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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Giovanni Pettinato

'C'era una volta la Mesopotamia'

Pruneti. Non occorrono parole per presentare Giovanni Pettinato, l'uomo che legge i testi cuneiformi come il giornale. Pettinato ci parlerà di alcune straordinarie scoperte avvenute in Iraq, lo Stato con cui coincide gran parte dell'antica Mesopotamia.

Pettinato. Il titolo che è stato dato a questo mio intervento è indovinatissimo e la notizia del bombardamento angloamericano compiuto due giorni fa dagli americani su Bagdad lo conferma. Dunque, non si tratta solo di ripercorrere il passato, ma di immergerci nel presente più duro e angosciante. È vero che a governare l'Iraq è un dittatore, ma chi soffre di ben dieci anni di embargo è la popolazione. Ancor meglio il nostro titolo si adatta alla realtà archeologica di quel paese, chiuso da un decennio alle missioni scientifiche straniere. L'Italia, in effetti, ha fatto un'eccezione grandissima, riaprendo, con un accordo bilaterale, l'Istituto italo-iracheno di archeologia e consentendo così agli studiosi del nostro Paese, fra cui anche a me, di tornare a operare in un luogo fondamentale per la conoscenza delle antiche civiltà orientali. In Mesopotamia, infatti, avvenne, circa 3500 anni prima di Cristo, la seconda grande rivoluzione culturale dopo quella neolitica, ovvero la formazione della prima città.
Oggi vi parlerò delle importantissime scoperte che durante questo lungo periodo di embargo hanno effettuato gli stessi archeologi iracheni. Voi sapete che, in base alle decisioni prese nel 1991, alla fine della guerra del Golfo, l'Iraq è stato diviso in tre territori: il nord sotto il controllo dei Curdi, il sud degli Sciiti, mentre il centro del Paese è rimasto sotto il diretto controllo di Saddam Hussein. I paralleli che delimitano tali zone sono, di fatto, invalicabili non solo dalle forze armate, ma anche dai rappresentanti dello stato iracheno. Quindi, era logico aspettarsi, nel settore archeologico, quanto poi è successo: un fiorire di scavi clandestini a partire dalle regioni meridionali, quelle stesse che videro nascere la civiltà sumerica, la prima civiltà urbana del mondo, con le capitali di Uruk e Ur. Tre anni fa, a Londra, in casa di antiquari, ho potuto vedere migliaia di tavolette provenienti, per lo più, dall'antico sito di Umma, attualmente Djocha, risalenti alla terza dinastia di Ur, constatando così che gli scavi clandestini da cui provenivano quelle tavolette avevano riportato alla luce l'archivio dell'agricoltura della città di Umma. Quando il governo iracheno ha appreso dell'esistenza di questa fuga di materiali da Umma ha cercato di intervenire inviando dei funzionari in una zona che, attualmente, è sotto il controllo sciita, ma solo facendo intervenire l'esercito, è riuscito a rientrare in possesso dell'area archeologica.
Vista la difficoltà di operare nei territori del nord e del sud, gli iracheni hanno concentrato le ricerche nel centro del Paese. Quindici chilometri a sud di Bagdad, sono stati ripresi, dopo oltre cento anni, gli scavi nella città di Sipar, la città del dio Sole. Questo centro è ben noto agli studiosi occidentali anche perché Berosso, sacerdote caldeo, nella sua opera storica, i Babiloniakà, dedicata ai sovrani seleucidi, narra un mito in base al quale, quando gli dei decisero di inviare il diluvio universale, Chronos ordinò all'eroe del diluvio di seppellire tutti gli scritti della Mesopotamia presso il tempio del dio Sole a Sipar. Una missione dell'Università di Bagdad è riuscita a dare concretezza storica al mito portando alla luce una grande stanza a forma di biblioteca.

Le profonde nicchie ricavate lungo le pareti custodivano, ancora accuratamente sistemate, oltre ottocento tavolette; il fatto eccezionale è che non si trattava di testi economici, come nel novanta per cento della documentazione sumerica nota, bensì di racconti mitologici, narrazioni epiche, formule magiche. Si trattava, insomma, della biblioteca privata di un sacerdote esorcista che di questi testi si serviva per il proprio mestiere. Di particolare interesse, ad esempio, sono i numerosi trattati divinatori, dedicati all'epatoscopia, alla divinazione mediante l'olio, all'interpretazione del volo degli uccelli.
Agli iracheni si deve anche una seconda clamorosa scoperta, avvenuta nel sito di Meturan, l'attuale Tell Hadad, una trentina di chilometri a nord di Bagdad. Anche qui è venuta alla luce una biblioteca privata organizzata in due stanze, di cui la prima conservava esclusivamente testi letterari, mentre la seconda conteneva testi magici. È soprattutto di uno dei testi letterari trovati nella prima stanza che vorrei parlarvi, un testo di grande importanza poiché contribuisce a far luce su rituali attestati dagli scavi che per decenni sono rimasti incomprensibili. È forse nota a tutti la scoperta del cimitero reale di Ur, effettuata dagli inglesi negli anni Trenta. In particolare una tomba reale, al cui interno erano state inumate oltre ottanta persone, fra ancelle, danzatrici, musicisti, guardie del corpo, costituì un enigma di difficile soluzione. Lo scopritore, Sir Woolley, ipotizzò che si trattasse di una sepoltura multipla, che, cioè, il re, la regina e tutta la corte fossero stati sepolti contemporaneamente. Questa teoria non fu accolta poiché mancavano precedenti o motivazioni ideologiche e religiose che la potessero giustificare. Ebbene, gli scavi iracheni a Meturan hanno portato alla luce anche un capitolo sinora sconosciuto della saga di Gilgamesh, quello relativo alla sua morte.
Gilgamesh, eroe per due terzi umano e un terzo di natura divina, aspirava all'immortalità. Pur di ottenerla intraprese un lungo viaggio per incontrare l'eroe del diluvio, al quale era stato concesso dagli dei il dono della vita eterna. La risposta fu senza speranze: gli dei avevano esaurito la possibilità di conferire l'immortalità agli umani, per cui il destino di Gilgamesh era segnato. L'eroe del diluvio donò, comunque, a Gilgamesh la pianta dell'eterna giovinezza che, però, l'eroe, in un gesto di supremo sacrificio, non utilizzerà per sé, ma donerà ai vecchi del suo popolo. Questa era la figura di Gilgamesh, sovrano generoso e invincibile, che conoscevamo dal mito sinora noto.

Oggi la scoperta irachena nel sito di Meturan consente di farci conoscere anche l'ultimo capitolo della sua vita. Il poema inizia con la descrizione di Gilgamesh adagiato sul letto funebre, accompagnato dalla moglie, dalle ancelle, dagli anziani; in pratica la descrizione della situazione trovata nella tomba di Ur. Il racconto fa poi uno stacco, quasi un flashback, mostrandoci Gilgamesh ancora vivo che fa un sogno. Al termine del lunghissimo sogno gli appare Enki, dio della saggezza, che gli ripete quanto già gli aveva detto Utanapistim, l'eroe del diluvio: per Gilgamesh non c'è speranza di immortalità. Gilgamesh cerca di farsi spiegare il sogno dai suoi saggi, ma nessuno vi riesce se non Urlugal, suo figlio. Il responso non lascia dubbi sul destino di Gilgamesh che, ormai consapevole della sua sorte, incarica un architetto di far defluire le acque dell'Eufrate. Quando «il letto del fiume fu in grado di vedere la luce del sole», come dice il testo poetico, si cominciò a costruire un immenso mausoleo, nel quale entrò volontariamente Gilgamesh con tutta la sua corte. Una volta dentro, l'ingresso fu chiuso ermeticamente e, riaperte le dighe dell'Eufrate, il sepolcro venne sommerso dalle acque del fiume tornate nel loro alveo. Wolley aveva ragione: il sepolcro di Ur era una sepoltura collettiva voluta da un re che si era fatto seppellire così come aveva fatto il Gilgamesh del mito.

Giovanni Pettinato
docente di Assirologia all’Università “La Sapienza” di Roma 




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