Pruneti. Credo che siamo di fronte a una figura anomala di archeologo: formatosi come archeologo tradizionale, Manfredi ha deciso, con ottimi risultati, di applicare la propria cultura alla narrativa e alla divulgazione. Gli oltre due milioni e mezzo di copie del suo romanzo storico Alexandros costituiscono un record nel panorama dell'editoria italiana.
Manfredi. Piero ha letto la mia attività in questo modo ed è un suo diritto, ma il mio modo di vedere è un po' diverso. Io ho fatto la scelta di scrivere o narrativa o ricerca dura e pura. Non ho mai avuto intenzione di fare divulgazione, almeno nel senso che viene dato comunemente al termine. Quando ho voluto scrivere un romanzo come Alexandros, la mia intenzione era appunto quella di scrivere un romanzo. Forse la mia ultima opera, Akropolis, potrebbe essere etichettata come opera divulgativa, poiché, effettivamente, in quel libro ho cercato di raccontare la storia di Atene in forma piana, comprensibile, attuale, senza note a piè di pagina o chilometriche bibliografie. Ben diversa, credo, sia la funzione di un romanzo, che non deve divulgare dati desunti dalla ricerca scientifica in un linguaggio comprensibile a tutti, bensì deve suscitare, comunicare emozioni. I miei romanzi hanno, indubbiamente, un comune denominatore, l'ispirazione antichistica, da spiegarsi, però, soltanto col fatto che lo studio del mondo antico è la mia professione. D'altronde insegno Archeologia classica presso la Bocconi di Milano e non ho mai interrotto una produzione letteraria scientifica di tipo canonico, col suo bravo corredo di note e bibliografia relativa.
Credo che per definire la natura di un mio lavoro, come, ad esempio, Alexandros, a cui ha accennato Pruneti poco fa, sia molto utile il giudizio espresso da Omar Calabrese in un articolo pubblicato, circa un anno fa sul «Corriere della Sera». Calabrese ha cercato di analizzare il fenomeno della fortuna di Alexandros, arrivando alla conclusione che si trattasse non solo di un buon libro, ma anche di un genere originale. Infatti, Alexandros non poteva, secondo Calabrese, essere catalogato semplicemente come romanzo storico, poiché questo genere letterario prevede che a essere narrata sia una storia inventata ambientata sullo sfondo della storia vera (pensate a Ben Hur o a Quo Vadis). Non è questo il caso di Alexandros che è invece una storia vera, basata sull'attenta analisi delle fonti antiche. Neppure si poteva parlare di storia romanzata, poiché questa è la grande storia raccontata con tono dimesso e attualizzato, in modo da renderla comprensibile a un vasto pubblico. Calabrese pensava, dunque, a una terza via, cioè quello della narrazione della storia vera raccontata come l'unica possibile. Questo è esattamente quello che avevo voluto fare. La storia accademica procede per problemi, come è giusto che sia in qualsiasi campo della ricerca scientifica. Anch'io nei miei lavori accademici, come Gli Etruschi in Val Padana o I Celti in Italia, partivo dall'analisi dei dati (siano essi archeologici, epigrafici, letterari) e ne desumevo delle conclusioni, tra cui ne privilegiavo una come, a mio parere, la più verosimile. In un certo senso è quello che è avvenuto anche quando ho narrato la storia di Alessandro; naturalmente, basandomi sulla conoscenza delle fonti, sono giunto anch'io a delle personali convinzioni sulla storia del Macedone e ho fatto muovere i miei personaggi in sintonia con quelle convinzioni. Tutto, ovviamente, avviene in modo più agile che in un trattato scientifico, potendo procedere al galoppo con, come unica preoccupazione, la volontà di ricreare le emozioni e la vita.
I libri di storia ci restituiscono le dimensioni cronologiche e politiche di un'epoca, ma manca sempre la terza dimensione, quella della quotidianità. Ricordo che un regista americano mandò al produttore del film, col quale collaboravo come consulente per un progetto su Alessandro, una lunga serie di domande, fra cui una su cosa significasse essere un greco e un'altra su come si soffiassero il naso nel IV sec. a.C. Ebbene, fra le due, la domanda veramente difficile non è la prima (sul tema dell'ideale di grecità e del miracolo greco sono state scritte centinaia di opere), bensì la seconda, poiché nessuno si è mai preoccupato di indagare i gesti banali della quotidianità antica. Eppure, proprio dalla conoscenza dei piccoli gesti della vita scaturisce la simpatia verso questi uomini che riusciamo a sentire finalmente come nostri simili, come nostri antenati. Quando scrivo un'opera come Alexandros, quindi, io non devo conoscere solo gli eventi della "grande" storia, ma devo sapere anche qual è la cultura quotidiana dell'epoca: i proverbi, le filastrocche, le ninna-nanne. Devo sapere cos'è un artigiano, una modella, un artista, devo familiarizzare con la gestualità. In effetti, anch'io devo piegarmi a dei compromessi per evitare di cadere nel didascalico; ad esempio, so perfettamente che gli antichi greci per dire di no alzavano la testa, come ancora oggi si fa in Sicilia e in Libano, ma sarebbe pesante dire ogni volta «alzò il capo in segno di diniego», ragion per cui ho deciso di fargli scuotere la testa, secondo il nostro uso. L'inutile digressione didascalica interrompe l'emozione, uccidendo il racconto. Dovete considerare che sono proprio le emozioni a fare la storia. Non sono certo la riflessione, la ragione, la meditazione, il freddo distacco dagli eventi ad aver spinto gli uomini, bensì le passioni, l'egoismo, l'avidità, la violenza, l'odio, il desiderio di vendetta, l'avarizia. Ecco quindi che esplorare il passato attraverso la lente delle emozioni ci conduce a ricostruire situazioni assai più vicine alla verità, di quanto non sia in grado di fare il tradizionale strumento investigativo.
Se voi leggete una qualunque biografia di Alessandro, arrivate al punto in cui si parla dell'incendio di Persepoli; tutti gli storici tradizionali si pongono la stessa domanda: perché Alessandro ha bruciato la reggia degli imperatori persiani? Nelle opere scientifiche gli storici, di fronte all'impossibilità di fornire una risposta documentata, scelgono la soluzione più corretta e dignitosa: il silenzio. In una storia narrata come la mia, questo non era possibile, dovevo dare una risposta a una decisione apparentemente illogica che aveva ridotto in fumo il più bel palazzo esistente all'epoca. Quando, nel mio romanzo, Parmenione irrompe nella tenda di Alessandro svegliandolo e gridandogli «Perché lo hai fatto?», io non potevo far rispondere ad Alessandro «Beh, vedi, Parmenione, ci sono diverse ipotesi... secondo alcuni lo avrei fatto per pagare il mio debito nei confronti della lega panellenica, secondo altri si è trattato di un incidente, dal momento che eravamo tutti ubriachi...». Capite che dovevo far dare da Alessandro una sola risposta, che fosse logica e verosimile. Tuttavia, la risposta che gli ho messo in bocca è, secondo me, anche una verità storica che intendo pubblicare in sede scientifica con note, bibliografia e tutti i crismi della tradizione accademica. Alessandro risponde con freddezza, quasi con distacco, che quel che ha fatto l'aveva programmato da tempo, sin dall'inizio. Alessandro sapeva che, andando avanti, mosso da quell'ansia, sicuramente storica e autentica, di giungere ai confini del mondo, quel trono vuoto e tutte le ricchezze che quel palazzo custodiva avrebbero costituito per qualsiasi usurpatore lo strumento per porre fine alla sua impresa. Non dimentichiamo che Alessandro possedeva, accanto a una natura impetuosa e passionale, una mente logica educata dai massimi pensatori del tempo, Aristotele in primis. La distruzione del palazzo fu frutto di questa natura logica e la premeditazione del suo gesto è dimostrata dal fatto che, sin dal momento della conquista di Persepoli, aveva progettato di portare via, a oltre trecento chilometri di distanza, il tesoro che custodiva. Sappiamo dalle fonti che per il trasporto furono necessarie 24.000 bestie da soma e 15.000 uomini di scorta e, sicuramente, non meno di due o tre mesi di lavoro. Tutto programmato, sin dal primo momento, anche l'incendio. Romanzesca, lo ammetto, ma secondo me vera, è, invece, la causa della morte di Alessandro, così come la descrivo nel libro. Il condottiero non riuscì mai a perdonarsi di aver ordinato la morte di Parmenione, il braccio destro che gli era stato immensamente fedele e che stimava. Il rimorso per quella morte ingiusta lo condusse a ubriacarsi sino a morire di quel dolore acutissimo, a mio parere un collasso epatico, che lo colse a Babilonia.
Accennerò, per chiudere, a un altro mio libro, Akropolis. Si tratta di un esperimento diverso, ho cercato di raccontare la storia dalla strada, attraverso gli occhi dei cittadini, degli attori, delle spie, dei sicari, degli artisti. Tutti noi abbiamo, fatalmente, conosciuto Atene nel fulgore dei suoi marmi bianchi, mentre la città che cerco di far rivivere è un'Atene fangosa, polverosa, tridimensionale. Cerco di fare in modo che il lettore si renda conto di quale fosse l'aspetto della spianata dell'Acropoli col cantiere del Partenone in azione, occupato dalle macchine, affollato di operai e architetti. E ho cercato di far rivivere non solo l'aspetto monumentale della città, ma anche il significato e l'originalità del suo modo di autogovernarsi, quell'istituzione democratica che ha scritto il programma del nostro vivere oggi. La regola della democrazia è qualche cosa che sta dentro di noi e che è la radice della civiltà occidentale; ma come poteva funzionare una democrazia come quella ateniese che non aveva un governo, un primo ministro, un consiglio dei ministri, polizia investigativa, magistratura... Se io volevo accusare qualcuno, lo trascinavo davanti a seicento giudici, numero che, da solo, implicava l'impossibilità di corromperli tutti; io dicevo la mia, nel tempo concessomi da una clessidra, finito il quale, toccava all'altro. L'assemblea votava a maggioranza semplice senza appello. Probabilmente non è la migliore forma di giustizia, ma è sicuramente efficace e responsabilizzava l'intera popolazione che, del resto, in ogni circostanza era tenuta ad assumersi le conseguenze di ogni atto della collettività; in pratica non esisteva alcun tipo di filtro fra cittadino e istituzioni. Eppure proprio questo eccezionale laboratorio sociale ha prodotto, in meno di cinquant'anni, personalità come Socrate, Eschilo, Euripide, Pericle... Questo, in sintesi, è quello che chiamiamo il miracolo greco, un qualcosa destinato a rimanere per sempre dentro di noi o meglio, per usare le parole di Tucidide, l'inventore della storia assieme a Erodoto, «un patrimonio per l'eternità».
Valerio Massimo Manfredi
archeologo e scrittore