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Gino Fornaciari'Ammalarsi al passato: messaggi dalle mummie'Fornaciari. Sono veramente felice di essere qui e ringrazio gli organizzatori per avermi coinvolto anche perché, lo devo confessare, è la prima volta che ho un uditorio così vasto. La disciplina di cui mi occupo, la Paleopatologia, è poco conosciuta e quindi avere la possibilità di presentarla a un pubblico così numeroso, mi fa molto piacere. La Paleopatologia, come dice il nome, consiste nello studio delle malattie del passato. Bisogna però distinguere nettamente questa disciplina dalla Storia della Medicina, di cui peraltro costituisce una branca importantissima. Sono gli strumenti di studio, infatti, a essere completamente diversi. La Paleopatologia si occupa dello studio delle malattie antiche direttamente sui corpi umani del passato (scheletri e mummie) e quindi ha un approccio diverso rispetto alla Storia della Medicina, che invece utilizza fonti di tipo storico-letterario. Inoltre, mi permetto di aggiungere, la Paleopatologia costituisce l'unico punto di contatto fra le malattie del passato e le tecnologie biomediche moderne. Essa riveste ovviamente un grande interesse da un punto di vista medico. Infatti, riuscire a ipotizzare, attraverso i reperti paleopatologici, l'origine e l'evoluzione di alcune malattie che costituiscono tuttora un vero e proprio flagello dell'umanità attuale, come il cancro, il diabete o l'arteriosclerosi, non può che avere un'enorme importanza medica. Altro motivo d'interesse della Paleopatologia è che la malattia non deve essere interpretata come un evento casuale, ma deve essere considerata come il prodotto dell'interazione tra l'ambiente, sia naturale che culturale, e l'uomo. In altri termini, ogni epoca possiede le sue malattie caratteristiche e dall'analisi della loro frequenza è possibile ottenere informazioni, fra l'altro, anche sullo stile di vita e sulle abitudini delle popolazioni del passato. Negli ultimi anni, gli strumenti tecnici a disposizione della Paleopatologia, che sono poi quelli della medicina moderna, si sono notevolmente affinati. Ai tradizionali metodi di ricerca, come l'esame macroscopico e microscopico, l'istologia, la radiologia ecc., si è affiancata anche la biologia molecolare, cioè lo studio del Dna antico. In questo breve intervento, cercherò di delineare lo "stato dell'arte" attuale delle ricerche paleopatologiche, traendo spunto da qualche esempio che è stato oggetto d'indagine da parte del mio gruppo di studio. In particolare, vi riferirò i risultati che sono emersi dagli studi sugli individui mummificati d'epoca rinascimentale conservati nella sacrestia monumentale della basilica di San Domenico Maggiore a Napoli. Negli anni '80 il nostro interesse fu attirato da un nucleo di trentasette sarcofagi lignei, alcuni dei quali custodivano i corpi di sovrani e principi aragonesi deceduti fra la fine del XV e la seconda metà del XVII secolo, custoditi al disopra di una tribuna lignea della sacrestia. La disposizione dei sarcofagi appariva ritualizzata: i sarcofagi dei re avevano una posizione privilegiata ed erano caratterizzati, oltre che dalle epigrafi, dai simboli del potere, come le corone e gli scettri. Per esplorare tutti questi sarcofagi, organizzammo un vero e proprio laboratorio sul campo che ci permise d'effettuare delle indagini autoptiche immediate. Eravamo equipaggiati anche con un'apparecchiatura radiologica portatile, con cui furono effettuate le prime radiografie di questi corpi. Naturalmente, l'apertura di queste tombe offrì anche l'opportunità di recuperare interessanti esempi del vestiario dell'epoca, compresi gioielli e armi, che furono poi sottoposti ad attenti restauri da parte della Soprintendenza ai beni storici ed artistici di Napoli. Le mummie, al momento dell'apertura dei sarcofagi, apparvero in buono stato, anche perché, eccettuati alcuni casi di sepolture depredate in antico, le deposizioni funebri erano giunte a noi senza sostanziali manipolazioni. I sarcofagi, entro i quali erano contenuti i corpi, hanno l'aspetto di grossi bauli, rivestiti di broccati e stoffe preziose. All'interno dei bauli si ritrova la bara vera e propria che custodisce il corpo, sul quale è stato possibile effettuare l'esame anatomo-patologico. Si trattava, in pratica, di procedere a vere e proprie autopsie, non diverse da quelle praticate comunemente nell'ambito della medicina legale, rese possibili anche grazie al buono stato di conservazione degli organi interni. Questi ultimi, per quanto essiccati e, talora, ridotti a sottili foglie adese alla parete posteriore del corpo, risultavano perfettamente leggibili. I risultati scaturiti da questo tipo d'indagine ci hanno consentito di definire un quadro fedele di quelle che erano le malattie che colpivano i ceti elevati di età rinascimentale in Italia. Ad esempio, la mummia di un bambino di appena due anni presentava la superficie cutanea ancora completamente coperta da un'estesa eruzione di tipo vescicolo-pustoloso, che riconoscemmo subito come vaiolo. Uno studio al microscopio elettronico mise in evidenza che il virus, all'interno delle pustole, era ancora presente e reagiva ancora agli anticorpi specifici. La scoperta provocò, all'epoca, qualche preoccupazione da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, perché c'era la possibilità che qualche particella virale potesse avere ancora un'attività biologica. In una società come la nostra, dove il vaiolo è totalmente eradicato, la comparsa di un virus antico ancora vitale poteva giustamente far temere un'improvvisa ripresa del contagio. Studi più recenti sul Dna antico hanno, invece, dimostrato che tale pericolo non è mai esistito, perché queste particelle virali, dopo secoli, avevano ormai perso ogni attività biologica. Passo a un altro caso interessante, quello che riguarda un sovrano aragonese, Ferrante I d'Aragona, deceduto nel 1494, che si può vedere raffigurato in un bassorilievo dell'epoca posto sopra Porta Capuana, a Napoli. L'esame autoptico della mummia mise in evidenza la causa del decesso. Ferrante I d'Aragona morì per un tumore, una neoplasia maligna intestinale, che è stato possibile studiare molto bene, sia dal punto di vista istologico che immunologico. Anche in questo caso lo studio molecolare ha messo in evidenza una mutazione genetica acquisita di un oncogene; insomma, in termini molto semplici, è stato possibile individuare la mutazione genetica che fece sì che le cellule del re impazzissero e producessero il cancro. Si tratta di un risultato di grande rilevanza scientifica, perché ha permesso di formulare alcune importanti ipotesi sulle cause di questa mutazione. Esclusi ovviamente gli agenti chimici di epoca moderna, che tuttora provocano la neoplasia, come idrocarburi, sostanze radioattive e così via, è stato possibile identificare la causa della mutazione nei composti nitrosi organici, i cosiddetti NOC che, con un processo chimico ben noto, la produssero e risultarono quindi responsabili del tumore del colon del sovrano aragonese. Questo processo era possibile solo nel caso di un'alimentazione a senso unico, com'era quella del re e degli esponenti delle classi sociali elevate dell'epoca, che si cibavano, abusandone, quasi esclusivamente di carni rosse cotte alla brace, ricche di NOC che costituivano dei potenti fattori oncogeni. Un altro caso di tumore è quello di Ferdinando Orsini, duca di Gravina in Puglia, deceduto nel 1548. In questo caso si tratta di una neoplasia cutanea, che, originatasi nella cute intorno all'occhio destro e ovviamente non trattata, perché all'epoca non c'erano cure efficaci, provocò la distruzione dell'orbita destra e del naso. Non è un caso che il cadavere sia stato sepolto velato: evidentemente l'aspetto del defunto non doveva essere dei migliori. Passiamo a un altro problema importante del Rinascimento: l'arrivo della sifilide in Europa, cui ho già fatto cenno. Questa nuova malattia colpì la popolazione europea in maniera epidemica. Comparve nel 1494 e si diffuse con un andamento tumultuoso e di particolare virulenza. In un autoritratto di Holbein il Giovane sono evidenti le alterazioni cutanee della sifilide, in tutto simili ad un'eruzione, da cui il noto pittore era affetto. La cura cinquecentesca fu basata fin dall'inizio sull'uso del mercurio, utilizzando in un primo tempo le pomate mercuriali. Successivamente, però, la terapia si basò sulle fumigazioni, i cosiddetti "fumi di mercurio", ottenuti dalla combustione del cinabro. I pazienti morivano, molto spesso, non tanto per la sifilide, bensì per la terapia mercuriale che, praticata in dosi massicce e per lungo tempo, è tossica e addirittura letale. Abbiamo cercato di trovare una traccia di questi procedimenti curativi anche sulle mummie napoletane. Infatti il mercurio è un metallo pesante che tende ad accumularsi nei capelli. Dall'analisi dei capelli delle mummie è stato quindi possibile stabilire che Isabella d'Aragona, duchessa di Milano ma deceduta a Napoli nel 1524, possedeva un tasso elevatissimo di mercurio, indizio di una prolungata esposizione a questo tipo di cura. Tassi elevati di mercurio sono stati riscontrati anche nei capelli di Giovanna IV d'Aragona, regina di Napoli (1479-1518) e di Maria d'Aragona, che, come abbiamo già visto, era appunto affetta da sifilide. La maggior parte degli individui studiati, tutti importanti esponenti del Rinascimento italiano, possedeva un elevato tasso di mercurio nei capelli, dimostrando l'avvenuta esposizione al metallo e, di conseguenza, il trattamento antiluetico. A parte una giovane, Ippolita Guevara, che non presenta alcuna traccia del metallo, e un'altra dama sconosciuta che, insieme a un bambino, possiede un livello praticamente nullo di mercurio, tutti gli altri possiedono tassi elevati, dimostrando un'elevata esposizione a questo tipo di terapia. Finisco con il caso di un individuo più recente, risalente alla seconda metà del Settecento, trovato in Valnerina presso Spoleto, nella cripta della chiesa di un villaggio denominato Borgo Cerreto. La Valnerina è una regione in cui, per motivi climatici e ambientali, si verifica la mummificazione spontanea dei corpi. Famose, per esempio, sono le mummie naturali di Ferentillo, in provincia di Terni. Nel nostro caso, è stata ritrovata la mummia di un soldato che, all'esame autoptico, presentava una grande fasciatura nella coscia destra. La fasciatura era stata eseguita in maniera abbastanza appropriata dal punto di vista medico, in quanto proteggeva la "zaffatura", cioè il drenaggio ottenuto con filacce di stoffa, di una profonda ferita della coscia. L'esame radiografico chiarì poi che, al di sotto della fasciatura, era presente una frattura comminuta del femore, circondata da piccoli frammenti metallici. L'interpretazione dal punto di vista paleo-medico-legale è ovvia: si tratta di una ferita d'arma da fuoco provocata da un proiettile che colpì questo individuo alla coscia destra, frantumando il femore e causandone infine il decesso, verosimilmente per infezione. Gino Fornaciari Stampa |
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