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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Giuseppe Orefici

'Senza marziani nel deserto del Peru'

Pruneti. Invito ora Giuseppe Orefici a concludere il nostro incontro. L'amico Orefici è arrivato qui direttamente dall'isola di Pasqua, dove è impegnato in un programma di ricerche, ma stasera ci parlerà della sua pluriennale attività nel deserto di Nasca, in Perù.

Orefici. Sì, quest'anno sarà il ventesimo, e ultimo, del Progetto Nasca. Potremo continuare a scavare per secoli la città dei Nasca, ma senza aggiungere niente di più a quanto, nella nostra pluriennale ricerca, siamo riusciti già a capire. Abbiamo scritto una pagina in più nella storia di un popolo che è fiorito per oltre mille anni, portando a livelli raffinatissimi un sistema di vita basato sulla teocrazia, la cui vita quotidiana era esemplificata su modelli e parametri rituali e il sacro pervadeva ogni espressione della cultura. Una cultura che, come dimostrano migliaia di reperti, ha raggiunto vertici ineguagliati; pensate che i Nasca conoscevano i principi della tavola pitagorica, sebbene se ne servissero unicamente per la musica, praticavano la tecnica edilizia dell'argilla "armata", che però utilizzavano esclusivamente per i templi, realizzavano ceramiche col più alto numero di colori noto nell'America precolombiana. Le stesse linee Nasca, forse l'espressione della cultura nasca a noi più familiare, grazie alla sterminata letteratura ufologica che ha ispirato, altro non sono che una delle manifestazioni della ritualità di questo popolo che desiderava esprimere in uno spazio più ampio, probabilmente con danze collettive, rituali connessi alla religione. Non vi è, quindi, alcun significato astronomico alla loro base (eccettuate alcune linee orientate con il solstizio e l'equinozio), né l'evidenza che queste cerimonie venissero effettuate di notte. Gli unici legami certi di questi geoglifi sono con le raffigurazioni di divinità così come le conosciamo dalla ceramica dipinta nasca. Inoltre, grazie agli studi che abbiamo condotto negli ultimi anni, è emerso che l'uso di questi immensi geoglifi si è protratto anche dopo la fine della cultura nasca, sino al 1000-1300 d.C. Il vero genio della cultura dei Nasca si può apprezzare, però, soltanto pensando alla loro capitale cultuale, estesa per ventiquattro chilometri quadrati, così da costituire il più grandioso complesso architettonico in mattoni crudi noto al mondo. Una città costituita soltanto da templi piramidali, fiorita fra il 500 a.C. e il 300 d.C., al cui interno non erano ammesse abitazioni. Intorno e sulla sommità di questi templi gradinati, accessibili grazie a complicatissimi e involuti percorsi, si esprimeva la religiosità nasca, che prevedeva un gran numero di sacrifici di cui abbiamo trovato le tracce. Un indizio di questi rituali, ad esempio, è offerto da immense quantità di ceramica, rotta intenzionalmente probabilmente nell'ambito del rito sacrificale; ma non mancano ex voto, come teste di topo, topi spellati, piccole bamboline con capelli umani.
Uno dei quesiti principali che si proponeva la nostra ricerca era indagare i motivi per cui questo immenso centro cerimoniale fu volontariamente abbandonato dai Nasca, che si preoccuparono di seppellire l'intera città sacra sotto un metro di terra sterile. Una chiave di lettura ce l'ha data l'"archeologia" dei fenomeni atmosferici. L'America meridionale, in particolare la costa occidentale del continente, subisce periodicamente il fenomeno, ormai ben noto, del Niño. Ebbene, circa ogni cinquecento anni abbiamo il mega Niño, come quello avvenuto in questi anni, che porta a radicali stravolgimenti climatici. Proprio in occasione di un mega Niño avvenuto intorno al 350 d.C., la valle dei Nasca fu sommersa da un'alluvione senza precedenti, che portò a un'inondazione di ben ottanta metri d'acqua e fango. Negli stessi anni abbiamo la certezza che si verificò nella stessa zona un violentissimo terremoto. Ecco quindi che due circostanze eccezionali, un'alluvione e un terremoto, causarono il crollo della teocrazia nasca, cioè convinsero quel popolo, che governava uno stato di oltre seicento chilometri di lunghezza, a non credere più ai propri dei tradizionali. Questo fu il motivo per cui i Nasca abbandonarono la loro sede cultuale tradizionale, per erigerne una nuova che vivrà floridamente sino all'invasione del popolo Huari che, intorno al 500 d.C., pose fine alla civiltà Nasca.
Tornando ai geoglifi, ripeto che questi sono soltanto una manifestazione della religiosità, una trasposizione su scala gigantesca delle immagini degli dei, collegati al culto dell'acqua e della fertilità. Anche dopo la disgregazione dello stato i geoglifi continuarono a essere sede di rituali collettivi; alcune divinità, come quelle marine, sparirono, altre rimasero in vita, prime fra tutte quella del felino e quelle relazionate agli uccelli terrestri.
È quasi superfluo dire che il ventennale Progetto Nasca è stato realizzato grazie alla collaborazione di specialisti nelle discipline più diverse, come l'antropologo Andrea Drusini, che ha analizzato oltre cinquecento resti di inumati, il botanico Luigi Piacenza, l'etnomusicologa Anna Gruszczynska, l'archeoastronomo Mario Ziolkowski e molti altri. Inoltre, il Progetto Nasca che abbiamo creato in Perù, è stato il banco di prova per una moltitudine di studenti che, lavorando negli scavi e nello studio dei reperti, si sono laureati, hanno compiuto il dottorato e il master, creando una solidale comunità scientifica dove israeliani e palestinesi, cubani e americani hanno convissuto fianco a fianco.

Giuseppe Orefici
direttore del Centro studi e ricerche archeologiche precolombiane


Pruneti. Il tempo dei convegni non basta mai, tanto meno è sufficiente negli incontri di Archeologia Viva, così ricchi di emozioni e di stimoli da trascinarci sempre oltre ogni limite di orario. Non ci rimane che augurare buon viaggio all'amico Orefici, che domani stesso rientrerà in Perù, e a quanti di voi oggi hanno raggiunto Firenze in mezzo a tanti disagi. Il 3° Incontro di Archeologia Viva, svoltosi all'insegna del ventennale della nostra rivista, finisce così, simbolicamente, con un archeologo che torna sullo scavo e con tutti noi che ci promettiamo di rivederci fra due anni. Un ringraziamento finale ai relatori e collaboratori che hanno reso possibile questa magnifica giornata, e ancora a tutti voi che fino all'ultimo avete riempito l'auditorium trasmettendoci come sempre l'entusiasmo per continuare.



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