Pruneti. Passo la parola al professor Carlo Peretto, che ci parlerà dell'origine dell'uomo, con delle considerazioni che sono il risultato di una vita passata nell'analisi dei reperti antropologici e delle prime culture umane.
Peretto. Mi riallaccio a quanto ha appena detto il professro Pacini, sottolineando il fatto che gli astronomi hanno un gran vantaggio rispetto agli archeologi: posseggono, se così si può dire, la "macchina del tempo". Riescono, infatti, a vedere cose e fenomeni cronologicamente molto lontani, quasi fino agli albori dell'Universo ed ascoltare il rumore di fondo dello stesso Big Bang. Tutti coloro che si occupano di preistoria, al contrario, sono costretti a ricostruire il nostro passato sulla base di quanto si è conservato, spesso rappresentato da pochi oggetti, talvolta anche difficilmente collocabili sul piano cronologico. Nel mio intervento mi sforzerò di ripercorrere alcuni milioni di anni di storia e di evoluzione umana, prendendo quale filo conduttore la "memoria", cioè la capacità di trasmettere informazione nel corso del tempo. In effetti tutta l'evoluzione, sia d'ordine fisico che chimico, sia biologico che culturale, può essere letta sotto una prospettiva originale, mettendo quale denominatore comune l'insieme delle informazioni che progressivamente cambiano e che si arricchiscono di volta in volta di nuovi elementi. Da questo punto di vista, la prima fase di questo processo evolutivo è legata esclusivamente a quell'evento noto col termine di Big Bang, risalente a circa 14 miliardi di anni fa e che dà origine in seguito alle leggi fondamentali della fisica, quali quelle nucleari e la forza di gravità. In seguito, come ha ben ricordato Pacini, gli elementi originari, idrogeno ed elio, danno origine ad addensamenti, dapprima piuttosto diffusi e poi con densità maggiore, consentendo così la nascita delle stelle, alcune delle quali per la loro dimensione e densità sono delle vere e proprie "fucine dell'universo". In queste ultime compaiono, a causa della pressione e della temperatura, tutti gli elementi chimici noti che stanno alla base della vita stessa: carbonio, ossigeno, azoto, ferro ecc.
Ed è con questa lunga premessa caratterizzata da una "memoria" fisica e chimica che, poco meno di 5 miliardi fa nasce il nostro sistema solare, nel quale si contraddistingue un pianeta (la Terra) della dimensione giusta, posto alla giusta distanza dalla sorgente luminosa (Sole) del sistema di riferimento, con un bilanciato rapporto tra terre emerse ed acqua. È un pianeta adatto, quindi, al sorgere della vita! Ecco, infatti, che poco meno di 4 miliardi di anni, alla "memoria" fisica e chimica dell'universo, caratterizzata dalle sue immutabili leggi, si aggiunge una "memoria" biologica, il Dna, che racchiude una infinità di informazioni. In questo momento la materia impara a duplicarsi attraverso questo cristallo biologico del tutto particolare ad andamento elicoidale, che sta alla base della variabilità stessa della natura e della gamma infinita di tutti esseri, sia fossili che viventi. Si tratta di una organizzazione sostanzialmente elementare che costituisce tuttavia nel suo insieme un contenitore infinito d'informazioni. È lì, infatti, che è scritto quale doveva essere e qual è il colore dei miei occhi ed anche dei vostri; nel Dna è programmata la stessa durata della vita con indicazioni di quanto sarà la nostra altezza complessiva e di come si perderanno eventualmente i capelli, ecc. Tuttavia, pur trattandosi di una memoria potente, essa può commettere molti errori durante la sua duplicazione. Questo processo, fra l'altro, consente uno sviluppo continuo delle informazioni in esso contenute. In sostanza, pur essendo quella del Dna una "memoria" di tipo tecnicistico (che si contrappone a quella culturale) analoga a quella fisica e chimica che regola le leggi dell'universo, essa acquisisce, contrariamente a queste ultime, la capacità di modificarsi nel corso del tempo, spesso in realtà più complesse. La stessa modalità di duplicazione evolve nel tempo, con la comparsa in una fase iniziale della riproduzione agamica (scissione). Per l'evoluzione questa modalità riproduttiva è troppo "banale", troppo semplice in quanto non permette al Dna di evolvere molto. Ecco che l'evoluzione escogita un sistema assai più complesso ed efficace, la riproduzione gamica, con la netta distinzione tra individui maschili e femminili. Il processo di procreazione segue, quindi, un percorso più tortuoso, che dimostra come il Dna abbia imboccato la strada che consente una comparsa maggiore di mutazioni, finalizzate ad ottenere la maggiore variabilità possibile e non al mantenimento dell'individuo in quanto tale. Il Dna può così differenziarsi sempre di più nel corso del tempo, arricchendosi di nuove informazioni e dando origine a una quantità enorme di forme di vita diverse, adattate ai più disparati ambienti del nostro piccolo pianeta. Questo è il Dna, con la sua "memoria" di tipo tecnicistico (comportamento innato) in ogni specie animale, anche nella nostra. Potremmo citare molti esempi in merito a questo tecnicismo comportamentale, spesso molto complesso e articolato. Tra questi ne ricordiamo uno dei più comuni, quello delle api. Esse costruiscono "nidi" fatti con strutture esagonali multiple, senza alcuna variazione sul tema; se anche prendessimo delle api isolandole dalle altre per tutta la vita, reintrodotte in un ambiente naturale, riprenderebbero a costruire esagoni, poiché questo modo di comportarsi è controllato dal Dna, cioè dalla "memoria" della specie. Al tecnicismo è possibile ricondurre la tela del ragno, la società complessa delle formiche dotate di caste che costruiscono e difendono nidi complessi e funzionali, con depositi, aree per l'allevamento degli afidi e sale d'incubazione per le uova, e poi una infinità di altri esempi che comunque attestano la complessità del fenomeno. Ancora un esempio di questa memoria di specie, contenuta nella stessa sequenza del Dna, è offerto dagli uccelli "tessitori" che costruiscono nidi di rara complessità. È stato dimostrato che quelli allevati in cattività per generazioni in ambienti artificiali privi del materiale adatto, una volta reintrodotti nel loro ambiente naturale di riferimento iniziano a costruire nidi complessi, del tutto analoghi a quelli dei loro antenati vissuti in libertà.
Nel corso dell'evoluzione, però, compare una caratteristica del tutto nuova. Le cellule nervose non solo hanno la capacità di decodificare le informazioni dell'ambiente esterno, ma associandosi sviluppano anche, nel trascorrere dei milioni di anni, la capacità di elaborare nuovi e più progrediti atteggiamenti pur nei riguardi di una stessa situazione: nasce così quello che possiamo chiamare comportamento differenziato che rappresenta la base stessa della cultura. Alla "memoria" della specie si aggiunge così quella individuale, soggettiva, che nella nostra umanità raggiunge uno sviluppo altissimo. Chi possiede, però, un cane o un gatto sa bene quali siano le loro capacità di memorizzare e sviluppare situazioni del tutto nuove e individuali, elaborando modi di fare che rientrano nelle facoltà d'apprendimento. Un esempio curioso, noto in letteratura, è quello offerto dalle cinciallegre che in Inghilterra avevano imparato ad "aprire" (forando col becco la stagnola) le bottiglie del latte, distribuito quotidianamente davanti alle case; per porre rimedio a questo disagio, è stato necessario cambiare le caratteristiche della chiusure delle bottiglie. Processi d'apprendimento ed attività innovative talvolta complesse sono frequenti tra i Primati; molti casi sono stati documentati in varie occasioni, sia in natura che in cattività. Queste capacità di elaborare comportamenti innovativi, pur presenti nel mondo animale, sono, però, eccezionalmente sviluppate nell'uomo, grazie a un cervello grande e molto complesso in grado di espletare svariate funzioni contemporaneamente, tra queste una delle più interessanti riguarda l'insieme delle funzioni che consentono lo sviluppo del linguaggio articolato nel quale entrano in gioco differenti aree dell'emisfero sinistro, quali il centro del Broca, quello di Wernicke, il fascicolo arcuato, l'area motoria che controlla la lingua e la mimica facciale ecc.
Grazie all'enorme complessità del cervello, l'uomo è in grado inoltre di prendere coscienza di concetti fondamentali, come quello della funzione temporale, e cioè del trascorrere del tempo, nel senso più generale del passato, del presente e del futuro; forse è per questo che il linguaggio è specifico di chi ha una "storia" da raccontare. Inoltre siamo in grado non solo di avere un'idea della funzione di un fenomeno, ma anche di comprendere la relazione di causa/effetto che la determina. Volendo fare un esempio su quest'ultima importante considerazione, possiamo tranquillamente dire che un uccello, quando vola, non si chiede perché usa le ali che lo mantengono in aria, ma solo che ne constata la funzione. L'uomo ha invece la prerogativa, forse unica, di comprendere causa ed effetto del fenomeno stesso, estrapolando la legge fisica che lo determina e acquisendo in tal modo la capacità di alienare il mito di Icaro costruendo così un aereoplano. La consapevolezza della funzione soprintende alla causa; l'effetto prevedibile, quale ricaduta immediata, è la stessa capacità cognitiva dell'atto di scheggiare una pietra, e risale così almeno a 2,5 milioni di anni fa. Un modo di fare non ripetitivo e stereotipato, ma legato a schemi che rientrano nella tradizione e nella trasmissione di conoscenze ed esperienze personali. La scheggiatura rappresenta un'azione, che seppur apparentemente semplice, si caratterizza quindi per la sequenza di atti e gesti non continui ma interscambiabili, per raggiungere un obiettivo desiderato, nell'ambito di una capacità progettuale non più solamente controllata dalla memoria di specie, cioè dal Dna. La consapevolezza ci porta, dunque da un certo punto della nostra storia, alla progettualità razionale e questa ci conduce a quella che viene chiamata cultura, che sta alla base di un atteggiamento strategico del tutto nuovo nei riguardi della natura, anche in termini di selezione, e sviluppa criteri nuovi, oltre a quelli biologici, per l'appartenenza al gruppo inteso come etnia. L'uomo, quindi, acquisisce la possibilità di creare segni, simboli e situazioni simboliche. Può conferire agli oggetti che crea valori del tutto artificiali, non più soltanto come riflesso di un ordine biologico, ma al contrario culturale. Elabora, inoltre, seppur in tempi diversi, un simbolismo anche di tipo sociale e spirituale che finisce col condizionare i nostri stessi comportamenti quotidiani. Su questi ultimi si sviluppa la capacità di riconoscimento etnico con segni (es. costumi), oltre che con simboli, che accomunano gli uni e tendono a escludere gli altri.
Quanto ora detto in modo molto succinto, ci ha condotto inevitabilmente ad avere una visione statica della realtà, a quel fissismo che ha condizionato il nostro sapere per quasi duemila anni a partire dai Greci. L'esigenza di stabilità economica, culturale ecc. porta volentieri a creare infatti situazioni codificate e statiche che è meglio sancire e non modificare nel tempo, proprio in nome della stessa stabilità e governabilità. È soltanto a partire grosso modo dal Cinquecento che si sviluppa progressivamente la presa di coscienza scientifica della diversità biologica; questo processo ci porta dapprima nel Settecento allo sviluppo degli schemi classificatori e poi nell'800 a teorizzare il processo evolutivo quale causa della biodiversità, ancor prima che alla stessa visione evolutiva dell'universo nella sua complessità. Si concretizza una visione del mondo non finalizzata e stabile. Il metodo sperimentale di Galilei è alla base di una prima radicale rimeditazione della disposizione del cosmo; inoltre è alla base di quella rivoluzione del pensiero scientifico che ha portato Darwin alla definizione di una teoria dell'evoluzione per cause interne, sulla quale lavora la selezione naturale. Per questo motivo oggi siamo in grado di interrogarci sulla natura, sulle origini dell'universo, sulla nascita della Terra e dei suoi primi organismi. Abbiamo la possibilità di seguire in modo piuttosto dettagliato la storia della vita sul nostro pianeta, dai pesci ai rettili, dagli uccelli ai mammiferi e all'uomo.
Abbiamo così acquisito una facoltà unica nel regno animale, cioè la capacità di guardare all'indietro nel tempo e ricostruire la galleria degli antenati, definendo aspetti cronologici, biologici e culturali. La ricostruzione delle fasi evolutive dell'uomo sembra così ormai delineata anche se alcuni contenuti dovranno essere maggiormente dettagliati. Sono migliaia i fossili che ci consentono di ripercorrere la storia degli ultimi milioni di anni. Volendo proporre una rapidissima carrellata di tutto questo, a partire da circa 4 milioni di anni incontriamo il variegato gruppo di Australopiteci, con una capacità di deambulazione bipede alla quale si associa ancora quella di arrampicarsi sugli alberi; con essi, ma soprattutto con Homo rudolfensis e Homo habilis, a partire da almeno 2,6 milini di anni fa si sviluppa la capacità di scheggiare e progettare strumenti a margini taglienti per trattare le carcasse animali. In una fase successiva, intorno a 1,8 milioni di anni fa, incontriamo i primi grandi insediamenti che sembrano intenzionalmente organizzati come quelli di Olduvai e di Mela Kunturé. L'aspetto dei nostri antenati diventa sempre più "umano" con la capacità cranica che aumenta considerevolmente. Il passo successivo è rappresentato dall'Homo ergaster, risalente almeno a 1,7 milione di anni fa. Abile scheggiatore con una struttura ormai definitamente bipede tipica del camminatore, l'ergaster si diffonde in Eurasia. In Europa inizia un lungo processo evolutivo che attraverso varie fasi contraddistinte da specifici fossili porta allo sviluppo dell'Uomo di Neanderthal. Gli studi più recenti, soprattutto biomolecolari, escludono che quest'ultimo sia un nostro diretto progenitore; al contrario si tratta di una specie d'uomo diversa da quello di Homo sapiens, che proveniente dall'Africa, a partire da 40.000 anni fa, si diffonde in Europa colonizzando in poche migliaia d'anni il nostro intero continente e sostituendo interamente l'Uomo di Neanderthal. L'uomo moderno raggiunge un altissimo livello tecnologico nella produzione di lame e oggetti scheggiati di vario tipo decisamente diversificati; con esso inoltre si diffonde in modo sistematico il decoro e l'arte, quest'ultima con testimonianze di grande significato in numerose grotte, soprattutto francesi e spagnole. La mia impressione è che con l'uomo moderno nasca un concetto forte di etnia ratificato da un alto senso di appartenenza. Fu, forse, proprio questo fattore, e non un presunto dislivello tecnologico, a segnare la differenza con i Neanderthal, condannando questi ultimi all'estinzione (sotto certi aspetti, è quello che è avvenuto in secoli recenti, quando, in alcuni continenti, le popolazioni indigene sono state sopraffatte e cancellate dai colonizzatori bianchi; questo fenomeno fu conseguenza di una capacità tecnologica superiore, ma la causa principale fu un'organizzazione sociale molto più serrata e forte degli Europei rispetto alle popolazioni indigene). Un altro passaggio importantissimo è rappresentato dalle capacità progettuali dell'uomo che cambia le proprie strategie di produzione, passando dalla fase di predazione tipica dei popoli cacciatori e raccoglitori a quella della produzione caratteristica dei popoli cacciatori e allevatori. Inizia il processo di neolitizzazione, siamo intorno a 12.000 anni fa. È in questa fase che il rapporto con l'ambiente si rompe definitivamente, sovrastato dalle nostre spropositate capacità d'intervento a carattere specificatamente antropocentrico.
E siamo a oggi; ci aggiriamo in un paesaggio interamente antropizzato, dove niente sembra riconducibile alla "memoria" del Dna; quasi più nulla del nostro comportamento sembra essere imputato a un'azione di tipo tecnicistico che, in ogni caso, tendiamo a mascherare sistematicamente. Siamo così giunti al termine di questo fulmineo viaggio attraverso quattordici miliardi di storia evolutiva ed è il momento di fare alcune riflessioni, forse un po' angoscianti. In effetti ci dobbiamo domandare se siamo solo il prodotto casuale di una sequenza di "memorie", delle quali ci portiamo le cicatrici nel nostro codice genetico, il Dna. È questo il risultato di un processo evolutivo che ha, però, condotto alla creazione di un essere in grado di modificare l'ordine naturale degli eventi, ad esempio sottraendoci sempre più dall'azione della selezione naturale. Infatti attualmente la mia aspettativa di vita si aggira intorno agli ottant'anni, ma sino all'Ottocento a fatica superava la trentina. Nel Settecento Buffon affermava in una sua pubblicazione che la probabilità di morire entro gli otto anni di vita era pari al cinquanta per cento. L'uomo, però, prodotto o non prodotto, è andato oltre ed è giunto al punto di poter modificare il corso della stessa evoluzione, mettendo mano alla struttura del Dna, togliendone dei pezzi, aggiungendone altri, mescolando parti anche di specie diverse e così via. Mi sembra di capire che l'uomo, con questa sua capacità di rimecsolare un po' il tutto, non diventa altro che un aiutante dell'evoluzione. Quel che fa oggi l'ingegneria genetica non differisce, peraltro, molto da ciò che la natura ha tentato di fare nell'arco di milioni di anni; modificando l'esistente ed escogitando meccanismi (come la riproduzione gamica) per accelerarne il processo.
Mi viene allora un dubbio che l'uomo sia soltanto uno strumento, una sorta di cacciavite o bisturi, utilizzato solo per accelerare il sistema evolutivo. Sarebbe una grande beffa passare dal ruolo di padroni della situazione a quello di schiavi di un percorso che non è il nostro e col quale l'interazione non sia in effetti possibile in quanto incomprensibili. L'Uomo strumento dell'evoluzione, un mezzo efficace e rapido col quale accelerare, in modo altrimenti inimmaginabile, il processo evolutivo, quasi non fossimo noi la mano che lancia i dadi, ma solo dadi che rotolano sul tappeto verde senza possibilità di intervento sui meccanismi veri che contano.
Carlo Peretto
presidente Corso di laurea in Scienze dei beni culturali - Università di Ferrara