Pruneti. Direttamente dalla Sicilia, l'amico Giovanni Di Stefano ci porta la testimonianza delle inattese e sensazionali scoperte avvenute nel mare dell'antica colonia siracusana di Camarina. Lo stesso museo di questa località, che vi consiglio di visitare, dispone oggi di un'importante sezione dedicata all'archeologia subacquea, proprio grazie ai reperti restituiti dai fondali marini antistanti.
Di Stefano. In occasione di questo 3° Incontro di Archeologia Viva, brillantemente promosso da Piero Pruneti, in coincidenza con il ventennale della rivista, un ringraziamento sincero e affettuoso mi è gradito rivolgere al direttore. Già quando avviammo i primi programmi di ricerca archeologica subacquea nel mare di Camarina, in Sicilia, le scoperte che si sono succedute negli anni hanno trovato ospitalità tra le pagine di Archeologia Viva, contribuendo in maniera determinante sia a un'informazione scientifica rapida e corretta, che a incentivare l'intensità e la continuità della ricerca. Per ampi tratti i fondali della costa meridionale della Sicilia sono bassi e sabbiosi fino a 100-150 metri dalla battigia e molti antichi relitti sono arenati in acque poco profonde, spiaggiati e coperti da un insabbiamento mobile. Non è raro che dopo una mareggiata compaiano sul fondo del mare resti d'antichi naufragi, o velieri ottocenteschi o aerei e mezzi da sbarco dell'ultima guerra. Nella baia di Camarina sono apparsi inaspettatamente decine di relitti e vari resti di carichi commerciali, suscitando problematiche di ricerca scientifica e di tutela legate alla necessità di documentare la giacitura dei resti che giacciono al di sotto delle dune sabbiose mosse dal moto ondoso e dalle forti correnti marine.
La quantità dei resti dei naufragi, una vera e propria "miniera archeologica", conferma anche quanto difficile fosse nell'antichità la navigazione in questo tratto del Canale di Sicilia, battuto da forti venti di libeccio: un vero e proprio triangolo delle Bermude al centro del Mediterraneo, teatro di affondamenti, talvolta celebri. In due passi delle Storie di Polibio (I, 37 e 54) sono raccolti quasi come in una cronaca giornalistica due catastrofi che coinvolsero la marina di guerra romana: nel 255 a.C. naufragò lungo la spiaggia di Camarina la flotta romana inviata in Africa per salvare i resti della sfortunata spedizione di Attilio Regolo contro Cartagine. Morirono 60.000 uomini e si salvarono solo 80 navi. Ciò che non avevano distrutto i Cartaginesi in battaglia fu distrutto da un'impietosa tempesta abbattutasi sulle coste camarinesi e anche su un'intera classe dirigente romana, che forse aveva sottovalutato mezzi ed esperienze per il confronto con il mare. Non molto tempo dopo, nel 249 a.C., lungo il litorale camarinese la flotta di Publio Claudio Pulcro, che aveva già perso 200 navi in battaglia a Trapani, fu decimata da un nuovo naufragio: due flotte, ben 920 navi, del Console Giunio Publio, sorprese da una tempesta affondarono inesorabilmente.
A queste celebri pagine di storia la recente ricerca archeologica subacquea nel mare di Camarina ha aggiunto decine di storie di naufragi anonimi, dimenticati, ma che costituiscono i veri "tesori" di questa miniera archeologica. Sono proprio questi naufragi che ci consentono di scrivere alcune pagine della storia commerciale ed economica dell'epoca greco-arcaica fino alla tarda età imperiale. Alcuni esempi sono sicuramente emblematici. Un piccolo vascello commerciale greco diretto verso le colonie greche di Sicilia, lungo la rotta dell'olio, dalla Grecia verso l'occidente, naufragò agli inizi del VI sec. a.C., durante una navigazione di cabotaggio, nell'ancoraggio di Punta Braccetto (vicino Camarina). È stato possibile recuperare parte del carico: grandi anfore da trasporto di tipo corinzio, attiche e greco-orientali, ma anche coppe ioniche e lucerne. Due magnifici elmi in bronzo, ritrovati nel luogo del naufragio, databili al VII sec. a.C., sono forse due preziosi cimeli portati a bordo dal comandante della nave, un vero signore e piccolo principe del mare. Alla fine del IV sec. a.C. un altro affondamento di un vascello commerciale dovette avvenire nella baia sottostante l'agorà di Camarina. Il carico era formato da anfore greco-italiche, forse per trasportare vino camarinense. Dal carico proviene anche un prezioso elmo di tipo "montefortino".
Nella baia di Camarina, fra fine I e inizi II sec. d.C., affondò anche una nave, un "titanic" dell'antichità, di cui ora sono stati individuati la cambusa e il larario. Da qui proviene una straordinaria collezione di vasi in bronzo finemente decorati: anfore, patere e vasi in lamina con i manici decorati con figure della dea Iside, con maschere dionisiache, con grandi uccelli acquatici nell'atto di ghermire un serpente, con teste di arieti. Questi preziosi contenitori facevano parte del servizio da mensa che forse accompagnava il viaggio in Sicilia di un ricco aristocratico romano che volle riprodurre sulla nave gli agi delle lussuose dimore di Pompei ed Ercolano. I confronti più immediati rimandano, infatti, a simili produzioni artigianali campane. Dal larario di bordo, invece, provengono lucerne in bronzo, con manici decorati, basi di statue e una statuetta del dio Mercurio.
Anche una nave che trasportava un pesante carico di marmo affondò davanti a Camarina verso il 250 d.C. La nave, forse sorpresa da una tempesta di libeccio nel canale di Sicilia, tentò un impossibile attracco a Camarina. Il fondale basso e sabbioso ne provocò il naufragio. Il relitto, oggi ben indagato, è veramente monumentale: 35 madieri , il paramezzale e ben due colonne in marmo giallo antico di Numidia provenienti dalle cave di Chemtou. Il carico era misto: oltre alle colonne anche anfore per il trasporto del vino e poi eccezionali vasi in bronzo come un thermos e un vaso decorato. La nave, forse, aveva imbarcato le colonne nel porto di Tabarka per poi fermarsi a Cartagine e dirigersi verso Roma o Costantinopoli.
Infine, in questa occasione davvero particolare, non posso non presentare la straordinaria scoperta di un vero tesoro: ben 5.000 antoniani in bronzo, rinvenuti sul fondo sabbioso del mare a sud di Camarina. È questo il contenuto di una cassaforte, di cui si sono ritrovati le cerniere di chiusura. L'ingente quantità di monete era forse trasportata per pagare un carico di grano siciliano. Il mare di Camarina si è ancora una volta confermato un'inesauribile "miniera" d'informazioni per la storia antica del Mediterraneo.
Giovanni Di Stefano
direttore Sezione beni archeologici della Soprintendenza di Ragusa