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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

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Louis Godart

'Alle origini della civilta' mediterranea: la mia vita tra i Minoici'

Pruneti. È arrivato il momento di Luis Godart, un grande studioso del periodo minoico e miceneo che, adesso, svolge anche l'attività di Consigliere del Presidente della Repubblica, questo a conferma della stima di cui gode, anche al di fuori del ristretto ambito accademico.

Godart. Vi ringrazio per quest'invito a ripercorrere insieme i "sentieri" dell'antico Egeo: la civiltà minoica e quella micenea. La storia della loro scoperta è legata a tre colpi di scena che ci hanno restituito il mondo scomparso dell'epopea omerica. La prima fortunata scoperta si deve a colui che ha messo in luce, insieme a Franc Calvert, i resti della Troia del II millennio a.C.: dopo la sua esperienza nella Troade, Schliemann si è spostato nella Grecia continentale e ha, come sapete, portato alla luce i resti delle tombe del Circolo A di Micene, scoprendo tesori di una ricchezza inaudita. Siamo nel 1876 e, grazie al suo impegno e al suo entusiasmo, Schliemann dimostrava che le antiche leggende, in realtà, sono sempre basate su dei fatti storici. Al pari di Troia anche la famosa Micene di Agamennone era davvero esistita. I tesori straordinari scoperti nel Peloponneso, a Micene o a Vafiò, hanno condotto a una seconda, inaspettata scoperta, che dobbiamo non più all'entusiasmo di un dilettante, ma al­l'attenta ricerca di un professionista: Arthur Evans. Questi decise di rintracciare le testimonianze della letteratura che questo mondo favolo­so, portato alla luce da Schliemann, doveva necessariamente aver lasciato. Evans basò le proprie ricerche su una considerazione: com'era possibile che una civiltà come quella di Micene, che era riuscita a imporsi anche economicamente sullo scenario del Mediterraneo orientale, non avesse, a un certo punto della sua storia, conosciuto l'arte della scrittura? Focalizzata la sua area di ricerca all'Egeo e in particolare a Creta, dove lo avevano condotto le scoperte di alcuni sigilli giunti sul mercato antiquario di Atene, Evans, nel mar­zo del 1900, iniziò lo scavo del palazzo di Cnosso, portando alla luce una grande costruzione. Come qualche decennio prima Schliemann aveva fatto a Troia, adesso Evans dimostrò, alla luce d'inoppugnabili dati archeologici, la fondatezza di antichi miti, come quello del Minotauro, la cui leggenda è legata, come sapete, a Minosse, a Pasifae e al Palazzo di Crosso.

Qui Evans trovò conferma anche della sua teoria, documentando ben tre tipi di scrittura. Una prima scrittura che è stata da lui chiamata "pittografica" o "geroglifica", un'altra definita convenzionalmente Lineare A, caratterizzata da testi disposti orizzontalmente e redatti da scribi che hanno scritto da sinistra verso destra, come facciamo noi, e, infine, una terza scrittura a cui dette nome Lineare B, perché più recente della precedente. Il terzo, fondamentale, passo per la conoscenza di queste antiche civiltà egee si deve, invece, a un giovane architetto inglese, Michael Ventris, che, nel 1952, riuscì a decifrare la Lineare B, dimostrando che dietro a questi segni si nascondeva un dialetto greco appartenente a quella che i linguisti chiamano "famiglia dialettale accado-cipriota". Grazie a questa decifrazione, Ventris dava uno spessore cronologico inatteso alla civiltà greca, dimostrando che i sovrani di Micene e di Cnosso, erano di lingua greca.
Soffermiamoci, adesso, su un secondo punto: perché e come nasce questa scrittura? In realtà vediamo che la scrittura appare sempre in un contesto molto particolare, quello che si suole definire l'ambiente palaziale, esemplificato da grandi costruzioni, come quelle diffuse a Creta alla fine del III millennio a.C. Questi grandi complessi sono dotati di vasti e numerosi magazzini che provano l'esistenza di un sistema economico basato sulla raccolta e la ridistribuzione dei prodotti. Il palazzo, oltre che residenza del dinasta e centro politico di una regione, è anche, e forse soprattutto, il riferimento economico di un'area, un luogo nel quale confluiscono ricchezze che sono poi divise fra coloro che lavorano per il palazzo. Ovviamente per controllare un simile processo è necessario uno strumento che consenta di registrare i dati relativi a ogni transazione economica, cioè la scrittura. Se ci riflettiamo, la scrittura cos'è? Credo che la definizione migliore potrebbe essere questa: la scrittura è un'arma che consente all'uomo di trasmettere, nel tempo e nello spazio, un messaggio univoco. Grazie a essa era possibile ripercorrere, ad anni di distanza, i movimenti dei magazzini. Però, come tutte le grandi invenzioni della storia, la scrittura non nasce un determinato giorno a una determinata ora. La scrittura, a Creta come altrove, è preceduta da uno stadio che è chiamato "della prescrittura". Abbiamo centinaia di documenti che appartengono a questa fase, fra i quali, ad esempio, pasticche d'argilla, le cretule, nelle quali sono impresse delle impronte di sigilli. Questa pasticca era stampata su dei contenitori, o sulle porte dei magazzini, per sigillare, con un simbolo che garantiva l'autorità, i beni entro vasi o ambienti. Non molto tempo dopo, i cretesi inventarono altri tipi di documenti, coperti da sole annotazioni numeriche. Solo in un secondo momento, fra XVII e XVI sec. a.C., nella fase detta "dei secondi palazzi", compaiono i documenti scritti veri e propri, cioè i testi che, oltre alle cifre e ai logogrammi, contengono anche i sillabogrammi che formano le paro­le e quindi consentono di trasmettere nel tempo e nello spazio un messaggio univoco.

Ora vorrei soffermarmi sul mondo miceneo, perché di recente alcune scoperte, che ho avuto la fortuna di pubblicare personalmente, ci danno un panorama profondamente diverso della terza scrittura rinvenuta da Evans a Creta, la Lineare B. Micene è la civiltà protagonista dell'ultima fase palaziale a Creta, ma è anche la civiltà che ha lasciato la sua impronta sul continente nel II millennio a.C. Questi testi in Lineare B ci danno informazioni su vita quotidiana,amministrazione e religione micenea del II millennio a.C. In un documento, per esempio, si parla di offerte fatte a Dioniso e a Zeus. Dioniso quindi, contrariamente a quanto molti hanno scritto, è già presente nel II millennio a.C. Negli ultimi anni, tra il 1993 e il 1997, un archivio di oltre duecento tavolette in Lineare B venuto alla luce a Tebe, in Beozia, c'informa per la prima volta dell'esistenza, nel mondo greco-miceneo, di una grande divinità chiamata Madre Terra (ma ga), termini che ritroviamo anche in Eschilo. Questa Madre Terra è associata a Zeus e insieme a Zeus ha avuto una figlia che si chiama Core. Quindi, in definitiva, questa Madre Terra non è altro che la famosa dea di Eleusi, venerata sin dal I millennio a.C., che in quest'epoca è associata ad alcuni animali sacri come il maiale o i serpenti. Quando parlo della Madre Terra associata ai serpenti viene immediatamente alla mente la famosa statua rinvenuta da Evans in ambiente minoico, nel palazzo di Cnosso, la famosa Dea dei Serpenti. Quindi adesso possiamo affermare, sulla base di questa testimonianza dei nuovi testi di Tebe, che tra la religione minoica e la religione micenea vi è un filo conduttore, oserei dire un filo di Arianna, che ci fa toccare con mano i culti primordiali del nostro antico Mediterraneo. Inoltre, questa dea cretese, oltre ai serpenti che stringe nelle mani, è accompagnata anche da un secondo animale, posato sulla sua testa: un gatto. Perché quest'associazione? La risposta viene dall'Egitto, dove il gatto è frequentemente raffigurato nell'atto di uccidere il serpente. La statuetta da Cnosso ci dà, quindi, la prova dell'origine egizia di uno dei culti della Creta minoica, frutto, probabilmente, di quelle strette relazioni commerciali che, sin dall'Antico Regno (III millennio a.C.), esistevano fra il mondo miceneo e la valle del Nilo.

Ora vorrei soffermarmi sulla questione della letteratura micenea, un argomento che appare sotto una luce del tutto nuova, grazie ad alcuni recenti ritrovamenti che hanno arricchito il nostro bagaglio epigrafico. Questo problema è strettamente connesso con la questione delle tradizioni di cui si è servito Omero per scrivere l'Iliade e l'Odissea. Prima di parlare direttamente del mondo miceneo, è però, necessario fare un passo indietro e tornare a parlare della letteratura minoica. Molti hanno detto che è una letteratura essenzialmente contabile. Sì, ma non esclusivamente, dico io. Infatti, i testi minoici non sono soltanto vergati nell'argilla dagli amministratori dei palazzi. Per esempio, un bellissimo testo in Lineare A inciso in un anello in oro rinvenuto in una tomba vicino a Cnosso o un'epigrafe incisa su una tavola per libagioni rinvenuta in un santuario di Creta sicuramente non devono riferirsi a materia contabile. Abbiamo oltre settantadue iscrizioni di questo genere e sono iscrizioni certamente di carattere religioso. Si è giunti, quindi, a proporre una netta distinzione fra Micenei e Minoici; mentre, infatti, questi ultimi non scrivevano solo sull'argilla, ma anche sopra supporti di altro materiale, come l'oro o la pietra, i Micenei scrissero solo sull'argilla, a dimostrazione dell'inesistenza di un'epigrafia o di una letteratura che fosse di argomento non contabile. Per lungo tempo - e lo troverete ancora scritto su ogni manuale - si è affermato che non esistono iscrizioni in lineare B su materiali diversi dall'argilla. A prescindere dalle tavolette, l'unica altra eccezione era data dalle iscrizioni dipinte sulle pance delle anfore a staffa, epigrafi, tuttavia, anch'esse di carattere sicuramente economico-commerciale. Io non ho mai creduto che questa fosse la verità, per un motivo molto semplice: è mai possibile che un popolo in possesso dell'arte della scrittura si accontenti di scrivere solo dei conti? Ci sarà stato qualche scriba innamorato che avrà scritto alla sua ragazza un messaggio di tipo amoroso! Insomma, non riuscivo a credere che un popolo avesse posseduto l'arma della scrittura unicamente a fini amministrativi.
Il tempo mi ha dato ragione, perché ecco che nel 1994 è venuto fuori il primo documento in Lineare B scritto su un materiale diverso dall'argilla. È un'iscrizione che è stata rinvenuta a Olimpia, in un santuario, ed è una pietra che porta su uno dei lati il disegno di una doppia ascia e sull'altro un'iscrizione di sei segni che si legge senza alcuna difficoltà: karoquo, e corrisponde a uno splendido nome greco, Karox, nome, tra parentesi, di un eroe che è attestato nell'Iliade. Ma qual è l'aspetto, oltre naturalmente al supporto della scrittura, straordinario di questa iscrizione? È la sua datazione. Questo oggetto, che ho appena pubblicato, è stato rinvenuto in uno strato dell'El­ladico Medio Terzo, cioè, in termini di cronologia assoluta, in un contesto dell'inizio del XVII sec. a.C. Questo significa che ottocento, novecen­to anni prima di Omero vi erano dei greci che scri­vevano il greco in Grecia e abbiamo oramai la prova che vi era quasi un millennio di storia scritta da greci prima dell'Iliade e dell'Odissea. Come vedete, abbiamo buoni motivi, ormai, per ritenere che si scriveva un'altra letteratura rispetto a quella economica. Un altro argomento a favo­re dell'esistenza di una letteratura di contenuto non economico lo abbiamo interrogando un'altra serie di documenti; si tratta di alcune piccole impronte di sigilli in argilla che sul retro conservano tracce di cordicelle che servivano a lega­re i papiri. Evidentemente, esisteva anche una let­teratura micenea su papiro, una rivelazione, peraltro, tutt'altro che sconvolgente in un mondo come quello del bacino orientale del Mediterraneo, dove erano strettissimi i legami con popoli come quello egiziano o quello assiro-babilonese che utilizzavano normalmente i papiri come supporto letterario.

Ecco un altro documento, molto interessante, rinvenuto fra i reperti che costituivano il carico di una nave affondata al largo di una località che si chiama Uluburun, lungo le coste dall'Anatolia. A bordo di questa nave troviamo i prodotti che i tributari egei, raffigurati sulle pareti delle tombe della XVIII dinastia egiziana, offrivano al Faraone: lapislazzuli, vasi di ogni tipo, metalli, lingotti, avorio, zanne di elefante. Quindi, la suddetta nave, che andava da est verso ovest, era verosimilmente un'imbarcazione egea, e, oltre al proprio carico, portava a bordo un oggetto straordinario di legno: un quaderno con cerniere d'avorio, le cui pagine sono incavate per ricevere una superficie di cera. Chiaramen­te era un quaderno utilizzato a bordo della nave per scrivere dei messaggi, il cui contenuto ci sfugge, ma questa è un'ennesima dimostrazione che esisteva un'altra letteratura diversa dalla letteratu­ra meramente contabile.
A questo punto non posso non parlare di Omero e dell'Iliade. Molti hanno affermato che i poeti non esistessero nel mondo miceneo, perché non è attestato in miceneo il nome del poeta o del­­l'aedo. Bisogna sempre diffidare da questi argomenti, perché ecco che in uno dei nuovi testi di Tebe, pubblicato pochi mesi fa, al penultimo rigo di una tavoletta si legge rurattae, l'ideogramma dell'uomo e la cifra 2. Rurattae è una perfetta parola greca che si può trasporre nel greco alfabetico e leggere lurastes, che significa ‘il suonatore di lira', ovvero l'aedo. Ecco, infine, un altro docu­mento in Lineare B inciso nella pietra, scoperto un anno e mezzo fa nel nord della Grecia, in Tessaglia. È probabilmente un peso, che reca incisa un'iscrizione incompleta, di soli tre segni, però è un'ulteriore dimostrazione che i Micenei scrive­vano su ogni tipo di supporto, per redigere qualsiasi tipo di messaggio. Concludo questa conversa­zione, tornando all'epopea omerica. Omero ha realizzato il suo capolavoro nell'VIII sec. a.C. Nel­­l'Iliade però vi sono varie stratificazioni; la società di cui parla il poeta non è soltanto quella dell'VIII secolo, ma è anche una società che ai suoi tempi non esisteva più. Per esempio, egli ci parla di oggetti che sono già scomparsi ai suoi tempi, come il grande scudo a forma di torre, che però è raffigurato su alcuni oggetti delle tombe a fossa di Micene risalenti al XVI sec. a.C. Si deve concludere che l'Iliade utilizza tradizioni che risalgono molto addietro nel tempo. Io credo che un popo­lo che possedeva da quasi un millennio l'arte della scrittura ha di sicuro utiliz­zato questa scrittura per redigere testi d'ogni tipo: economici, diplo­ma­tici, poetici, esattamente come facevano i vicini del Medio Oriente o della valle del Nilo. Il mondo Egeo ci ha trasmesso essenzialmente documenti economici solo perché gli incendi che de­vastavano le sale d'archivio, distruggendo inte­re biblioteche di papiri, cuoceva­no le tavolette d'argilla sulle quali erano redatti i conti, consegnandole ai posteri pressoché integre. Credo che queste tradizioni, radunate da Ome­ro nell'Iliade, siano state trasmesse in parte per via orale e, in parte per tradizione scrit­ta, così come avveniva nel Medio e Vicino Oriente.

Per concludere, vi propongo l'immagine di una pisside rinvenuta da Zedakis e da me, in una tomba a Calamia, nell'isola di Creta. Su questa pisside c'è un disegno: vi si riconosce un uomo che stringe una lira a sette corde nella mano sinistra, mentre nella mano destra tiene una spiga di grano. Notate che ci sono degli uccelli che vengono a mangiare i semi della spiga di grano, mentre un altro uccello poggia il becco sulla lira. Chi, grazie al suo canto, riesce ad attirare e addomesticare gli uccelli? La risposta è Orfeo. Ritroviamo, così, un altro mito e un'altra immagine, che ci rimandano ai primi culti legati a Orfeo e al ciclo perenne della vita e della morte.

Louis Godart
accademico dei Lincei e consigliere del Presidente della Repubblica




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