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Giuseppe Orefici'Senza marziani nel deserto del Peru'Pruneti. Invito ora Giuseppe Orefici a concludere il nostro incontro. L'amico Orefici è arrivato qui direttamente dall'isola di Pasqua, dove è impegnato in un programma di ricerche, ma stasera ci parlerà della sua pluriennale attività nel deserto di Nasca, in Perù. Orefici. Sì, quest'anno sarà il ventesimo, e ultimo, del Progetto Nasca. Potremo continuare a scavare per secoli la città dei Nasca, ma senza aggiungere niente di più a quanto, nella nostra pluriennale ricerca, siamo riusciti già a capire. Abbiamo scritto una pagina in più nella storia di un popolo che è fiorito per oltre mille anni, portando a livelli raffinatissimi un sistema di vita basato sulla teocrazia, la cui vita quotidiana era esemplificata su modelli e parametri rituali e il sacro pervadeva ogni espressione della cultura. Una cultura che, come dimostrano migliaia di reperti, ha raggiunto vertici ineguagliati; pensate che i Nasca conoscevano i principi della tavola pitagorica, sebbene se ne servissero unicamente per la musica, praticavano la tecnica edilizia dell'argilla "armata", che però utilizzavano esclusivamente per i templi, realizzavano ceramiche col più alto numero di colori noto nell'America precolombiana. Le stesse linee Nasca, forse l'espressione della cultura nasca a noi più familiare, grazie alla sterminata letteratura ufologica che ha ispirato, altro non sono che una delle manifestazioni della ritualità di questo popolo che desiderava esprimere in uno spazio più ampio, probabilmente con danze collettive, rituali connessi alla religione. Non vi è, quindi, alcun significato astronomico alla loro base (eccettuate alcune linee orientate con il solstizio e l'equinozio), né l'evidenza che queste cerimonie venissero effettuate di notte. Gli unici legami certi di questi geoglifi sono con le raffigurazioni di divinità così come le conosciamo dalla ceramica dipinta nasca. Inoltre, grazie agli studi che abbiamo condotto negli ultimi anni, è emerso che l'uso di questi immensi geoglifi si è protratto anche dopo la fine della cultura nasca, sino al 1000-1300 d.C. Il vero genio della cultura dei Nasca si può apprezzare, però, soltanto pensando alla loro capitale cultuale, estesa per ventiquattro chilometri quadrati, così da costituire il più grandioso complesso architettonico in mattoni crudi noto al mondo. Una città costituita soltanto da templi piramidali, fiorita fra il 500 a.C. e il 300 d.C., al cui interno non erano ammesse abitazioni. Intorno e sulla sommità di questi templi gradinati, accessibili grazie a complicatissimi e involuti percorsi, si esprimeva la religiosità nasca, che prevedeva un gran numero di sacrifici di cui abbiamo trovato le tracce. Un indizio di questi rituali, ad esempio, è offerto da immense quantità di ceramica, rotta intenzionalmente probabilmente nell'ambito del rito sacrificale; ma non mancano ex voto, come teste di topo, topi spellati, piccole bamboline con capelli umani. Giuseppe Orefici Pruneti. Il tempo dei convegni non basta mai, tanto meno è sufficiente negli incontri di Archeologia Viva, così ricchi di emozioni e di stimoli da trascinarci sempre oltre ogni limite di orario. Non ci rimane che augurare buon viaggio all'amico Orefici, che domani stesso rientrerà in Perù, e a quanti di voi oggi hanno raggiunto Firenze in mezzo a tanti disagi. Il 3° Incontro di Archeologia Viva, svoltosi all'insegna del ventennale della nostra rivista, finisce così, simbolicamente, con un archeologo che torna sullo scavo e con tutti noi che ci promettiamo di rivederci fra due anni. Un ringraziamento finale ai relatori e collaboratori che hanno reso possibile questa magnifica giornata, e ancora a tutti voi che fino all'ultimo avete riempito l'auditorium trasmettendoci come sempre l'entusiasmo per continuare. Stampa |
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