Tiradritti. Inizio il mio intervento suggerendovi l'immagine della piramide di Cheope avvolta nella nebbia. Questa è un po' la situazione in cui ci troviamo noi egittologi: avvolti dalla nebbia del mistero che, a ben guardare non è altro che fumo, il fumo prodotto da coloro che noi - un po' irriverentemente - chiamiamo "piramidioti". Esistono infatti alcune persone che consacrano la loro vita allo studio delle piramidi, creando una cortina fumosa fatta di falsi problemi e falsi misteri contro la quale ci troviamo a lottare, spesso vanamente.
Quest'atteggiamento non è recente. Anzi è antichissimo. Le piramidi rappresentavano un mistero per gli Egiziani stessi, perché, se prendiamo il papiro Westcar, databile all'inizio del II millennio a.C., troviamo già menzionato uno dei temi che, con più frequenza vengono posti in relazione con la Grande piramide di Cheope (metà del XXVII secolo a.C.). Il papiro narra di un mago di nome Djedi che avrebbe conosciuto il numero delle stanze segrete del santuario di Thoth. Molti, oggigiorno, ritengono che quelle stesse stanze si trovino all'interno della piramide di Cheope. In una di esse si troverebbe il libro di Thoth, dio delle scrittura e della saggezza, in cui sarebbe racchiuso tutto il sapere dell'umanità. Non dobbiamo dimenticare, però, che quelle contenute nel papiro Westcar sono favole a sfondo fantastico e lo stesso Djedi è descritto come un uomo di centodieci anni dall'aspetto ancora giovanile che riesce a pasteggiare con un mezzo bue, accompagnandolo con cinquecento pani e innaffiando il tutto con cento giare di birra. Agli scribi di epoca ramesside (XIII - XI secolo a.C.) le piramidi servono da paragone per affermare che un testo scritto è più duraturo di qualsiasi altro monumento. Nelle descrizioni, meravigliate ed estatiche, lasciate dai primi viaggiatori greci le piramidi sono considerate tombe smisurate innalzate per sovrani dalla smisurata ambizione. Non è una loro invenzione. Già il menzionato papiro Westcar descrive Cheope come un despota bizzoso e crudele. Erodoto riprende quest'immagine e nel suo resoconto, che appare molto basato sulle spiegazioni ricevute da guide locali, la Grande Piramide non avrebbe avuto altro scopo che quello d'immortalare un sovrano, così ambizioso e privo di scrupoli da far prostituire la propria figlia per ottenere le pietre necessarie alla costruzione.
Greci e romani lasciarono testimonianze della loro meraviglia incidendo iscrizioni sulle assise di base delle coperture delle piramidi. Erano ancora visibili nel Medioevo, prima che Saladino le smantellasse per ampliare l'abitato del Cairo.
Le piramidi sono anche citate ne Le Mille e una Notte. Il califfo abbasside al-Mamun, deciso a scoprire l'elisir di lunga vita che si diceva fosse custodito all'interno della camera sepolcrale della piramide di Cheope, ingaggiò un gran numero di operai e cominciò a scavare. Dopo un lungo lavoro riuscì a entrare all'interno della piramide, ma invece di trovare l'agognata ampolla, si vide dinanzi un vaso di coccio che conteneva una cifra pari a quella da lui spesa per giungere sin lì. Si tratta di una facile metafora che c'insegna a non cercare quello che non si può trovare. Nella tradizione cristiana, come vediamo, ad esempio, nei mosaici della basilica di S. Marco a Venezia, le piramidi diventano i granai di Giuseppe. Il mistero sulle reali funzioni e datazione di questi edifici si protrasse sino al XIX secolo, quando non si esitò a penetrare i supposti misteri delle piramidi con il conforto di calcoli matematici e fisici pseudoscientifici.
Se vogliamo parlare in termini realistici di questi imponenti monumenti funebri, dobbiamo però ricordarci in primo luogo che le piramidi di Giza, le più grandiose, sulle quali si è sempre accentrata l'attenzione del mondo, non sono affatto le piramidi più antiche. La prima in assoluto è quella di Djoser, la piramide a gradoni, eretta nella necropoli di Saqqara intorno al 2750 a.C. Tale edificio rappresentò una conquista tecnologica di enorme portata, segnando il definitivo passaggio dall'architettura in mattone crudo a quella in pietra. Era, adesso, possibile innalzare grandiosi segnacoli sulle tombe dei faraoni, sino a quel momento di forma parallelepipeda e di dimensioni modeste. Imhotep, l'architetto artefice di tale svolta epocale, realizzò questa struttura sovrapponendo sei parallelepipedi di dimensioni decrescenti. Per la prima volta fu possibile, quindi, costruire un monumento eterno, come eterna era la vita del sovrano nell'aldilà. L'idea ebbe successo, tanto che, nel giro di un secolo, la piramide si evolve rapidamente. Fra Djoser, della III dinastia, e Snefru, della IV, intercorrono, infatti, circa cento anni che vedono numerosi tentativi - abortiti a causa della brevità dei regni di quei faraoni - di dare inizio alla costruzione di piramidi. Uno dei primi a portare a termine l'impresa fu Snefru, il padre di Cheope, che, a Meidum e a Dahshur, realizzò tre piramidi. Con le sue opere, che se sommate presuppongono uno spostamento di massa inerte di gran lunga superiore a quella che fu necessaria per la costruzione della piramide del figlio, si giunge alla piramide classica, che altro non è se non l'evoluzione di quella a gradoni. Anche la struttura interna delle piramidi, infatti, è data da parallelepipedi sovrapposti, i cui gradini sono progressivamente colmati sino a creare un profilo continuo. A Dahshur abbiamo anche una piramide a doppia pendenza, una particolarità dovuta a un cambiamento di progetto in corso d'opera: gli architetti si erano accorti che il terreno prescelto per la costruzione era instabile e furono costretti a ridurre il peso della struttura; si decise, quindi, di rendere più ripido il profilo della parte superiore della piramide, consentendo, in questo modo, una notevole riduzione del carico che avrebbe dovuto gravare sugli ambienti ricavati all'interno. Tali problemi strutturali, probabilmente, spinsero Snefru a far costruire una terza piramide, sempre a Dahshur, nota come piramide "rossa" o "romboidale", per il caratteristico profilo in pianta. Gli ambienti interni delle piramidi di Dahshur presentano volte a conci progressivamente rientranti, così da creare l'aspetto di una scalinata rovesciata. Il principio statico, per quanto elementare, è estremamente efficace e consente così di scaricare l'immenso peso che grava sulle stanze interne.
Sull'altopiano di Giza, il figlio di Snefru, Cheope, pose mano alla sua grande piramide, intorno alla quale, col tempo sorsero altre due, quella di Chefren, quella di Micerino. Fra le numerose teorie fantastiche suggerite dalla disposizione delle piramidi si è detto che esse riprodurrebbero lo schema della costellazione di Orione. Questa proposta è totalmente inaccettabile, non solo perché la costellazione di Orione non è composta solo da tre stelle, e gli Egiziani lo sapevano benissimo, ma anche perché non è minimamente rispettata la proporzione delle distanze tra le diverse stelle. Se veramente si fosse voluto riprodurre lo schema di Orione, le piramidi avrebbero dovuto essere sette, poiché sette sono le stelle della costellazione che già nella mitologia egizia formavano le braccia e le gambe di una divinità. Nell'astronomia greca, nello stesso profilo fu riconosciuto il mitico cacciatore Orione, nell'atto di inseguire una lepre, rappresentata dall'omonima costellazione. Orione, sempre secondo l'astronomia greca, è seguito dalla costellazione del Cane, alla quale appartiene una stella luminosissima e assai importante nel mondo egizio: Sirio. La levata eliaca di quest'astro, cioè il momento in cui la sua posizione corrisponde al punto nel quale sorge il sole (fra il 16 e il 21 luglio), coincideva, infatti, con l'inondazione del Nilo e con il capodanno egiziano. Anche ammettendo che le tre piramidi di Giza corrispondano alla cintura di Orione e mantenendo le dovute proporzioni, se volessimo disegnare il profilo della costellazione con altre quattro piramidi, una avrebbe dovuto essere costruita proprio in mezzo al corso del Nilo. Per non parlare delle altre tre. Tralascio, poi, di prendere in considerazione assurdità, purtroppo spacciate per teorie scientifiche, che retrodatano, senza alcun motivo plausibile, le piramidi al 10.500 a.C.
Torniamo invece alla piramide di Cheope, l'edificio che, senza dubbio, ha maggiormente attirato e continua ad attirare l'attenzione dei nostri contemporanei. Molto si è detto sulla sua presunta forma perfetta, in grado, secondo alcune pazzesche illazioni, di preservare dalla corruzione qualsiasi oggetto essa copra. Altri vi hanno visto una ricetrasmittente per parlare con alieni o divinità. Altri ancora non si sono rassegnati a rinunciare alla ricerca di ambienti segreti al suo interno e insistono a sondare la sua massa nel tentativo di identificare camere inviolate. All'interno di questa imponente struttura, alta 146 metri, esistono tre ambienti, fra i quali, il più in alto di tutti, è la cosiddetta Camera del Re. Ma qual era, allora, la funzione delle altre due camere sottostanti, e perché la camera principale non è in asse con l'apice? Queste anomalie, che basterebbero da sole a far giustizia del mito della piramide di Cheope come superumana opera di perfezione, sono, invece, testimonianze di almeno tre modifiche di progetto in corso d'opera. Non si trattava, dunque, di un progetto unitario e compiuto sin dal primo momento, ma di una costruzione che fu realizzata con almeno tre successivi innalzamenti. Inoltre, la piramide non fu fatta sorgere su un terreno piatto, bensì su una piccola montagnola che ne ha costituito il nucleo originario. Ancora non siamo in grado di sapere con esattezza l'altezza di questo rilievo naturale, ma è chiaro che questa collina è stata utile non solo per offrire la base d'appoggio dell'intera costruzione, ma anche come cava dalla quale tagliare i blocchi poi messi in opera per costruire la piramide.
Quali fossero gli stadi di costruzione di una piramide ce lo testimonia un sito come quello di Abu Rawash, dove si trova la piramide incompiuta di Didufri, figlio di Cheope. Se andate in quel luogo, sette chilometri a nord di Giza, non vedrete altro che un corridoio che sprofonda nel terreno ai piedi di una collinetta rocciosa. Ebbene quel corridoio era l'accesso alla camera funeraria, era scavato nelle profondità della roccia, mentre la collina avrebbe dovuto fornire la base di appoggio e il punto di partenza della piramide di questo faraone dal breve regno. La stessa cosa dobbiamo immaginare per la piramide di Cheope, dove, in un primo momento era stata scavata una rampa in discesa con al fondo una camera, che fu poi rivestita con i blocchi di calcare ricavati durante il processo di scavo stesso.
Questa constatazione contribuisce a chiarire, almeno in parte, un'altra annosa questione: da dove proveniva il calcare per questi edifici e, soprattutto, com'erano messi in opera gli immensi blocchi. Si è pensato che gli Egiziani avessero realizzato rampe di sabbia che, via, via che la costruzione aumentava in elevato, si allungavano per mantenere costante la pendenza. Questo tipo di apprestamento avrebbe richiesto, a un certo punto, rampe di oltre due chilometri di lunghezza. Per cercare di fare chiarezza su questo punto, è necessario, in primo luogo, ricordare che i blocchi in calcare coi quali sono state realizzate le piramidi provengono o dal luogo stesso nel quale è stato impiantato l'edificio o da cave vicine, quelle di Tura, sulla sponda del Nilo opposta a quella dove si trova Giza. Il granito rosso di Assuan era utilizzato quasi esclusivamente per il rivestimento interno delle camere funerarie e solo Micerino realizzò la parte inferiore del rivestimento esterno della propria piramide in questo pregiato materiale. Dobbiamo, però, notare che la scelta di Micerino di ornare la propria tomba con una pietra pregiata, ebbe come conseguenza la realizzazione di una piramide di dimensioni assai più modeste di quelle dei suoi due predecessori, Cheope e Chefren. I blocchi messi in opera in queste costruzioni, inoltre, spesso non sono regolari, questo perché gli Egiziani non possedevano tecnologie estrattive così perfezionate da consentire la produzione di blocchi di dimensioni costanti e precise. I cavatori, infatti, erano spesso costretti a seguire la vena della roccia e la rifinitura del blocco avveniva durante il lento viaggio verso il luogo dove avrebbe avuto la sua collocazione definitiva. Si iniziava a sbozzare il lato inferiore del masso, quello che andava posizionato sui blocchi già in opera, per poi passare a scolpire le altre facce, che in modo che si adattassero a perfezione con il resto dell'opera muraria già posizionato. Questo è il motivo per cui i blocchi delle piramidi sono così accuratamente incastrati gli uni con gli altri tanto che, spesso, è impossibile far passare una lama di coltello negli interstizi. Sui blocchi non completamente rifiniti, inoltre, spesso sono riconoscibili delle protuberanze che servivano per imbracare il masso e garantirne un più facile trasporto e messa in opera. Quale fosse il sistema di trasporto dei massi ce lo rivelano le tre più piccole fra le piramidi dell'altopiano di Giza: quelle delle regine di Micerino. Delle tre, una è stata quasi portata a termine, ma le altre due presentano due fasi diverse di finitura, consentendoci, così, di analizzare il progredire della loro costruzione. Da queste piccole piramidi, infatti, vediamo chiaramente che, sino all'ultimo, le loro strutture mantenevano un aspetto a gradoni, per mezzo dei quali si potevano portare i blocchi di rivestimento sino in cima, grazie a piccole rampe, senza così doverne fare di chilometriche. Molto probabilmente tali rampe erano realizzate con mattoni crudi, rinforzati da blocchi di calcare, come quelle visibili, per esempio nella decorazione dipinta della tomba, di quasi un millennio più recente, di Rekhmira a Tebe (TT 100). L'utilizzo del mattone crudo rispetto alla sabbia è infinitamente più vantaggioso, perché bastava bagnare la superficie per ottenere piani scivolosi e diminuire così l'attrito del trasporto. Questa tecnica costruttiva, che presupponeva l'utilizzo di rampe di non più di quattro-cinque metri di altezza, è attestata ancora in età tolemaica (IV-I sec. a.C.), a conferma di un'efficacia che, sicuramente, non era sfuggita agli antichi costruttori delle piramidi. Esempi di rampe in mattoni crudi utilizzate per costruire edifici sono ancora oggi visibili contro il lato interno del primo pilone del tempio di Amon-Ra a Karnak.
Il rivestimento delle piramidi veniva invece iniziato dall'alto verso il basso. Al termine della costruzione si tornava al punto di partenza, alla base del monumento.
Non si possono, inoltre, affrontare i presunti misteri delle piramidi senza far cenno a un altro monumento che sorge vicino a esse e che, per secoli, ha ugualmente affascinato l'immaginazione dei visitatori: la Sfinge. Anche per la Sfinge si è proposta una datazione a 10.500 anni a.C., una cronologia che, secondo i sostenitori di quest'assurdità, sarebbe comprovata dall'estesa consunzione delle superfici, possibile solo in numerosi millenni di esposizione all'azione eolica. Questa teoria, sostenuta da un geologo americano, non tiene conto del fatto che il calcare con il quale la scultura è realizzata è poroso e che, al di sotto dell'altopiano di Giza, vi sono numerose falde acquifere. L'acqua, per il fenomeno della capillarità tende a salire verso l'alto, portando con sé sali che, giunti in superficie, si cristallizzano, contribuendo a danneggiare la superficie della scultura.
Dopo aver passato brevemente in rassegna questa serie di assurde teorie, credo, comunque, che sia doveroso porsi una domanda: perché le piramidi ci affascinano tanto? Io penso che il motivo risieda nella loro forma, astratta e assoluta, suscettibile di qualsiasi interpretazione e lettura. Per gli Egiziani erano la tomba del sovrano in mezzo al deserto e simboleggiavano perciò l'eterna vittoria dell'ordine sul caos. Alcuni egittologi hanno pensato che le piramidi corrispondano, piuttosto, alla pietrificazione di un raggio solare. Le piramidi richiamano però il primo lembo di terra emerso dalle acque primordiali da cui avrebbe avuto inizio la creazione. I Greci, più prosaicamente, le paragonarono a forme di pane (pyramidos, in greco, significa appunto questo). E così via lungo i secoli.
A mio avviso è proprio questa possibilità quasi infinita d'interpretazioni che fa scaturire letture diverse, alcune basate sulla conoscenza della cultura che ha prodotto questi monumenti, e perciò fondate e legittime, altre che scaturiscono da ignoranza e presunzione e delle quali è bene sempre diffidare.
Francesco Tiradritti
egittologo - Museo archeologico di Milano