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Marcella Frangipane'Anatolia, madre di civilta': gli scavi della missione italiana ad Arslantepe'Pruneti. Passiamo ora all'intervento di Marcella Frangipane. Nel 1995 mi trovavo in Anatolia con un gruppo di viaggiatori di Archeologia Viva e ad Arslantepe c'imbattemmo nel suo scavo archeologico, uno dei più importanti condotti all'estero da ricercatori italiani. Ricordo che leggere i pannelli esplicativi e il cartello con su scritto «Università di Roma "La Sapienza"» ci rese orgogliosi. Frangipane. Voglio, in primo luogo manifestare la mia sorpresa e soddisfazione nel vedere un pubblico così vasto e così attento riunito per amore dell'archeologica. Mi sento quindi particolarmente motivata nel presentarvi i risultati più salienti di tanti anni di lavoro ad Arslantepe. Arsalntepe sorge in una pianura fertile, un'oasi verde circondata da aride montagne. È un sito dalla storia lunghissima, come testimonia lo stesso tell, con i suoi oltre trenta metri di sedimentazioni archeologiche. Qui, infatti, senza alcuna soluzione di continuità, si sono succeduti abitati dal V millennio a.C. all'età bizantina. Alla fine della sua lunga storia, Arslantepe fu anche la capitale di un regno nato dalla disgregazione dell'impero ittita (XIII sec. a.C.) e, questa fase, rappresenta l'ultimo momento glorioso di una città che, in età successiva, rimarrà soltanto un secondario centro di provincia. Oggi, vorrei presentare le fasi più antiche, quelle che, forse, hanno offerto gli indizi più interessanti per la conoscenza del mondo mesopotamico e anatolico del IV millennio a.C. e hanno dato notizie nuove sulla nascita dello Stato e della città. In quei secoli Arslantepe vide il formarsi di un potere centrale forte, dotato di una propria burocrazia in grado di controllare un'ampia fetta di popolazione, pur in assenza di una vera e propria struttura urbana. Gli scavi hanno messo in luce un grandioso complesso palaziale di oltre duemila metri quadrati solo nella parte scavata. Questo imponente insieme di edifici è venuto in luce dopo lunghi anni di scavo poiché si trovava sotto circa dieci metri di stratigrafia di livelli, tutti ben conservati, del III e II millennio a.C., che andavano pertanto accuratamente scavati e documentati. Il palazzo era articolato intorno a un lungo corridoio centrale fiancheggiato, a est e a ovest, da edifici monumentali solo in parte messi in luce. L'eccezionalità del ritrovamento è legata anche allo stato di mantenimento delle strutture, in alcuni punti conservate sino a tre metri d'altezza e dotate degli originali intonaci bianchi, in più punti dipinti. Inizialmente ritenemmo questo palazzo il frutto di una diretta influenza mesopotamica. Tale convinzione era suffragata anche dal fatto che la ceramica in uso al tempo del palazzo riprende modelli della cultura di Uruk, cioè della Mesopotamia vera e propria, mentre le tipologie vascolari tradizionali sono quasi completamente abbandonate. L'idea di un'elite provinciale che ha imitato pedissequamente i modelli delle grandi civiltà della terra tra i due fiumi è stata, però, considerevolmente ridimensionata dai recenti ritrovamenti. Nella parte alta della collina, una sorta di acropoli che accoglieva importanti edifici civili e di rappresentanza è venuto in luce, infatti, un importante edificio dotato d'imponenti mura in mattoni crudi, spesse oltre un metro. Si trattava di una struttura notevole sia per dimensioni che per elevato, dotata, al suo interno, di colonne disposte lungo le pareti e di dipinti. Mancavano indizi che consentissero di riconoscere in questo complesso un tempio o un centro amministrativo, per cui abbiamo ritenuto che potesse trattarsi di un edificio residenziale dell'elite di Arslantepe della prima metà del IV millennio a.C. (la struttura si data fra il 3700 e il 3600 a.C.). A breve distanza da questo complesso è recentemente venuto in luce un altro interessantissimo edificio. Purtroppo scassi recenti e un maldestro scavo francese degli anni Trenta hanno in parte danneggiato le strutture, ma ciò che si conserva è sufficiente per avere un'idea chiara dell'originaria planimetria. Si tratta, ancora una volta, di una struttura monumentale, dotata di mura di oltre un metro e mezzo di spessore che, oltretutto, poggiano su una fondazione di grandi lastre in pietra che si estende all'intera area dell'edificio. Questa lastre formano, cioè, una vera e propria piattaforma sulla quale era stato costruito l'edificio, che si ergeva, dunque, come su un basamento rispetto al paesaggio circostante. Il complesso ha una caratteristica pianta tripartita, con una grande sala centrale, lunga diciotto metri per sette, fiancheggiata sui due lati da due file di stanze. Un piccolo vano quadrato era, probabilmente, il vano per la scala, ben noto anche nell'architettura sacra mesopotamica. La sala comunicava con l'esterno mediante quattro grandi aperture, che lasciano supporre una destinazione a spazio comunitario facilmente accessibile. Gli scavi hanno consentito di mettere in evidenza anche tracce di travi che erano collocate fra la piattaforma in pietra e i muri, forse per creare una sorta di superficie di ammortizzamento che consentisse di attutire i dislivelli e distribuire i pesi. Si tratta dell'indizio di una tecnologia costruttiva estremamente evoluta e originale. Le pareti della sala centrale erano mosse da nicchie multiple, alcune delle quali accoglievano delle pitture. In un caso è riconoscibile un vaso stilizzato dalla cui bocca fuoriescono delle linee, forse allusive all'acqua che sgorga. La sala centrale era poi dotata, al centro, di una grande piattaforma, una sorta di lungo altare, circondata da centinaia di ciotole prodotte in massa, realizzate a tornio lento. Nelle due stanze laterali questi contenitori sono stati trovati ancora impilati e disposti in fila o comunque capovolti. In origine erano, probabilmente, collocati su mensole o su un piano superiore, crollati a terra con il collassamento dell'edificio. La quantità e qualità di queste ciotole rende difficile immaginare che i dignitari mangiassero in questi rozzi recipienti, mentre è assai più probabile pensare che essi fossero legati alla distribuzione di cibo su larga scala a persone esterne al tempio. In sintesi, ciò può indicare che esisteva un'elite capace di ammassare beni e ridistribuirli in cambio di lavoro e/o in occasioni particolari, quali feste e cerimonie. Abbiamo, quindi, a che fare con una società stratificata, non più egalitaria e autarchica. Alla luce di queste considerazioni possiamo rileggere anche il grande complesso palatino. Questo era costruito su terrazzi, sfruttando le parti alte per collocarvi i templi e le strutture di prestigio, mentre le parti basse erano utilizzate per i magazzini e il cortile. Le due parti del palazzo erano messe in comunicazione dal corridoio al quale abbiamo accennato in precedenza. Due edifici a pianta analoga sono da interpretarsi come templi; le dimensioni sono però più piccole rispetto al grande edificio cerimoniale del 3500 e inoltre adesso, questi risultano inglobati in un complesso assai più ampio che dà meno spazio all'aspetto religioso e cerimoniale. Ecco perché ho definito questo complesso come il primo palazzo conosciuto nel Vicino Oriente, non come palazzo residenziale, bensì come centro polifunzionale, economico, amministrativo, politico e religioso. È interessante notare come, nella forma e nell'organizzazione degli spazi interni del palazzo, gli abitanti di Arslantepe si siano discostati notevolmente dai modelli mesopotamici. Infatti, le aree pubbliche mesopotamiche sono caratterizzate da grandiose aree templari e da edifici autonomi, isolati gli uni dagli altri. Qui abbiamo, piuttosto, un esempio d'architettura compatta, agglutinante, in sintonia, peraltro, con quelle che sono le più radicate tradizioni anatoliche. Nei templi inseriti all'interno di questo palazzo, a differenza del tempio più antico isolato sulla collina, le decorazioni geometriche, a cerchi e a rombi, non sono più interne all'edificio, bensì esterne. I fedeli non entrano più nel luogo sacro, il cui accesso è riservato ai sacerdoti. Anche il numero delle porte si riduce a una sola. Nei luoghi di passaggio del palazzo, come sulle pareti del corridoio, troviamo altre decorazioni pittoriche, alcune delle quali di grande interesse. In un caso, ad esempio, riconosciamo, nonostante il disegno estremamente stilizzato e semplificato, due tori e una figura umana che tira le redini e che ha alle spalle la rappresentazione di una figura geometrica rettangolare. Potrebbe essere un carro che esce da un edificio, un soggetto celebrativo o mitologico di notevole impegno e complessità. In un altro caso siamo riusciti a recuperare delle pitture nascoste sotto oltre dodici mani d'intonaco che ne hanno magnificamente preservato i colori e i tratti. È riconoscibile una figura umana in posizione da orante, con le braccia levate, dinanzi alla quale si trovano delle specie di tavole o altari, mentre un baldacchino ricopre, in parte, la figura. In uno degli edifici abitativi, fuori dal complesso palaziale, abbiamo addirittura trovato una pietra con sopra dell'ocra, identica a quella utilizzata per realizzare i disegni sinora mostrati. Si tratta, con ogni probabilità, della tavolozza di un pittore, uno strumento del mestiere che è stato rinvenuto in quella che doveva essere la sua casa. Marcella Frangipane Stampa |
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