula senza danneggiarla.

Agostiniani. La grafia della Tabula è per più versi di grande interesse. C'è prima di tutto il tipo di alfabeto impiegato. Si tratta senza alcun dubbio di quello in uso nel territorio di Cortona tra la fine del III e il II sec. a.C. Questo si vede, in generale, dalla struttura delle lettere; in particolare, dal fatto che, accanto alla e normale, ne compare un'altra, che rispetto a questa appare rovesciata, o "retrograda" come si usa dire: evidentemente, per rendere due diverse vocali di timbro e. L'uso di questa doppia e è tipico, come si sa da sempre, delle iscrizioni di Cortona. L'alfabeto della Tabula Cortonensis rimanda dunque a Cortona, come a Cortona rimanda la presenza nel testo, da una parte, di nomi propri di persona che sono di accertata matrice cortonese; dall'altra, di una parola, che rappresenta la forma locale, in etrusco, del nome del lago Trasimeno. Non vi è dunque motivo di temere che la dichiarata origine cortonese del reperto non risponda a verità: e di aver fatto chiarezza su questo punto ci auto-attribuiamo il merito.
Il secondo motivo di interesse della scrittura della Tabula riguarda le modalità di esecuzione. Si riconoscono due mani diverse, e i due scribi sembrano separati da uno scarto generazionale. Ma ambedue le grafie si caratterizzano per un'incisione dal tratto quasi sempre estremamente deciso e accurato. Siamo chiaramente di fronte a un'opera che ha una committenza di livello molto alto: come dimostra, se non fosse altro, il fatto che il testo menziona una serie di personaggi che appartengono all'alta società cortonese dell'epoca. In queste condizioni, mi pare ci sia ben poco spazio per immaginare che il testo contenga errori di scrittura, e per emendarlo di conseguenza, allo scopo di renderlo compatibile con questa o quella interpretazione più o meno precostituita: il che, per inciso, non costituisce mai un buon metodo, anche con iscrizioni che, in partenza, potrebbero immaginarsi redatte da esecutori meno esperti e quindi più sottoposte ad errori di grafia.
Tutto sommato, le poche cose dette finora danno un'idea, certo generica, ma sufficientemente chiara e non equivoca, della grafia della Tabula Cortonensis. Ma quando passiamo a trattare del contenuto del testo, il discorso si fa molto più complesso, e dovremo per forza di cose rimandare (per molti dei particolari, ma anche per una serie di punti abbastanza centrali) a quanto detto nella nostra pubblicazione. Partiamo da una considerazione di questo genere. È indubbiamente vero, come tutti sanno - o dovrebbero sapere - che l'etrusco si legge senza difficoltà, e che non c'è difficoltà a riconoscere in un testo quali sono i nomi propri e quali le parole del lessico; ed è altrettanto vero che le attuali conoscenze circolanti all'interno dell'etruscologia scientifica ci permettono di decodificare (leggere e capire) alcuni testi brevi e alcune brevi parti di testi: ma di molti brani di etrusco si coglie il contenuto in generale, ma non si capisce la struttura; e altri brani restano decisamente oscuri. Se queste sono, come sono, le condizioni in cui ci troviamo di fronte a un testo etrusco, ci possiamo attendere che un documento della lunghezza e della complessità della Tabula Cortonensis si presenti secondo la casistica sopra descritta. Così è in effetti.
Come si è detto, non ci sono problemi di lettura. A prescindere dalla sua interpretazione, il testo appare poi suddiviso in una serie di 7 sezioni, separate da un cambio di riga o dalla presenza di un particolare segno di "a capo": per in­ciso, il segno appare identico a quello usato nella moderna correzione delle bozze di stampa. È logico immaginare che le diverse sezioni abbiano una loro autonomia sintattica e, entro certi limiti, anche di significato.
I nomi propri si riconoscono senza difficoltà. Sono in tutti 107, cioè più o meno la metà delle parole presenti nel testo. Alcuni sono inseriti nel tessuto sintattico del testo. Così nella I sezione sono menzionati un Petru Scevas e alcuni membri di una branca particolare della famiglia Cusu; si tratta in tutti e due i casi di famiglie dell'aristocrazia locale, i cui rapporti reciproci, nel periodo cui si riferisce la Tabula, sono noti da altre fonti epigrafiche. D'altro canto, altri personaggi sono semplicemente elencati in liste, alcune piuttosto lunghe. Le liste sono 4. Di queste, tre sono liste vere e proprie, cioè pure e semplici elencazioni: una prima, nella sezione III, in cui compaiono 15 nomi di personaggi, tutti uomini; una seconda lista, nella sezione successiva, in cui sono elencati, oltre a Petru Scevas e alla di lui moglie, i suddetti membri della famiglia Cusu; una terza lista, nella sezione VI, costituita da 14 o 15 nomi, riferiti a personaggi di sesso maschile; il primo è accompagnato dal suo titolo di alto magistrato, mentre alcuni degli altri sono menzionati assieme ai figli, e in qualche caso ai nipoti. La quarta lista, che compare nell'ultima sezione, è diversa dalle altre: i 4 personaggi sono già presenti nell'elenco della sezione precedente, e sono questa volta non semplicemente elencati, ma indicati come coloro che compiono una certa azione.
Dunque, stando alla natura delle liste di nomi, il testo della Tabula concerne da una parte, Petru Scevas e la moglie, nonché i Cusu; dall'altra, i 15 personaggi della sezione III; dall'altra ancora, i 14 o 15 personaggi della sezione VI. È ovvio che tra questi personaggi deve intercorrere un qualche rapporto, registrato dalla Tabula. Ma di che tipo? Il confronto con le altre iscrizioni etrusche che ci sono arrivate ci dice che deve trattarsi di un rapporto di tipo giuridico. Lo si vede, in negativo, dal fatto che non si tratta, evidentemente, di nessuno degli alti "generi" testuali documentati per l'ambito etrusco: cioè, né di un testo funerario, né di un testo di dono, né di un calendario rituale ecc.; in positivo, dalle somiglianze del testo della Tabula con altri testi il cui carattere giuridico è accertato: primo fra tutti, ma non solo, quello del famoso "Cippo di Perugia". D'altro canto, in questa direzione puntano anche i non pochi punti del testo che è possibile capire, in tutto o in parte, a partire dalle attuali conoscenze sulla lingua etrusca. Così, per esempio, la formula di datazione che fa riferimento ai due magistrati eponimi, il cui nome identificava l'anno; oppure la formula «questo documento è stato scritto ... secondo le regole ... da ...», che si riferisce con tutta probabilità alla redazione definitiva dell'atto giuridico in vista della archiviazione; oppure, infine, l'incipit assoluto del testo, dall'andamento solenne: «Così da parte di Petru Scevas la vigna (forse) e il ... sono stati acquisiti», il tutto specificato da una serie di espressioni numerali.
Ma di che tipo di rapporto giuridico si tratta? Gli archeologi hanno da tempo sottolineato che, giusto all'epoca in cui si colloca la Tabula, si constata l'apparizione in vari centri dell'Etruria settentrionale, tra cui anche Cortona, di un numero considerevole di piccoli insediamenti rurali, in qualche caso addirittura unifamiliari, nati evidentemente da una suddivisione di un precedente latifondo. Si tratta di una trasformazione sociale voluta dalle oligarchie locali, legata alle inquietudini che dovevano serpeggiare tra i proprietari terrieri per le rivolte nate in seguito alla seconda guerra punica. Ora, la Tabula potrebbe rappresentare la testimonianza di una transazione relativa a questo processo socioeconomico: cioè, la testimonianza del trasferimento di terreni nelle mani di piccoli gruppi di antichi schiavi: se venduti o dati in affitto, non importa decidere in questa sede. Se si accetta questa proposta, si avrà una sorta di chiave per qualificare i gruppi di persone di cui abbiamo ap­pe­na parlato: Petru Scevas e i Cusu potrebbero es­se­re i grandi proprietari ter­rieri, che sud­dividono la loro proprietà; il gruppo di 15 persone della sezione III sareb­bero i nuovi piccoli proprietari; e il terzo gruppo, quello della sezione VI, potrebbe essere quello dei garanti della regolarità della transazione e della solvibilità degli acquirenti: non a caso il primo personaggio della lista è un alto magistrato, e non a caso alcuni sono citati assieme ai loro discendenti (la garanzia va al di là dell'arco della vita, e i discendenti rispondono in solido). Naturalmente, è pos­sibile che la distribuzione dei ruoli sia più o meno diversa da quella appena definita: per esempio, si potrebbe ipotizzare, come fa Helmut Rix, che la compravendita av­­venga tra Petru Scevas e i Cusu, o altro. Ma con­ti­nuia­mo a pensa­re che il quadro generale resti valido.
Un'ultima osservazione: non pare vi siano mo­tivi per ritenere che questo testo si presenti, quanto a possibilità di interpretarlo, in condizioni diverse rispetto agli altri testi etruschi più cospicui: in primis, i due calendari rituali, quello della Tavola di Capua e quello della Mummia di Zagabria. Non ci sono dunque le condizioni per dare una traduzione globale del testo: chi lo ha fatto, o lo farà, lo ha fatto, o lo farà, a suo rischio e pericolo. D'altro canto, il testo della Ta­b­ula , a parte quanto si può dire sulla sua impor­tanza sul piano socio-stori­co, costituisce un notevole apporto al­le nostre conoscenze della lingua: le 30 parole nuove da una parte, e la rivisitazione di altri trat­ti linguistici dati per acqui­­si­ti dall'altra, han­no permesso pro­­gres­si più che consi­de­­­revoli. Certo, da un testo come questo non ci si può aspettare un mu­­ta­mento epo­­­ca­le o, come usa dire og­­gi, "ca­ta­stro­­­fico": ma a una platea di persone colte non c'è bisogno di sottolinearlo.

Francesco Nicosia
soprintendente ai Beni archeologici di Sassari e Nuoro

Luciano Agostiniani
docente di Glottologia all'Università di Perugia

 




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