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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Giovannangelo Camporeale

'Nella vita quotidiana degli Etruschi'

Pruneti. Allora, iniziamo con il programma, che prevede come primo intervento quello del professor Giovannangelo Camporeale. Perderei del tempo a presentarvi l'uomo e lo studioso, parlando del suo contributo, fondamentale, alla ricerca e alla divulgazione nel campo dell'Etruscologia. Oggi Camporeale ci parlerà degli Etruschi sotto l'aspetto della vita quotidiana, legata a quelle risorse che poi permisero a questa civiltà di diventare grande e prospera.

Camporeale. Innanzi tutto vorrei ringraziare la Direzione di Archeologia Viva per l'invito a incontrare un pubblico così numeroso e sensibile ai problemi di una civiltà, che ha avuto un ruolo di notevole importanza nella nostra storia. È mio intento soffermarmi sulle risorse del territorio dell'Etruria antica, territorio dove si è sviluppata la più grande civiltà del bacino occidentale del Mediterraneo prima della romana. L'area geografica interessata, prescindendo beninteso dalle espansioni etrusche nella Pianura Padana o nella Campania o in altre regioni della penisola italiana, è definita dal corso del Tevere a est e a sud, dal mar Tirreno a ovest e dal bacino dell'Arno a nord; il periodo è quello tra il IX e I sec a.C. Pertanto, parlare di Etruschi vuol dire affrontare circa mille anni di storia italiana in un contesto mediterraneo ed europeo. Può essere utile iniziare con una dichiarazione di carattere generale: una grande civiltà nasce e si sviluppa se nella regione, in cui essa nasce e si sviluppa, ci sono delle premesse valide, ossia delle risorse naturali che ne consentono la genesi e lo sviluppo. Come appendice è possibile fare una seconda dichiarazione, ancora di carattere generale: queste risorse devono assicurare un prodotto che per quantità e qualità deve essere tale da non soddisfare solo il fabbisogno locale, ma essere in surplus in modo da essere utilizzato come mezzo di scambio in un movimento a largo raggio. Le conseguenze che derivano da una situazione del genere sono note a tutti: il rapporto commerciale iniziale finisce per avere una serie di risvolti culturali. Faccio un esempio: pensiamo a quello che in Etruria è successo quando è stata introdotta la scrittura. La parola scritta è qualcosa di universale e di duraturo rispetto alla parola orale, che è qualcosa di personale e di momentaneo. È ovvio che, quando in un ambiente si introduce la parola scritta, cambiano i rapporti sociali. Questo in Etruria è successo verso la fine dell'VIII secolo a.C. (il più antico alfabeto pervenutoci, quello di Marsiliana d'Albegna su una tavoletta eburnea, è di origine euboica e proviene da una tomba dei decenni centrali del VII sec. a.C.) in un momento culminante di una serie di rapporti tra la regione bagnata dal mar Tirreno e la Grecia, in particolare l'Eubea, da dove sono partiti già nella prima metà dell'VIII sec. a.C. i primi coloni che si sono stanziati nell'isola d'Ischia e a Cuma e, inoltre, vasi da vino - coppe, crateri - e con tutta probabilità anche vino. Ma veniamo al tema specifico: le risorse dell'Etruria antica.

L'agricoltura. Diodoro Siculo, storico greco del I sec. a.C., rifacendosi a una fonte del secolo precedente, il filosofo Posidonio di Apamea, propone una descrizione dell'Etruria e, fra gli altri caratteri, precisa che la regione produce di tutto. La testimonianza risale, come ho detto, al II-I sec. a.C., ma può avere un valore generale, in quanto è possibile trovare una conferma nei manufatti e nei monumenti etruschi fin dall'VIII sec. a.C. Un carrello bruciaprofumi in bronzo, rinvenuto a Bisenzio sul lago di Bolsena in una tomba della seconda metà dell'VIII sec. a.C., è ornato nei telaietti con varie figurine, poco più che pupazzi, che hanno comunque un'importanza notevole, in quanto sono fra le più antiche realizzazioni plastiche dell'arte etrusca e riproducono le prime scene narrative della stessa arte: fra queste è l'aratura, che allude alla forma di ricchezza dell'ori­gi­nario proprietario dell'oggetto. Il fatto che la tomba di provenienza contiene una deposizione femminile fa pensare che la ricchezza riguar­da­va l'offerente del carrrello, te il marito della defunta. nella seconda metà dell'VIII secolo, l'attività agricola è una risorsa socialmente qualificante. Altre indicazioni vengono dalla massiccia esportazione di vino dall'Etruria verso la Francia meridionale, che si afferma a partire dalla metà del VII e prosegue fino alla prima metà del V sec. a.C. La rotta seguiva le coste toscane e liguri per giungere al golfo del Leone (e anche alla penisola iberica). Tale traffico è attestato dalla grande quantità di anfore da trasporto e da vasi potori etruschi rinvenuti. Testimonianze significative della natura e dell'entità del movimento sono fornite dai (non pochi) relitti con anfore vinarie, rinvenuti lungo le coste della Provenza e della Linguadoca. Uno, con materiali della prima metà del VI sec. a.C., è stato recuperato al largo di Cap d'Antibes: anfore da trasporto per circa centottanta esemplari e vasi per attingere, mescere e bere il vino per circa una quarantina di esemplari. Il rapporto di oltre quattro a uno a favore delle anfore da trasporto indica che il vero carico della nave era rappresentato da contenitori di vino. Ancora in corso di scavo è un altro relitto, quello del Grand Ribaud, identificato non lontano da Antibes, che doveva trasportare circa un migliaio di anfore, sistemate nella stiva in quattro strati, ben incastrate, che dovevano essere legate con funi di cui si sono conservati i segni lasciati sulle anse e sulla bocca delle stesse anfore. Sempre in fatto di risorse agricole, sarà il caso di ricordare che gli scrittori antichi - Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso - ci attestano che Roma, in periodi di carestia durante il V sec. a.C., si approvvigionava di grano dall'Etruria, in particolare dall'Etruria tiberina, che era appunto la regione in cui la cerealicoltura era maggiormente praticata. Non sarà un caso che da Arezzo provenga un'interessante statuetta di aratore, databile alla fine del V sec. a.C., oggi conservata al museo di Villa Giulia, che contiene anch'essa un'allusione alla ricchezza che viene dalla terra. Riguardo all'agricoltura in val di Chiana, dalle fonti - Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco - è tramandato un aneddoto, relativo alla discesa dei Galli in Italia ai primi del IV sec. a.C.: un ricco signore di Chiusi di nome Arrunte aveva accolto in casa il figlio di un amico, dopo la morte di quest'ultimo; il giovane, col passare del tempo, intrecciò una tresca con la moglie di Arrunte, il quale, non sop­­portando l'onta, caricò i suoi carri di olio, vino e frutta secca e partì verso il paese dei Galli, ai quali offrì queste primizie. I Galli le apprezzaro­no e chiesero informazioni sul luogo di produzio­ne; Arrunte rispose che era l'Etruria e li incitò anche a conquistarla. Il racconto, indipendentemente dal valore eziologico sulla discesa dei Galli, sottende una realtà storica, il commercio di prodotti agricoli dalla val di Chiana verso l'Europa centro-settentrionale. Ancora nel 205 a.C., quando Publio Cornelio Scipione preparava la spedizione che doveva affrontare Anniba­le in Africa, Roma chiese un contributo alle città dell'Italia. Delle città etrusche che risposero all'appello, teste Tito Livio, diverse offrirono appunto grano.

L'allevamento del bestiame. L'attività è spesso connessa o comunque vicina a quella agricola. Gli animali erano allevati ovviamente con finalità diverse. Ad esempio Columella, un teorico dell'agricoltu­ra antica vissuto nel I sec. d.C., dice che in Etruria si arava con buoi molto robusti e di grande stazza. Altri animali, con ogni probabilità allevati diffusamente, specialmente nell'Etruria meridionale, erano gli ovini e i caprini. Questi dovevano essere molto conosciuti, perché troviamo frequentemente riprodotto l'ariete nell'arte etrusca fin dall'VIII sec. a.C. Si tratta di animali che danno lana, un prodotto ben apprezzato sui merca­ti: la lana, che era lavorata in casa dalle matrone etrusche, stando ai ritrovamenti di fusi, fuseruole, conocchie, rocchetti, pesi da telaio già in tombe del IX secolo e successivamente anche in abitazioni e aree sacre. A cominciare dall'VIII sec. a.C. numerosi sono i finimenti equini e i carri restituiti dalle tombe, per cui anche l'allevamento del cavallo doveva essere curato: l'impiego dell'animale era chiaramente una connotazione del ceto ricco. Fra le risorse derivate dall'allevamento non va dimenticata la carne usata nell'alimentazione. Su un secchiello d'argento dorato da Chiusi dei decenni centrali del VII sec. a.C. è raffigura­to un porcaro con una mandria di suini: ancora una volta l'allusione a una fonte di ricchezza del destinatario dell'oggetto. Quello dei suini era un allevamento altamente specializzato, come prova­no i resti osteologici trovati negli scavi di vari centri etruschi, resti limitati in genere alle parti anteriori, in quanto le parti posteriori, più pregia­te, erano destinate all'esportazione.

Il bosco. Il bosco dà, oltre ad animali da cacciare con tutto quello che essi forniscono (carne, pelle, osso, grasso), essenzialmente legname, un prodotto che nel mondo antico aveva un largo impiego, oltre che in ambito domestico, nella fabbricazione di abitazioni, nella costruzione di imbarcazioni, nell'alimentazione dei forni dell'"industria". È ovvio che per questi scopi serviva legname di alberi di alto fusto, che in Etruria abbondavano per l'esistenza di molti boschi, alberi che erano particolarmente apprezzati nel contesto mediterraneo, dove per le particolari condi­zioni climatiche era comune la macchia con piante di basso fusto. Strabone ci parla espressamen te del legname etrusco, ma forse più eloquente al riguardo è il passo di Tito Livio sul contributo delle città etrusche alla (già ricordata) spedizione di Publio Cornelio Scipione in Africa del 205 a.C.: città come Perugia, Chiusi e Roselle danno tronchi di abete da usare nella costruzione di na­vi; Chiusi e Roselle controllavano rispettivamen­te i versanti orientale e occidentale dei monti Cetona e Amiata, dove, allora come oggi, erano estese le foreste di alberi di alto fusto. Così si spiega bene la natura del loro contributo.

La pesca. Le notizie relative a questa risorsa del­l'Etruria antica, la pesca, non sono molte. Comun­que, nelle forme vascolari fin dal IX sec. a.C. e nel repertorio figurativo dall'VIII sec. a.C. sono riprodotte frequentemente imbarcazioni, che richiamano il mondo della pesca. Su un vaso da Bisenzio della seconda metà dell'VIII secolo è dipin­ta una barca con rematori e un cervo: si può pensa­re a due forme di approvvigionamento alimenta­re di quel periodo, la pesca e la caccia. Agli ultimi decenni del VI sec. a.C. risale la tomba della Caccia e Pesca di Tarquinia, che contiene sulle pareti scene di caccia e di pesca: si dirà che sono senz'altro segni delle capacità del proprietario della tomba, ma credo anche che, anco­ra una volta, vi sia un riferimento all'origine della ricchezza del medesimo proprietario, oltre che alla dieta a base di carne e di pesce del ceto ricco. Dagli scrittori antichi si sa che sul mercato ittico di Roma arrivava pesce pescato a Pyrgi, il porto di Cerve­te­ri, un porto che doveva avere importanza commerciale e peschereccia. Strabone ci parla di posti di vedetta per il passaggio dei tonni sui promontori dell'Argentario e di Populonia. Se si organizza un posto di vedetta per il pas­saggio dei tonni, è scontato che le relative strutture presup­pongono una pesca di tipo industriale e non desti­na­ta solo alle richieste locali.

Il sale. Il sale è un elemento di cui gli organismi umano e animale hanno bisogno. Noto è anche l'uso in campo industriale. La sua importanza nell'economia antica si deduce dal nome che hanno tratto strade, ad esempio la via Salaria, o città, ad esempio Salisburgo. L'Etruria era ricca di sale: dalle miniere di salgemma a Saline di Volterra ai tanti impianti di salinaggio lungo la costa tirrenica, attestati dalle sopravvivenze topono­ma­stiche, come Saline di Grosseto, di Orbetello, di Civitavecchia, per non parlare delle saline alla foce del Tevere, che sono state la causa delle varie guerre tra Roma e Veio, che le fonti fanno risalire ai tempi di Romolo. Il prodotto è stato usato come mezzo di scambio: non sarà casuale che le prime importazioni greche in Etruria e nel Lazio, i vasi euboici, siano concentrate a Veio e a Roma, due centri in cui il sale ha costituito una cespite della propria economia e nella fattispecie sarà stato usato come contropartita.

I minerali e i metalli. Quale sia il valore dei minerali metalliferi nell'antichità è detto espressamente da Plinio il Vecchio all'inizio della sua trattazione sui metalli: questi sono una vera ricchezza e sono la base del prezzo di tutte le cose, esattamente come oggi il petrolio. La scoperta dei metalli, in particolare del ferro, ha portato a una serie di innovazioni tecnologiche e sociali. Fin dall'VIII sec. a.C., in ferro furono fabbricati gli attrezzi da usare nell'agricoltura - aratri, zappe, vanghe, asce, pennati... - che consentirono il passaggio dell'attività da una forma estensiva a una intensiva, e quelli da usare nelle botteghe artigianali - martelli, cesoie, tenaglie, scalpelli, raspe... - che consentirono la nascita di mestieri specializza­ti. Proprio sul ferro si fondava l'esportazione di metalli dall'Etruria. Ancora Plinio il Vecchio ricorda le grandi potenzialità metallifere della peni­sola italiana, dichiarando più volte che è una regio­ne a nessun'altra seconda per ricchezze mine­ra­rie. In seguito, in età romana, quando i metalli potevano arrivare in Italia da altre regioni come la Sardegna o la penisola iberica o la Stiria o la Ca­rinzia, le miniere locali persero importan­za, fino alla chiusura. Strabone, in un sopralluogo a Populonia alla fine del I sec. a.C., nota miniere dismesse e operai che lavoravano al minerale ferroso arrivato dall'isola d'Elba. Uno scopo che la moderna ricerca si propone è la ricostru­zio­ne di una mappa delle aree estrattive dell'Etru­ria. L'impresa è tutt'altro che facile, in quanto in miniera ogni intervento oblitera il precedente e le miniere sfruttate in epoca etrusca hanno continuato a essere scavate nei secoli successivi fino ai giorni nostri. Tuttavia è possibile riconoscere alcuni distretti minerari sfruttati nell'antichità: i monti Rognosi nell'Aretino, la val di Cecina nel Volterrano, le colline Metallifere con la propaggi­ne dell'isola d'Elba, la zona dell'Amiata, i monti della Tolfa. Come dicevo, questi distretti rimase­ro inutilizzati dal I sec. a.C. con l'eccezione dell'isola d'Elba, ricordata da diversi scrittori antichi di quel periodo per le sue ricche miniere. Plinio il Vecchio in due occasioni ricorda un decre­to del senato romano, che egli definisce "vecchio", che vietava l'attività estrattiva in Italia. Che cosa significhi per Plinio, morto nel 79 d.C., l'ag­get­tivo "vecchio" è una questione aperta: il riferi­mento potrebbe essere a qualche decennio prima dei suoi tempi o anche a molto di più. Il fatto che Strabone, almeno alla fine del I sec. a.C., ab­­bia notato a Populonia miniere inattive potreb­be indicare che il decreto fosse in vigore a quel tempo. Ci sarebbe da chiedersi perché il senato romano abbia emanato questo decreto e perché esso non abbia trovato applicazione all'Elba. Varie sono state le ipotesi suggerite: esaurimento del filone minerario, un'ipotesi che non si può se­guire perché nelle stesse miniere si è scavato anche nel Medioevo e in tempi moderni; corruzio­ne dei senatori romani da parte dei gestori delle miniere extra-italiche per assicurarsi dei guadagni più consistenti, un'ipotesi possibile ma non do­cumentata. Non è da escludere inoltre che, nel clima di tensioni sociali del I sec. a.C., il senato abbia voluto eliminare possibili focolai di insurre­zioni, come potevano essere le miniere, nel terri­torio della penisola italiana; il decreto non avrebbe toccato l'isola d'Elba proprio perché separata dalla terraferma. Con il I sec. a.C. ha fine, dunque, un'attività protrattasi per circa un millennio, in coincidenza con la fine dell'Etruria come entità politica e culturale.

Una testimonianza (collaterale) dell'attività mi­ne­raria viene dagli scavi in località Accesa, presso Massa Marittima (Gr), dove recentemente è stato messo in luce un abitato etrusco di età arcai­ca (fine del VII-VI sec. a.C.), legato allo sfruttamen­to delle vicine miniere di Serrabottini e Feni­ce Ca­panne: la distanza di poche centinaia di metri in linea d'aria da queste miniere e l'impiego di scorie di fusione o di pezzi di minerale come mate riale edilizio insieme con le pietre sono elementi eloquenti. L'abitato occupava un'area non inferio­re ai trenta ettari, ma l'urbanizzazione non è omoge nea: esso consta di vari quartieri sparsi per la collina di Macchia del Monte, ognuno dei quali è costituito da una decina di abitazioni, ha un proprio impianto urbanistico e una propria necro­po­li. Quasi certamente gli edifici, alcuni ad­­di­rit­tura di sette vani, stando al vasellame di destinazio­ne domestica e agli attrezzi del lavoro femminile - fuseruole, rocchetti, pesi da telaio - sono abitazioni private pertinenti ai gestori delle miniere. L'articolazione dell'insediamento in quartieri potrebbe spiegarsi come un retaggio di età protostorica, ma nel caso specifico si spiega meglio con il fatto che gli abitanti di ciascun quartiere sfruttavano una precisa area mineraria o erano impegnati nell'attività metallurgica. È probabile che questa situazione, che prevede uno sfruttamento razionale delle risorse territoriali, fosse una scelta non solo degli abitanti dell'Acce­sa, ma anche del centro che controllava il territo­rio, la vicina Vetulonia. Del resto, i vari quartieri dell'Accesa, se si fossero uniti, disponendo di materie prime, avrebbero potuto creare un'enti­tà urbana ed economica alternativa alla stessa Vetulo­nia. In questo modo si ha una testimonian­za non tanto dell'attività in miniera, bensì delle conseguenze urbanistiche e sociali di tale atti­vità.

Giovannangelo Camporeale
docente di Etruscologia e archeologia italica Università di Firenze



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