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Scavi "AV" estate 2012

  :: Villaggio preistorico dei Faraglioni 2012
Scavo archeologico a Ustica per volontari
 

  Immagini scavi a Ustica  
 
 
 

Giuseppe Orefici

'Ritorno dall'isola dei Moai: ricerche archeologiche ed emozioni'

Pruneti. Invito il professor Giuseppe Orefici, reduce dalle sue missioni di scavo, a parlarci dell'isola di Pasqua, dove da tempo scava con l'inten­to di dipanare molti dei misteri che ancora gravano su quella antica cultura polinesiana.

Orefici. Cercherò di ripercorrere tredici anni di ricerche nell'isola di Pasqua, mirate a ricostrui­re le dinamiche che hanno spinto a popolare queste remote isole del Pacifico. Le più antiche migra­zioni umane verso l'area polinesiana e, successiva­mente, micronesiana, risalgono al 1800-1500 a.C. Questo rapido fenomeno d'espansione coloniale fu facilitato da un particolare sistema politico-sociale. Alla morte dell'ariki, il sovrano investito anche di un potere religioso, i figli decide­va­no chi fra loro dovesse proseguire il lavoro del padre, mentre gli altri, con i propri parenti, emigravano per colonizzare nuove isole. Questo fenomeno portò, nel corso del I millennio a.C., a un movimento migratorio che interessò l'intera area polinesiana. Nell'ambito di questo fenome­no dev'essere collocato anche il mitico viaggio che da una non meglio identificata Hiva, portò i primi uomini ad approdare all'isola di Pasqua.

Si tratta di un lembo di terra posto a oltre quattromila chilometri dal continente o dall'isola più vicina. Non v'è alcun dubbio, ormai, che questi colonizzatori siano stati d'origine polinesia­na; il retaggio culturale della popolazione mostra in modo inequivocabile la sua matrice poline­sia­na, matrice che esclude la possibilità, avanzata dal mio amico Thor Heyerdahl, di una provenienza dal continente sudamericano dei primi coloni. Il ricordo più affascinante della propria storia questa popolazione lo affidò ai Moai, grandi figure in pietra, simbolo degli antenati mitizzati che vegliavano sulla salute e la prosperità del villaggio. I Moai sono sempre collocati su grandi piattaforme rituali, come quella di Tongariki, il più impressionante esempio nel suo genere nell'intera Polinesia. Il mito locale individua il luogo nel quale il progenitore Hotu Matu'a approdò con la sua gente. Si tratta, in effetti, dell'unica spiaggia dell'isola e, quindi, del solo approdo possibile. Sicuramente, anche in età successiva, qui era insediata la famiglia reale, almeno sino a pochi secoli prima dell'arrivo degli Europei, giunti qui nel 1722. All'arrivo degli uomini bianchi il sistema teocratico che aveva retto l'isola per un mil­lennio era già collassato da quasi due secoli ed era stato sostituito da un nuovo modello sociale e religioso, fondato sul culto dell'uomo uccello, che prevedeva un ricambio annuale al vertice. La fine della teocrazia centralizzata aveva portato al crollo della stessa economia dell'isola che, sino a quel momento, si era basata su un sistema tradi­zionale molto rigido che aveva garantito la salvaguardia di un rapporto equilibrato fra uomo e natura. Negli ultimi due secoli, il caos portò al rapido esaurimento delle risorse naturali del luogo, tanto che, a un certo punto, sull'isola non rimase neppure un albero e i colonizzatori di un tempo, privati del legname per costruire le navi, erano divenuti prigionieri sulla loro stessa isola. Agli ultimi tempi di dominio della teocrazia appartiene il complesso di Anakena, eretto nel 1400-1500, dove troviamo raffigurati gli antenati con complesse acconciature rituali, il pukao, che, nella realtà era ottenuta con il ricorso al kie'a, una scoria rossa macinata, che, mescolata ai capelli, consentiva di realizzare elaborate pettinature. Attraverso gli occhi di queste statue, gli antenati diffondevano sul villaggio il mana, un fluido benefico. Non è un caso che le strutture abitative si sviluppassero proprio intorno all'altare cerimonia­le, solitamente secondo una disposizione semicircolare. Il più grandioso di questi ahu, altari cerimoniali, è quello di Tongariki, lungo, nella sola parte centrale, oltre cinquecento metri. Purtroppo questo grandioso complesso andò completamente distrutto nel 1963 da uno tsunami, una violenta onda anomala che spazzò, per chilo­metri, l'intera isola. Le grandiose statue, nonostan­te il loro peso di molte tonnellate, furono tra­scinate nell'interno per centinaia di metri e la base dell'altare fu interamente distrutta. Fortunatamente, esistevano precisi rilievi risalenti agli anni Venti che hanno consentito di ricostruire com'era e dov'era l'immenso complesso cultuale.

Tornando al nostro progetto e ai motivi della nostra missione nell'isola, come ho già detto, il fine era quello di contribuire a ricostruire le origini del popolamento. I primi anni di scavo li abbiamo passati a Hanga o Teo e a Puna Marengo dove abbiamo portato in luce resti degli abitati. In particolare, abbiamo ricostruito il modello delle capanne, di forma conica e pali inclinati all'interno, che trova diretti precedenti nelle culture polinesiane delle isole Marchesi. Anche i tipi di armi litiche rimandano all'ambito culturale marchesano, rafforzando l'ipotesi già avanzata di una provenienza dei primi coloni da quell'area della Polinesia. Ci siamo, poi, concentrati nell'area sacra di Tongariki, dove, oltre a rimettere in luce alcune teste di Moai, abbiamo individuato gli antichi livelli della piazza sacra che si estendeva dinanzi al vasto altare cerimoniale. Le statue che sono state ricollocate sulla base dell'altare, tredici in tutto, sono alte mediamente più di quattordici metri. In occasione delle nostre indagini abbiamo avuto modo di rinvenire anche un occhio di Moai in ossidiana. Tenete presente che queste monumentali sculture erano interamente realizzate con strumenti litici di tradizione neolitica, noti come toki. Fra i reperti rinvenuti in occasione di questi nostri interventi a Tongariki, figurano anche numerosi crani. Il cranio, infatti, rivestiva una particolare importanza nella cultura locale, essendo considerato un potente porta­fortuna. Crani, quindi, ornavano l'interno delle case e alcuni erano collocati anche nei campi per as­sicurarne la fertilità. Queste ossa, inoltre, presen­tano spesso complesse decorazioni incise raffigu­ranti pesci, uccelli o segni geometrici di più diffi­cile interpretazione.

L'ultima nostra area di intervento è stato l'ahu Runga di Anakena, un altare cerimoniale di non grandi dimensioni, ma importante per le risposte che poteva dare sull'evoluzione di questi complessi sacri e sulla loro fine repentina. È stato possibile rintracciare numerose fasi di vita del complesso; non è questa un'impresa semplice come potrebbe sembrare, perché, come ha dimostrato anche quest'intervento, gli ahu nuovi tendevano sempre a riutilizzare le strutture dei precedenti con un fenomeno di cannibalismo architettonico che non conosce soluzione di continui­tà. Uno dei nostri scopi era anche quello di verificare il rapporto fra questi altari con gli abitati e i campi circostanti. Non è certo casuale che questi ahu sorgano in aree di manavai, cioè depressioni sul cui fondo, riparato dai venti del mare, si coltivavano i frutti della terra. La leggenda voleva che proprio nella zona di questo ahu, la sposa di Hotu Matu'a, il primo colonizzatore, avesse i propri campi. Lo scavo dell'ahu ha messo in evidenza chiare tracce di strutture più antiche di quella ancora visibile. Come pietra costruttiva, realizzata nel lapillo proveniente dal vulcano Rano Raraku, in cui si trovava l'unica cava dell'isola, fu, ad esempio, utilizzato un moai di tipologia arcaica, debitamente decapitato e regolarizzato per convertirlo in pietra da costruzione. La posizione delle mani sul ventre, tipica di questa statua, rimanda, infatti, a una cronologia di VI-VII sec. d.C. È interessante notare, inoltre, che, su nu­merose pietre dell'ahu compare il simbolo graffito di Make Make, dio della guerra e dio crea­to­­re. L'interno dell'altare cerimoniale conserva­va, inoltre, resti umani e fu, probabilmente utiliz­za­to come camera sepolcrale. In questa località è stato possibile individuare, oltre al resto, la scia di lapilli, lungo la quale i Moai erano trascinati dalle cave sino agli ahu ai quali erano destinati. È interessante rilevare che l'ultima fase costruttiva dell'ahu fu improvvisamente interrotta, indizio della soluzione di continuità nel regno del locale ariki. Davanti all'ahu è stato messo in luce an­che l'antico lastricato che pavimentava l'area antistante alla rampa d'accesso. Le nostre indagi­ni consentono di affermare che l'ahu subì una violenta distruzione, per poi essere parzialmente riedificato nella fase ancora anteriore all'avvento del­l'uomo uccello. Al di sopra dell'al­tare, negli ultimi due secoli di storia indigena, fu eretto un pipi horeko, un cumulo di pietre che serviva come sorta di cippo confinario, simile a molti altri pre­senti nell'isola nei due secoli anteriori all'arri­vo degli Europei. In questo periodo l'isola è, infat­ti, divisa in tribù che si spartiscono i territori e, pro­babilmente, anche gli spazi di mare destinati alla pesca. Questi mucchi di pietre, visibili dal mare, dovevano essere appunto la concretizzazione di quei confini che avevano posto fine a quasi un millennio di governo unitario dell'isola.

Purtroppo la memoria storica degli antichi abitanti non è nota, poiché la popolazione fu deportata nelle miniere peruviane e solo un centinaio d'indigeni riuscì a far ritorno in patria. Fu completamente cancellata l'élite locale, quella che era la depositaria degli antichi miti e culti e che, grazie a un sistema mnemotecnico, era in grado di tramandare, attraverso un complesso metodo di "scrittura", l'antico sapere degli avi. La popolazione attuale vive completamente ignara del proprio passato, che apprende soltanto sui libri di storia. Poco, purtroppo ci raccontano i materiali archeologici rinvenuti nell'isola e questo per vari motivi. L'interro, infatti, è troppo scarso, un metro in media, per consentire il formarsi di complesse stratigrafie; inoltre il terreno è talmente acido da sciogliere qualsiasi osso nel giro di poco più di un secolo. Questo, ad esempio, c'impedisce d'avere certezze sugli animali domestici presenti negli insediamenti locali, animali, fra i quali andranno, probabilmente, annoverati almeno maiali e cani. Estremamente povero è anche il materiale litico, solitamente rappre­sentato da pugnali di forma lanceolata noti come mata'a. Credo che non dobbiamo dimenticare il monito della storia degli abitanti di quest'isola che, finché seppero mantenere il delicato equilibrio con l'ambiente naturale circostante, prosperaro­no, per poi decadere improvvisamente e senza rimedio quando quell'equilibrio si dissolse. La situazione era giunta a tali livelli di gravità che, per pro­curarsi il cibo, gli abitanti giunsero al cannibalismo, azione questa che non aveva niente di rituale o sacrale, bensì rispondeva a esigenze pura­mente economiche. Capirete, quindi, che l'arrivo degli Europei, nel 1722, fu visto dai locali come la liberazione da un incubo che essi stessi avevano contribuito a creare.

Giuseppe Orefici
direttore del Centro studi e ricerche archeologiche precolombiane 

 



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