Pruneti. Non c'è bisogno che mi dilunghi nella presentazione di Maria Ausilia Fadda, ormai ben nota ai nostri lettori. Senza dubbio la dottoressa Fadda è in Sardegna una delle persone più sensibili al dovere della divulgazione. Lo dimostrano gli ormai innumerevoli articoli che puntualmente essa pubblica su Archeologia Viva subito dopo le proprie scoperte.
Fadda. Nell'immaginario collettivo la Sardegna è l'isola dei nuraghi. Effettivamente gli oltre ottomila nuraghi censiti costituiscono una presenza costante, condizionando, per così dire, il paesaggio marino, montano e supramontano. Ma oggi non voglio parlarvi di nuraghi, bensì di un tipo di monumenti sconosciuto a gran parte dei sardi e, quindi, presumo anche a voi: i templi a megaron. Le prime notizie relative a queste costruzioni risalgono agli inizi dell'Ottocento, allorché il generale piemontese Della Marmora, valente geologo, nonché studioso di antichità sarde, visitò a Esterzili un tempio noto col nome di Domu de Orgia, ‘casa della strega'. Basandosi sul ritrovamento in loco di una tavola bronzea romana e sulla planimetria regolare dell'edificio, Della Marmora concluse che si trattasse di una struttura di età romana. Successivamente, nella prima metà del XX secolo, il famoso archeologo Doro Levi rinvenne due tempietti di questo tipo nell'abitato nuragico di Serra Orrios, in territorio di Dorgali. Le due strutture erano inserite all'interno di un recinto, il temenos, che delimitava l'area sacra dove accedevano i pellegrini. Non trovando nei suoi scavi elementi datanti, Doro Levi ritenne di datare i due tempietti a megaron al V sec. a.C., riferendoli così, all'ambito culturale fenicio-punico, al quale, secondo lo studioso, rimandava la forma regolare della struttura. Negli ultimi decenni, grazie a scavi sistematici, abbiamo trovato quegli elementi datanti (ceramiche in primo luogo) e ora possiamo affermare con certezza che queste strutture templari sono coeve ai nuraghi a cui accennavo all'inizio.
Vi parlerò, dunque, di uno di questi tempietti, quello appunto di Domu de Orgia. Il monumento sorge in un luogo difficilmente accessibile sulla montagna di Esterzili, che però si trovava in prossimità delle principali vie di transumanza che attraversavano l'isola, vere e proprie autostrade dell'antichità, il cui tracciato in molti casi è rimasto inalterato sino ai nostri giorni. Sulle rovine di questo tempio aleggiava una leggenda che parlava di una maga posta a difesa del tesoro nascosto fra le rovine. Il mito voleva che qui fossero celati due grandi contenitori, uno dei quali nascondeva sa musca macedda, ‘la mosca macellaia', che avrebbe ucciso chiunque avesse tentato di violare il segreto, mentre l'altro custodiva appunto un preziosissimo tesoro. L'indagine di questo monumento è stata particolarmente complessa, anche perché stiamo parlando di un sito posto a oltre mille metri di altezza in una località quasi impossibile da raggiungere. In primo luogo abbiamo rimosso le sovrastrutture create in tempi recenti dai pastori che, ancora oggi come oltre tre millenni fa, seguono le stesse vie della transumanza. Il tempio si trova al centro di un antico abitato, le cui capanne furono, in parte, inglobate nella struttura stessa dell'area sacra, che, come in altri casi noti, era delimitata da un temenos. La rimozione dei crolli ha portato in luce un ampio vestibolo di forma rettangolare delimitato da panchine che non dovevano servire solamente alla sosta dei pellegrini, ma anche come piano di appoggio delle offerte votive. A differenza degli egiziani, visti stamani nella relazione di Edda Bresciani, i sardi non offrivano coccodrillini alle loro divinità, bensì bronzi e ambre. Quel che mi ha stupito è l'elevatissima qualità dei bronzetti che abbiamo trovato in questo sito. Fra i bronzi nuragici, infatti, esistono notevoli scarti qualitativi dovuti a maestranze più o meno abili. Nel tempio a megaron di Domu de Orgia abbiamo portato alla luce preziosi bronzetti raffiguranti una scena di caccia, oppure sacerdotesse che reggono una torcia. Non mancano figure di offerenti che tengono un'olla con acqua o unguenti, oppure immagini di guerrieri, una delle quali raffigura un armato caratterizzato da un gonnellino borchiato che ci propone un'iconografia attestata in Sardegna soltanto in pochissimi altri casi e che prima veniva spiegata come indizio della presenza di orientali nell'isola, in ossequio a quel mito della Sardegna terra di invasioni che, sino a cinquant'anni fa, dominava nella letteratura scientifica. Oggi la statuetta di Domu de Orgia contribuisce in modo considerevole a sfatare questo mito, poiché il guerriero in gonnellino "orientale" è dotato di un copricapo di tipo squisitamente nuragico. L'uso di gonnellini borchiati, che effettivamente troviamo raffigurati anche in altre culture mediterranee, andranno spiegati, quindi, non come conseguenza di una qualche fantomatica invasione, bensì come uno dei numerosi elementi di affinità fra il mondo sardo e altre civiltà mediterranee. Questo quadro viene a inserirsi nel complesso problema dell'origine dei Sardi che, secondo una teoria risalente all'Ottocento, andrebbero probabilmente identificati con gli Sciardana, noti dalle iscrizioni geroglifiche, che contribuirono, insieme agli altri "popoli del mare", al crollo del regno miceneo nel XIII sec. a.C. Dovremmo, però, porci in primo luogo la domanda: che cosa avrebbero mai potuto cercare i Sardi in terre così lontane? Una delle risposte può venire proprio se consideriamo la fiorente produzione bronzistica di età nuragica; un tale numero di bronzi doveva presupporre un adeguato approvvigionamento di rame e di stagno, i due metalli coi quali si ottiene la lega del bronzo. Se per il rame la Sardegna è pressoché autosufficiente, ben diverso è il discorso relativo allo stagno. Questo metallo poteva provenire dall'Occidente, oppure dall'Afghanistan, da dove era importato lo stagno necessario all'Egitto. Il faraone Amenofis III per assicurarsi il rifornimento dello stagno, il cui trasporto attraverso le pianure siriane era reso pericoloso dai predoni, preferì servirsi di un trasporto via mare garantito dai micenei. Senza dubbio l'approvvigionamento di stagno doveva costituire un problema anche per i bronzisti sardi che, difatti, sperimentarono geniali leghe sostitutive, come quella di rame e piombo, sfruttando così la grande abbondanza di galena piombifera presente sull'isola.
Passiamo adesso a Bitti, sempre nella provincia di Nuoro, un'altra località che ha restituito i resti di ben quattro templi a megaron. Questi edifici nascono intorno a un tempio a pozzo, caratterizzato da una vasca lustrale di forma circolare gradinata, destinata probabilmente ai riti ordalici. È attestato il tipo in antis, dotato, cioè, sia sulla parte anteriore che posteriore di due prolungamenti delle mura laterali, in modo da creare due piccoli vestiboli rettangolari. Associata a uno di questi templi a megaron, è, inoltre, una singolare area sacra costituita da mura con andamento labirintico che conducono a un vano centrale che abbiamo voluto chiamare la "stanza dello stregone". Singolare anche un secondo tempio a megaron, dotato, caso eccezionale, di un ingresso laterale. Questo edificio, infatti, fu sigillato, murando la porta di accesso per trasformarlo in un heroon, un cenotafio forse dedicato a un eroe. Al suo interno sono stati rinvenuti ambre, bronzi figurati e spade votive. Un terzo megaron, posto nella parte più periferica dell'abitato di Bitti, lo abbiamo esplorato di recente e ha restituito un imponente alzato con all'interno abbondante materiale ceramico decisivo per la datazione dell'edificio, rimasto in uso dal XII all'VIII sec. a.C.
Di grande rilievo il complesso santuariale rinvenuto in agro di Fonni, a cui è collegato l'unico esempio di acquedotto nuragico noto, costituito da un sistema di canalizzazioni in pietra che captava l'acqua sulle montagne per trasportarla sino a fondo valle.
I resti archeologici non sono sempre in ottime condizioni di conservazione, ma ne rimane abbastanza per ricostruire l'importante area santuariale costituita da un vasto recinto dotato di sedili tutt'intorno per l'accoglienza dei pellegrini e da un'area gradinata, probabilmente destinata ad accogliere l'immensa quantità di offerte al santuario. In questo, come in altri casi noti, il tempio a megaron vero e proprio, raggiunge notevoli dimensioni; a Esterzili misura 24 metri di lunghezza, mentre a Villagrande Strisaili, sempre nel Gennargentu, il tempio arriva a 17 metri. In quest'ultima località l'edificio sacro era inserito in un vasto abitato, risalente al 1500 a.C., che, come a Esterzili, fu in parte inglobato intorno al 1200 a.C., nella struttura santuariale. All'interno delle sale del tempio di Villagrande sono stati messi in luce alcuni basamenti in pietra che recano ancora i fori per l'inserimento di statuette votive che venivano assicurate con colate di piombo fuso. Sono venuti alla luce anche due ambienti che costituiscono un vero e proprio rompicapo. Si tratta di due edifici addossati l'uno all'altro del tutto privi di finestre o porte d'accesso. Soltanto alla base è riconoscibile un basso foro d'areazione che ci ha fatto pensare a dei forni di fusione del bronzo. A conferma di ciò è avvenuto, proprio in questo luogo, il ritrovamento, per la prima volta nel mondo nuragico, di barre di stagno, lingotti di rame e di piombo pesanti fino a 12 chili, a dimostrazione del fatto che proprio presso i maggiori santuari avevano sede le botteghe di bronzisti, le cui opere erano destinate ad alimentare un fiorente mercato di ex voto.
Maria Ausilia Fadda
archeologa della Soprintendenza di Sassari e Nuoro