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  N. 151-2012
Gennaio-Febbraio
 

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Piero Pruneti
 
 
 
 

Paolo Emilio Pecorella
Stefano Bruni
Antonella Romualdi
Paolo Matthiae
Silvia Cappellini Sinopoli

'Il Vicino Oriente ricordando Giuseppe Sinopoli'

Pruneti. In questo nostro incontro, abbiamo voluto dedicare uno spazio al ricordo di un maestro indimenticabile: Giuseppe Sinopoli. Non si tratta di un'iniziativa pretestuosa, poiché, come forse non tutti sanno, fra gli interessi di Sinopoli l'ar­cheo­logia era seconda solo alla musica. Stase­ra ricorderemo il Sinopoli archeologo, che di que­sta materia fece un serio impe­gno di studio. Per ricordarlo sono presen­ti la moglie, Silvia Cappellini, Paolo Matthiae, e alcuni suoi amici archeologi, come Antonella Romualdi, e i professori Paolo Emilio Pecorella e Stefano Bruni.

Paolo Emilio Pecorella. Parlare di Giuseppe Sinopoli è un compito difficile oltre che toccante, soprattutto per chi l'ha conosciuto. Fu un uomo straordinario e un grande studioso. Molti sanno che si è prima laureato in medicina, per poi intraprendere, con i risultati noti a tutti, la carriera musicale. A un certo punto della sua vita si è dedicato allo sviluppo di una passione che nutriva fino dagli anni giovanili. Ha iniziato a raccogliere una serie di oggetti antichi di grande importanza e, in un secondo momento, si è rivolto agli studi accademici, compiendo un decisivo salto di qualità tra quella che è la passione e quello che è invece un serio impegno di ricerca. Erano quasi commoventi la partecipazione emotiva e l'accuratezza con le quali preparava gli esami, rubando le ore - come mi spiegava - del mattino, tra l'alba e l'inizio delle prove. Una grande passione, quindi, lo animava, mai disgiunta, però, da quel rigore che mise in ogni sua attività. Come sapete, il maestro mancò pochi giorni prima che la sua tesi fosse discussa (Sinopoli è morto sul podio durante un'esecuzione musicale al teatro di Berlino - ndr), ma di questo vi parlerà il professor Matthiae, che ebbe la fortuna di avere un simile allievo. Io vorrei, piuttosto, tratteggiare il profilo di Sinopoli come studioso di archeologia. Era straordinaria la sua curiosità per tutto ciò che riguardava il mondo antico. Non si limitava a considerare gli aspetti stori­co-artistici, ma approfondiva quelli religio­si, letterari, filologici. Era in grado di leggere e comprendere i geroglifici con una facilità ra­ra­mente riscontrabile. Una personalità a tutto tondo, un Ulisse che cercò di approfondire le espe­rienze culturali del mondo antico. Vorrei leggervi alcune righe dalla premessa allo statuto dell'as­sociazione Music for Archelogy, da lui fondata: «Vagare tra le rovine è cercare frammenti di luce. L'idea di legare la musica all'archeologia nasce dalla necessità di mettere in rapporto due mo­menti dello spirito: la musica come documenta­zione di quella ricerca continua del limite tra la lu­ce e le tenebre, tra l'intuizione e la conoscenza; l'archeologia come ricerca non solo delle pietre della memoria, ma anche della conoscenza del mondo che le aveva intagliate e disposte in templi riecheggianti la cosmogonia. La musica come me­­di­tazione sul sacro, l'archeologia come traccia della sua manifestazione tangibile. In una socie­tà in cui l'apparenza e la celebrazione ricevono ri­­­co­no­scimenti indubbiamente maggiori della ricerca silenziosa, ma non perciò meno definitiva, è nostro desiderio che, attraverso la musica, l'ar­cheo­­logia possa ricevere un segno ulterio­re di so­li­darietà».
Questa solidarietà Sinopoli non lasciò che fosse solo un auspicio, ma in prima persona dette esempi di quanto credesse in quel che aveva scritto. Al solo scopo di raccogliere fondi per la missio­ne che dirigo in Siria, ad esempio, in ben due occasioni tenne dei concerti senza pretendere alcuna ricompensa; nel 1997, a Firenze, dove diresse la Terza sinfonia di Mahler, e al San Carlo di Napoli, dove, nel 1998, mise in scena la Messa di requiem di Verdi. In quelle occasioni devolvette il suo cachet alla mia missione, che in quegli anni era in gravi difficoltà economi­che. Il suo aiuto non andò a scavi di ben maggiore noto­rietà, ma scelse di aiutare scavi, come il mio o quello della Romualdi a Populonia, che sapeva aveva­no reale bisogno. Forse, uno dei ricordi più belli che ho di lui è quando giunse, col figlio Marco, sul mio scavo, a Tell Barri: mi colpì il rapporto franco e diretto che quest'uomo famoso instaurò subi­to con gli studenti. Aver conosciuto Sinopoli è stato un punto guida della mia vita, per la sua sicurez­za della vi­sio­ne del mondo, per la spiritualità che ema­na­va, per l'attenzione e il rigore di meto­do che espli­­cava in tutte le sue attività. Io l'ho segui­to in parte nella preparazione degli esami e della stesu­ra della tesi, del cui lavoro non era mai soddisfatto, ma che a me parve entusiasmante, proprio perché scritto da una persona al di fuori dei circoli accademici. Questo è il mio ricordo di Giuseppe Sinopoli, che rimpiango con tutta l'anima.

Stefano Bruni. Se non è mai facile parlare davanti a un così vasto uditorio, oggi questo compito è per me assai più difficile, se non quasi impossibile. Con molta riluttanza ho ceduto al cortese, insistente invito che Piero Pruneti mi ha fatto di partecipare a questa riunione. Vi chiedo pertanto scusa fin da ora se, in questo mio breve intervento, la commozione avrà la meglio sulla logica del discorso, facendosi prepotentemente protagonista e mostrando pubblicamente sentimenti vivi e profondi che si vorrebbero gelosamente celati negli angoli più segreti del proprio animo. Giuseppe era - o meglio - è per me un amico, un sodale, un fratello, nel senso più vero che, al di là di ogni banale e frusta retorica, questi termini significano. E se in questo momento una congerie di ricordi s'affaccia alla mente, riemergendo con la dolce crudeltà della nostalgia dal più nascosto angolo dello spirito, non è per annunciarvi, con malcelato orgoglio, che ho avuto la fortuna d'incontrare, durante la mia personale vicenda, il maestro Sinopoli e di aver condiviso con lui momenti di straordinaria intensità di vita, ma solo per domandare la vostra indulgenza e la vostra comprensione se, come facilmente prevedo, la commozione farà deragliare le mie parole su un terreno che lo stesso Giuseppe non approvereb­be.
Pruneti mi ha chiesto di parlarvi della collezione di antichità che il maestro Sinopoli ha raccolto e di cui una parte - cospicua per numero e qualità dei pezzi - ho avuto la fortuna di pubblicare assieme ad un gruppo di amici (si veda il volume Aristaios. La collezione Giuseppe Sinopoli, I, Marsilio Editore, Venezia, 1994). Apparentemente questo dovrebbe essere un terreno più sicuro, dove l'imbarazzo della commozione non dovrebbe aver modo di emergere. Ma in realtà non è così perché la collezione Sinopoli non è una raccolta di oggetti più o meno belli, più o meno prestigiosi o ricercati; la collezione Sinopoli è indubbiamente un aspetto della poliedrica e complessa personalità di Giuseppe e parlare della collezione vuol dire inevitabilmente spostare il discorso su Sinopoli e sulla sua incredibile sensibilità umana ed intellettuale.
A differenza della maggior parte delle raccolte private, sorte in genere quale raccogliticcio e improvvisato, piccolo museo personale voluto per soddisfare la caparbia e sovente dissennata volontà di possedere nel chiuso delle proprie stanze una minuscola parte dell'antichità, favorendo, così, nella stragrande maggioranza dei casi, il fiorire della non mai troppo deprecata attività clandestina e delle maglie di un commercio antiquario talvolta fin troppo disinvolto, la collezione di Giuseppe Sinopoli è venuta formandosi come inevitabile corollario di un interesse profondo e non episodico per il mythos, nel significato ampio che la parola ha nella lingua greca e che non sempre la traduzione italiana registra in tutte le sue sfaccettature, intrecciandosi indissolubilmente all'innata esigenza di ammirare con entusiasmo, per ragioni di cuore e di spirito, il mondo dell'uomo che caratterizzava il maestro Sinopoli. Musicista, compositore, direttore d'orchestra, medico, entusiasta organizzatore di attività didattiche e umanitarie, archeologo seppur fuori di ogni logica accademica - ma su questo aspetto è già intervenuto l'amico Paolo Emilio Pecorella e altro vi dirà tra poco Paolo Matthiae -. Eppure tutte queste attività non riescono a comprendere la personalità di Sinopoli, che in ultima analisi è un umanista, un moderno umanista, nella sua accezione più alta e compiuta. Non è qui il caso di analizzare il ruolo che questa personalità ha svolto nella cultura degli ultimi decenni del Novecento, né le mie poche capacità me lo consentono, se non banalizzandone la forza del pensiero e dell'opera.
La collezione, di cui fanno parte, oltre a più di cento vasi greci ed etruschi, una ragguardevole sezione di antichità mediorientali ed egiziane, nonché una raffinatissima sezione di oggetti d'arte dell'Estremo Oriente, è come ho detto un aspetto della personalità dell'umanista Sinopoli e del suo particolare rapporto con il mythos, inteso non come centro fascinatorio, ma come ampliamento della coscienza. Il mito, ho detto, e non la mitologia, perché l'interesse di Giuseppe non era per la maliarda seduzione di racconti proiettati in una dimensione fantastica, ma è sempre stato indirizzato verso la ricerca degli archetipi, dei principi primi delle coscienze. Il mito era per lui, che tanto aveva meditato la lezione di Carl G. Jung e di Karol Kerény, mezzo di conoscenza di cause e di sensi profondi. E non sarà forse un caso che la sua attività d'interprete sia costan­temente segnata dall'essersi accostato a testi e ad autori per i quali il rapporto con la forma mitica ha avuto un ruolo preponderante.
Tuttavia non vorrei con queste parole aver creato un equivoco, delineando l'immagine di una personalità fortemente intellettuale, chiusa nel­l'algido isolamento della propria ricerca di verità. Il rigore intellettuale, che segnava il suo essere e che non poche volte ha fatto di Giuseppe Sinopoli una personalità "inattuale" e scomoda in un mondo sempre più abituato al compromesso e all'omologazione, era solo uno degli aspetti di questo umanista. E se da questo e dai sensi di una innata, profonda eticità di sapore quasi religioso nasceva in lui l'esigenza di far parteci­pi gli altri delle sue personali speculazioni, che nel caso della collezione si sono tradotte nell'esi­genza di rendere patrimonio comune, facendole studiare e pubblicare, le sue antichità, non andrà dimenticato come a questo rigore si accompagnasse la capacità quasi fanciullesca di lasciarsi commuovere tenendo in mano una statuetta o un vaso, come ebbi la ventura di vederlo, trepidante e con gli occhi velati da una lacrima impertinen­te, mentre discutevamo sul soggetto della coppa del Pittore della Caccia, il cui personaggio principale, Aristaios, volle come titolo dell'intera collezione.

Antonella Romualdi. Ringrazio dal pro­fondo Archeologia Viva per aver voluto ricordare qui, in questa città e in questa occasione, Giuseppe Sino­poli. Anch'io sono, specie dopo le comu­­ni­ca­zioni dei colleghi che mi hanno preceduto, molto emozionata e mi sembra di sentire la voce di Giuseppe che mi dice: «Vai avanti, sii quello che sei, non aver paura». La mia amicizia con Sinopoli nacque grazie a Stefa­no Bruni che, entusiasta, mi volle presentare questo personaggio che aveva avuto la fortu­na di conoscere. In quel periodo ero reduce dall'aver organizzato una mostra sui materiali archeo­logici di contrabbando, intitolata "Il patrimonio disperso", e avevo le mie teorie sull'utilità e i modi di formazione delle collezioni private. Ricordo che parlammo a lungo e Giuseppe decretò, alla fine, che avevo bisogno di ritornare a studiare la ceramica bella, sulle orme del mio maestro, Enrico Paribeni, e che la piantassi, per un po', di dedi­carmi esclusivamente alle espressio­ni più modeste del­l'artigianato antico. Fu così che ebbi modo di studiare alcuni dei più bei pezzi che figurano nella sua collezione, riscontrando, in quell'oc­ca­sione, la sua profonda umanità e genero­sità. Era un genio che riusciva a coniugare a un metodo rigo­roso, una disciplina ferrea e un'analisi filo­logica implacabili, la sensibilità del vero umanista. Questa capacità traspare non solo nella sua musica, ma nel modo col quale affrontò lo studio dell'archeologia, una scienza che lui intese sempre anche come strumento di conoscenza di sé stessi. Il suo interesse per Populonia è la dimostra­zione di questa grande generosità e di questa capacità di cogliere le sofferenze e le speranze del prossimo. In quegli anni ebbe il coraggio di credere in una ricerca sull'acropoli di Populonia, sulla quale ben pochi erano pronti a scommettere. Oggi tutti conoscono i risultati eclatanti di quegli scavi, ma per anni ho dovuto lottare con le difficoltà dei finanziamenti e con la sordità delle istituzioni. Lui capì immediatamente questo mio sogno e cercò di aiutarmi in ogni modo. Giuseppe riuscì a venire a Populonia solo una volta nel '98, ma fu una dimostrazione di grande amicizia, d'incoraggia mento; un qualcosa che ancora oggi mi aiuta ad andare avanti.

Paolo Matthiae. È stato detto poco fa, Sinopoli non ha potuto laurearsi ed è per questo che l'Università di Roma "La Sapienza" gli ha attribuito la laurea alla memoria alcuni mesi fa. Credo che la cosa migliore sia quella di leggervi la breve relazione che ho fatto come relatore della tesi di Giuseppe, perché potrei dirvi molte cose, forse più semplici e più umane, ma penso che il modo più corretto di rendergli omaggio, sia, in quest'occasione, ricordare, in maniera accademica, quello che noi, archeologi orientali, già dobbiamo alla sua opera. Ha scritto Sinopoli: «Il principio dell'utopia e il principio della speranza rimangono; ma oggi, viviamo in un'epoca in cui l'utopia è muta e la speranza altrettanto. È finito il mito, non la sua esigenza». L'esperienza culturale intensissima di Giuseppe Sinopoli, alla base e al di là della sua straordinaria attività di sommo interprete musicale, è stata sempre segnata dalle intersezioni, ma non da intersezioni, come spesso avviene, esteriori, pretestuose o sforzate, bensì profonde, sostanziali, necessarie. In lui, l'esplorazione dell'anima e delle sue stratificazioni emotive e cognitive, resa non superficiale dalla preparazione accademica psichiatrica, si fondeva con la ricerca incessante sulla creatività, nell'ambito della produzione musicale e, a sua volta, quest'ultima, privilegiata per un eccezionale talento naturale, potenziato da una disciplina rigorosa, s'incontrava con la passione per l'indagine storica sulle civiltà più remote dell'umanità. Questa passione, sorta per sua esplicita testimonianza, dalla suggestione trascinante di quel mondo così mirabilmente unitario e coerente rappresentato dalla civiltà della valle del Nilo, si era poi rivolta all'universo assai più problematico, ambiguo, angoscioso delle civiltà dell'area asiatica: dalla Mesopotamia alla Siria, dall'Anatolia all'Iran. La sua irrequieta sensibilità di artista maturo e l'ansia d'inappagato ricercatore gli facevano percepire, del tutto a ragione, che più promettente era la prospettiva dell'applicazione di valutazione critica, approfondita e interdisciplinare, proprio in quelle regioni e in quei periodi delle antichissime civiltà orientali che lo affascinavano, in cui le indagini e gli studi archeologici, pur intensi, erano e sono tuttora, lontani dall'aver conseguito risultati definitivi di assestamento compiuto, o almeno soddisfacente, delle conoscenze, come si può dire che sia per l'Egitto. L'identificazione del tema della ricerca di laurea di questo studente d'eccezione, nell'ambito dell'archeologia orientale, è maturata con la riflessione personale nei confronti dialettici, definendosi in un titolo significativo che è il seguente: Il re e il palazzo. Studi sull'architettura del Vicino Oriente: il bit hilani (l'opera è pubblicata da Felici di Pisa e il presente testo ne costituisce l'introduzione). Un'importante tipologia palaziale della Siria aramaica del I millennio a.C., quella appunto del cosiddetto hilani, di cui, tradizionalmente, nella critica storica più recente, si riconosce un'origine nella recentemente rivalutata cultura architettonica paleosiriana della prima metà del II millennio a.C., diviene l'oggetto di un'analisi complessa, ad ampio raggio, che coinvolge con qualche audacia le tipologie, sia palatine, sia templari, non solo della Siria dei secoli precedenti, ma anche della Mesopotamia più antica. In questa analisi, assai originale e nuova, è la connessione postulata tra la regalità medio-siriana, come diceva Giuseppe, amministrativa, umana e accessibile della seconda metà del II millennio a.C., la presunta negazione di ogni divinizzazione in vita o in morte del sovrano di questa stessa regalità e le forme, archi­tettoniche, innovative, della Siria degli stessi secoli, in contrasto con la regalità sacrale, nazionale e imperiale, sia della III dinastia di Hur, della Mesopotamia, il mondo neosumerico, che del più tardo mondo dell'impero d'Assiria. Di non minore interesse, la constatazione di una presenza diffusa e reiterata della tipologia del hilani nel palazzo reale di Ugarit, dove ancora audacemente, ma suggestivamente, si propone, nella tesi, un rapporto tra un settore di questo stesso edificio mediosiriano con l'assai più recente rappresentazione - 700 anni più tardi - di un padiglione a colonne in un celebre rilievo di caccia del palazzo neoassiro di Khorsabad. Nell'analisi della complessa storia del hilani, nel mondo assiro, dove viene assunto nelle normativamente ben strutturate realizzazioni monumentali dei palazzi regi dell'impero, è attraente il suggerimento che tale assunzione sia da riconoscere come un elemento della dialettica, tipica dell'impero assiro, tra centro e periferia, tra capitale e provincia dell'impero. L'analisi dell'architettura in chiave semiotica, da parte di Giuseppe Sinopoli, che comporta l'esplicita definizione della tipologia architettonica del hilani, come un significante connesso alla concezione della regalità, non si limita all'insieme della fabbrica architettonica, ma diviene una chiave di valutazione dei singoli elementi. È così che, nella valutazione del nostro, i tratti fitomorfi e teriomorfi delle colonne, delle basi e dei capitelli, che sono un aspetto forte dell'originalità della raffinata visione spaziale neosiriana, a scala umana, di fronte alla tipica accentuazione monumentale della perentoria spazialità dell'architettura palatina, neoassira e imperiale, si devono leggere come elementi simbolici di quella fertilità, che in una considerazione cosmica, viene acutamente definita un superamento della morte. Nel rispecchiamento colonna-fusto di palma, base di colonna-cuscino a ghirlande e petali, capitello-corolla vegetale del hilani, in questa interpretazione, si riconosce il riemergere tra Siria, Assiria e Babilonia, negli stessi anni della grecità arcaica, di un'antichissima ideologia orientale, che vedeva nella regalità, l'istituzione di garanzia della continuità e della perennità della fertilità e della vita. Un tema classico, come quello delle radici in culture diverse, tra Assiria, Mesopotamia e Anatolia, di una tipolo­gia palatina, viene così ravvivato e reso appassionan­te nel momento in cui, in esso, sapientemente s'intrecciano motivi di universale interesse umano, ciò che chiaramente attraeva Giuseppe. Dalla divinizzazione post mortem del principe, al superamento della morte attraverso il concetto di fertilità, dalle configurazioni simboliche degli spazi architettonici, alle rappresentazioni rituali del mito. Il rigore filologico, la preparazione tecnica, la passionale penetrazione e l'ampiezza di prospettive, che di Giuseppe Sinopoli hanno sempre caratterizzato le indimenticabili interpretazioni musicali, si ritrovano nel frutto del suo lavoro di ricerca nell'ambito archeologico, per la prepara­zione della sua tesi di laurea, che oggi sta per vedere la luce in edizione a stampa. La ricchezza di quest'opera, che appare anche quando l'autore discute con originale interpretazione in una densa appendice analitica, ha a disposizione il significa­to dei rilievi del piano superiore del celebre palazzo di Assurbanipal a Ninive, e soprattutto nel riuscito sforzo di porre in luce la pluralità dei nessi, dei significati e dei valori, impliciti in realizzazioni architettoniche di culture remotissime della nostra esperienza. Quando il grande maestro, evocando la morte dell'utopia e l'eclisse della speranza, ricordava che il mito è scomparso dal nostro orizzonte culturale, ma l'esigenza del mito è sempre fra noi, intendeva, credo, riaf­fermare qualcosa in cui non solo profondamente credeva, ma per cui si era sempre battuto: l'unità del pensiero, che è stata certo una delle linee portanti della sua militanza culturale, tra musica, psichiatria e archeologia. Il grande merito della ricerca compiuta nella sua tesi di laurea, frutto di un'analisi attenta, misurata e sensibile, che insieme all'eccezionale suo curriculum di studi, ha indotto unanimemente il Senato accade­mico de "La Sapienza" a conferire a Giuseppe Sinopoli, nella forma più solenne, la Laurea in Lettere alla memoria, è in un messaggio che vi si può facilmente ravvisare e che è un lascito, certo imparagonabile a quello fondamentale e ricchissimo della sua straordinaria attività artistica, ma non secondario per i nostri giovani. Se la speranza s'è appannata e l'uto­pia, come rivendicazione radicale della speranza, sembra silente, per guardare a un futuro, che del­l'utopia e della speranza non sia tragicamen­te privato, il presente non può dimenticare le ster­minate ricchezze del passato, e non solo del passato a noi più familiare, greco, romano, quello che si caratterizza per una chiara e recepita tradizione, per una connotazione d'identità con il nostro presente, di forte continui­tà, ma anche di quel passato apparentemente più lontano, a noi più estraneo, ma per ciò stesso ancora più ricco di suggestioni che si caratterizza per una connota­zione di alterità. L'alterità appunto del mito perduto, come lui diceva, dei signi­ficati di cui abbiamo ancora esigenza, dei valori da non perdere e soprattutto da non distruggere.
A quanto vi ho letto, che costituisce la mia relazione per il conferimento della laurea alla memoria, aggiungo solo poche parole, perché molte già ne sono state dette. Vorrei ricordare soprat­tutto che Giuseppe era uno studente normale e ci teneva moltissimo a essere trattato e considera­to come un qualsiasi altro studente. Aveva un accanimento nello studio capillare e, permettetemi, ormai raro; aveva un ardore per l'archeologia che era pari a quello con cui perseguiva gli studi filologici. Poco fa Pecorella ha ricordato che gli erano divenuti familiari i geroglifici egiziani, e io aggiungo che se la cavava assai bene anche con il cuneiforme accadico e con il cuneiforme ittita. Ricordo i dialoghi che ebbi con lui quando si preparava agli esami. Il primo esame che ha fatto con me, dei tre che ha sostenuto, ha avuto necessità di una lunga preparazione. Io l'ho incontra­to più volte e a un certo momento ricordo di avergli chiesto: «Maestro, forse ci potremmo anche dare del tu». Allora lui mi ha guardato un po' sgomento e poi mi ha detto: «No professore, devo fare il primo esame, poi vediamo». Sono tanti i ricordi che ho di lui, ma una delle cose, e forse potrà apparirvi strano, che ho sempre molto apprezzato in Giuseppe, è che non mi abbia mai chiesto alcunché di Ebla, un argomento sul quale sono letteralmente subissato di domande e curiosità. Capiva da quello che gli dicevo - aveva un rispetto, una sensibilità, un tatto, assolutamente stupefacenti - che un amico, che aveva per le mani una creatura come Ebla, non bisognava tormentarlo chiedendogli in continuazione come andavano gli scavi o cosa avesse mai trovato. Cosa aggiungere? Solo che, rispetto all'archeologia, Giuseppe è stato certamente uno studioso promet­tente e già maturo dalla tesi. Un collezionista, com'è stato ricordato, esperto e prudente e un mecenate certamente illuminato e molto gene­ro­so. Per quanto concerne lo studioso, vorrei solo aggiungere ancora qualche cosa. Il ricordo più più toccante è quello del nostro ultimo colloquio, che avemmo poco prima che lui partisse per Berlino, dove poi sarebbe morto. Mancavano solo quattro giorni alla discussione della tesi e parlam­mo insieme per cinque ore, sino a tarda sera. Io, in effetti, non avevo obiezioni reali da fargli, ma mi resi conto che se non c'era qualche appunto preciso, Giuseppe poteva rimanere deluso, come se io non avessi letto con attenzione il suo lavoro, adeguandomi così a una pratica peraltro diffu­sa nell'università italiana. Pensando a ciò gli dissi: «C'è una citazione qui che è sbagliata». Lui si turbò e mi fece: «Può darsi che tu abbia ragione, però non so, devo vedere». Io non ci feci molto caso. La mattina dopo, andai all'univer­sità e quando tornai scopersi che, andando all'aero­porto, credo alle sette e mezzo di mattina, aveva affidato un mesaggio di suo pugno all'autista, che, due ore dopo me lo aveva portato, con la correzione della citazione. Dopo esserci lasciati, quella sera, verso le undici e mezzo, lui si era messo, quindi, a ricercare la fonte bibliografica e, come uno studente particolarmente atten­to, me la fece recapitare la mattina stessa. È solo un piccolo esempio, ma rivelatore, della serietà con la quale si era disposto a questi studi.
Quand'organizzammo, nel 1998, il primo Congresso internazionale di Archeologia del Vicino Oriente antico, a Roma, Giuseppe mi disse che era disponibilissimo a fare un concerto specia­le, a Santa Cecilia, per i partecipanti. Io fui assai lieto di questa sua disponibilità e, naturalmen­te, alla fine, gli dissi se aveva interesse a conoscere alcuni dei più illustri archeologi presenti. Mi ricorderò sempre che gli portai nel camerino una grande studiosa, che è l'attuale professoressa di Archeologia del Vicino Oriente, all'Università di Harward. Devo ammettere - e lei stessa poi me lo confessò - che Irene Winter, questo è il suo nome, era un po' scettica, sicura di trovarsi di fronte l'ennesima personalità superficialmente interes­sa­­ta dell'archeologia. Ebbene, dopo averlo cono­sciuto, non solo è divenuta amica personale del maestro, ma anche sua grande estimatrice, oltre che sul piano musicale - lì lo era già da tempo - anche su quello della ricerca archeologica.Giusep­pe le fece leggere la tesi chiedendole consigli e sug­gerimenti. In occasione di un convegno inter­na­ziona­le a Copenhagen la stessa Winter, obiettan­do ad alcune cose di cui avevo riferito, mi disse: «Sai Paolo, questa cosa che dici in questo modo potrebbe essere spiegata in un altro, come fa il tuo allie­vo Giuseppe Sinopoli nella parte finale della sua te­si». Vi garantisco che essere citati da Irene Winter, in un congresso, per una tesi non pubblicata, è qualcosa di assolutamente raro: questa eminente studiosa di Harward è persona che cita qualcuno solo se ne ha la più ampia stima.
Sinopoli è stato certo un geniale artista, sicura­mente un notevole umanista, ma soprattutto, per noi che lo abbiamo conosciuto più da vicino, è stato, senza alcun dubbio, un grande uomo. Vorrei aggiungere un pensiero che, lo so per certo, Giuseppe avrebbe pienamente condiviso. È necessario che, in questo momento di guerra annunciata, noi tutti facciamo il possibile per salvare le anti­chità della Mesopotamia che sono in procinto di correre rischi gravissimi. Abbiamo rivolto un appello all'Unesco perché proclami, in modo unilaterale e unanime, Babilonia e l'inte­ra l'Assiria patrimonio dell'umanità. Giuseppe avrebbe fatto qualcosa anche di più incisivo ed effi­cace, noi non possiamo altro che elevare questo nostro estre­mo appello per salvaguardare il patri­mo­nio culturale del paese più antico al mondo.

Silvia Cappellini. Credo di poter dire davvero poco, dopo aver ascoltato questi interventi, belli e profondi. Si è parlato del rigore e della passio­ne con i quali Giuseppe si è dedicato allo studio del­l'archeologia, e in effetti tale interesse è stato notevole, soprattutto negli ultimi anni. Uno studio attento, meticoloso, mai superficiale, lo studio di una persona che ha voluto indagare, fino in fondo, una materia che ha amato tanto. Lo stesso impegno che lo ha coinvolto, prima nella medicina, poi nella composizione, nella direzione d'orchestra, ma direi in tutta la vita, anche nella filosofia, nello studio dei classici, delle antiche religioni. Questo perché, per Giuseppe, l'unico mezzo per raggiungere la conoscenza era proprio quello di spaziare nei vari campi del sapere, in questo senso rifiutando qualsiasi approccio alla cultura di tipo frammentario. È l'aspetto di lui che mi ha affascinato di più. Credo che alla radice di questi suoi interessi ci fosse un continuo interrogarsi sul senso della vita e forse anche la necessità di ritrovare, attraverso i popoli antichi, i valori profondi dell'umanità. Le frasi introduttive che scrisse nel corso della fondazione del­l'associazione "Music for Archeology", che prima il professor Pecorella ci ha letto, sono significative per ciò che concerne l'inte­ro percorso intellettivo di Giuseppe, il suo rapporto con la cultura e con la vita. Spero che quest'ampia visione dell'uomo e dell'esistenza pos­sa costituire un punto di partenza per nuove riflessioni.

Pruneti. La signora Cappellini sa che, negli anni passati, avremmo desiderato ospitare Sinopoli agli incontri nazionali di Archeologia Viva. Purtroppo per noi il maestro, che anch'io ebbi la fortuna di conoscere personalmente a Lipari, non è mai potuto intervenire. Oggi, con questo ricordo della sua figura propostoci dalle persone che più gli sono state vicine, credo che abbiamo senti­to fortissima la sua presenza. Se comunque Sinopoli è stato bravo come studioso di archeologia, rimarrà grande e indimenticabile come direttore d'orchestra. Per cui questo spazio, a lui dedicato, non può che terminare con l'evocazione del suo talento musicale. Vi propongo l'audizione dell'Adagetto, dalla Quinta sinfonia in Do diesis minore, di Gustav Mahler, un brano fra più significativi della sua direzione artistica, che il mio collaboratore, Pino Perla, ha scelto in quanto «parentesi particolarmente lirica, che lascia trapelare una delle più eleganti ed espressive melodie che Mahler abbia mai creato». Ascoltiamo Mahler pensando all'uomo che ci manca.

 

Paolo Emilio Pecorella
docente di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico - Università di Firenze

Paolo Matthiae
docente di Acheologia e storia dell’arte del vicino Oriente antico - Università di Roma “La Sapienza”

Stefano Bruni
docente di Etruscologia - Università di Ferrara

Antonella Romualdi
soprintendenza archeologica della Toscana

Silvia Cappellini
pianista, moglie di Giuseppe Sinopoli



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