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  N. 151-2012
Gennaio-Febbraio
 

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RICORDO DI VINCENZO CONSOLO


Il 21 gennaio scorso è morto a Milano lo scrittore Vincenzo Consolo. Riportiamo a seguire l'intervista esclusiva che lo scrittore rilasciò ad Archeologia Viva nel 2006 (pubblicata in AV n. 116).

Intervista di Giulia e Piero Pruneti

Si dice che la modestia sia virtù dei grandi. Restare un po' bambini quando tutto intorno fa rumore. Anche questo è un privilegio assoluto. Difficile non pensarci quando si è a contatto con una persona come Vincenzo Consolo. Negli occhi l'umiltà della cultura, quella vera, che vale anche e soprattutto al di fuori del tempo. Nel cuore il ricordo vivissimo di Leonardo Sciascia (1921-1989), l'amico, la guida nella e per la vita. Consolo ne parla spesso. Ricorda i loro momenti, le giornate di primavera passate alla Noce, la casa di campagna poco fuori Racalmuto (Ag), città natale dello scrittore scomparso. In qualche modo anche per questa intervista siamo a casa sua: alla Fondazione Sciascia; in molte delle foto appese i due amici sono insieme. L'occasione è quella del Premio Parnaso (direttore artistico Piero Nicosia), manifestazione di teatro, cinema e letteratura organizzata da Comune di Canicattì, Associazione culturale Kairos e Fondazione Sciascia, riproposto per la seconda volta nel proverbiale comune siciliano sul tema "Scherzare col fuoco, ovvero con il potere legittimo e illegittimo". Consolo è ospite d'onore. È contento di essere intervistato per Archeologia Viva: «Prima che faccia buio, però, vorrei fare visita alla tomba del mio maestro se non le dispiace». Vincenzo Consolo è nato a Sant'Agata di Militello (Me) nel 1933. Dal 1968 vive e lavora a Milano, sua patria d'adozione. Romanziere e saggista, ha pubblicato numerose opere di narrativa ambientate soprattutto nella sua Sicilia. Ha vinto il Premio Pirandello per il romanzo Lunaria nel 1985, il Premio Grinzane Cavour per Retablo (1988), il Premio Strega (Nottetempo, Casa per casa, 1992) e il Premio Internazionale Unione Latina (L'olivo e l'olivastro, 1994). I suoi libri sono stati tradotti in francese, tedesco, inglese, spagnolo, portoghese, olandese, rumeno.

Nel suo Retablo è possibile rintracciare molto della Sicilia archeologica e delle civiltà che vi hanno lasciato segni importanti. Come nacque l'idea di quest'opera? - Il libro è sulla linea del Grand Tour e dei grandi viaggiatori del Settecento e Ottocento. Una tradizione che andò intensificandosi a partire da Goethe. Naturalmente questi viaggiatori europei avevano un'idea mitica della Sicilia. Solitamente s'imbarcavano a Napoli per Palermo, da dove iniziavano il loro giro passando dai siti archeologici del centrosud (Segesta, Selinunte, Agrigento, Siracusa, Catania), per poi giungere a Messina da dove tornavano sul continente. Così lasciavano sempre scoperta la parte tirrenica settentrionale dell'isola, che è ricchissima d'interesse (e alla quale io appartengo!). Ecco, il tour tipico era quello, alla ricerca della grecità e della classicità e, comunque, nell'ignoranza di ciò che era veramente questa terra. Goethe quando arriva a Napoli scrive alla sua donna: «Vado in quella parte dell'Africa che si chiama Sicilia...»; poi, però, al termine del suo "tour" afferma che «non si può comprendere l'Italia senza vedere la Sicilia che è la chiave di tutto, è qui che sono convenuti tutti i raggi della storia». Fatalmente, i viaggiatori europei finivano per confrontarsi con la realtà. Al di là dei templi e dei teatri, oltre il mito, emergeva una Sicilia inedi­ta condita dal barocco (che Goethe giudica letteralmente "osceno"), ma anche dalla società siciliana con tutte le sue contraddizioni. Dunque, questi viaggiatori venivano sì con in testa l'idea della Sicilia classica, ma se ne ripartivano con altre sensazioni. C'era questa volontà esclusiva di visitare le rovine, ma poi evidentemente non si poteva fare a meno di osservare altri ruderi, quelli della società, con le sue distanze paurose. Soprattutto nelle grandi città, per esempio a Palermo, era macroscopico il fasto delle residenze nobiliari rapportato al degrado dei quartieri popolari. Inoltre, era impossibile non rendersi conto che in Sicilia la civiltà greca, l'Arcadia, era ormai lontana, cancellata prima di tutto dalla dominazione romana, poi dai bizantini, con le loro devastazioni. Quelli furono momenti duri, infelici per la mia terra. Basta leggere le Verrine di Cicerone. E la desertificazione... L'isola divenne il granaio d'Italia, ma le foreste scomparvero, tagliate per coltivare frumento e costruire navi.

Cosa cambiò con l'arrivo degli arabi? - Nientemeno che il corso della storia. Dal momento in cui la prima flotta araba sbarcò a Mazara del Vallo, nell'827, ebbe inizio quella che io amo chiamare "civilizzazione" (non "occupazione" come dicono altri) e che durò trecento anni. Da questo momento, a mio avviso, la Sicilia visse una sorta di "risorgimento". La nuova civiltà che si stava espandendo nel Mediterraneo ebbe il merito di far rinascere l'isola in tutti i sensi: nella cultura, nell'agricoltura, nell'architettura, come possiamo constatare nei monumenti che ci rimangono di quell'epoca. E si badi bene: la "civilizzazione" araba non soppresse la cultura delle altre religioni. Anche i Normanni si comportarono bene, dimostrando intelligenza e sensibilità nell'accettare le testimonianze lasciate dai predecessori. Difficile immaginare lo splendore della Sicilia dopo l'anno Mille quando, come riportano i resoconti di viaggiatori arabi, su uno stesso territorio convivevano oltre trecento moschee, sinagoghe ebraiche, chiese cristiane di rito orientale e latino. Ecco, credo che questi siano momenti alti di civiltà. Quando c'è rispetto e arricchimento reciproco tra le varie culture. Ancora oggi è possibile percepire cosa fu quel periodo. A Palermo, se ci soffermiamo sui particolari architettonici della cattedrale, si scorge su una colonna esterna l'incisione di un versetto del corano. Sciascia dice che i siciliani hanno cominciato a essere sé stessi solo dopo la civilizzazione araba. E con gli arabi nasce il modo d'essere dei siciliani. Sciascia diceva che c'è una Sicilia "descrivibile", una "narrabile" e una "storicizzabile". Quella prima degli arabi è appunto come ce l'hanno descritta i viaggiatori, quella narrabile inizia con gli arabi, mentre quella storicizzabile continua ancora oggi.

Sciascia diceva che la Sicilia è metafora d'Italia. In che senso? - Nel senso che nessuna regione è stata attraversata da tante civiltà. In Sicilia si arrivava da tutte le parti: dall'estremo oriente come dal Maghreb e quindi la Sicilia diventa metafora non solo dal punto di vista storico, ma anche nel modo di essere. Perché noi siciliani siamo il modo di essere italiano, di cui portiamo tutti i pregi, ma anche i difetti, primo fra tutti l'individualismo sfrenato. Nel bene e nel male questo paese era Italia ancora prima della venuta di Garibaldi. Non è un caso che la spedi­zione dei Mille sia partita proprio dalla Sicilia.

I Romani alla fine vinsero tutti. Fenici, Greci, Sicani... Lei da che parte sarebbe stato? - Certamente dalla parte dei vinti. Qui i Romani si comportarono da veri colonialisti, rendendosi responsabili di depredazioni incredibili. Portarono via tutto. Fra l'altro diedero il via alla formazione di grandi patrimoni fondiari, da cui deriverà per l'isola la piaga millenaria del latifondismo.

La Sicilia è terra archeologica per eccellenza. Qual è il suo rapporto con questa dimensione? - Avendo fatto studi classici ho sempre immaginato la mia regione come un grande parco archeologico. Ho cominciato a viaggiare alla scoperta dell'antichità partendo da Tindari per passare da Siracusa e arrivare fino a Segesta e Selinunte. Quando sono andato per visitare Mozia, questa era ancora proprietà dei Withaker (i magnati inglesi del vino Marsala) e per poterci andare noi siciliani bisognava avere un permesso, un'autorizzazione scritta, da richiedere a un ex-colonnello, l'amministratore della proprietà, che infatti prima di concedermela volle incontrarmi e sapere perché ero interessato ad andare sul­l'isola. Ricordo che concluse dicendomi: «Ma scusa non hai neanche la macchina fotografica...». È stato comunque sulla scia di questa gita che mi venne l'idea di parlare nel mio Retablo del bellissimo "giovane di Mozia" scoperto nel 1979, alcuni anni dopo la mia visita, di questa eccezionale intrusione della Grecia classica del V sec. a.C. in un contesto fenicio. Poi il mio viaggio è proseguito. Quando sono arrivato a Selinunte ho fatto il giro di tutti i templi. Era estate, senza ancora molti turisti. Dopo aver visitato le vestigia della città mi fermai sulla spiaggia di Marinella, ora diventata un luogo infernale, mentre all'epoca c'era soltanto una locanda su palafitte gestita da una coppia. Mi sedetti al tavolo con loro...

Tra tutte le fasi storiche che hanno attraversato la Sicilia, da quella greca fino alla dominazione spagnola, lei in quale epoca avrebbe voluto vivere? - Ai tempi del normanno Ruggero II, intorno al 1130-1150. Re Ruggero aveva a corte scienziati e poeti di altissimo livello e, come un sultano, si circondava di favorite ed eunuchi. Avrei voluto passare dalla chiesa bizantina alla moschea araba, alla sinagoga ebraica. Questi momenti magici si sono ripetuti in città come Sarajevo o come Beirut; lo stesso era accaduto, prima, in altre metropoli mediterranee come Alessandria o Costantinopoli, poi trasformate nelle città provinciali e monoetniche di oggi da leader politici imbevuti di un nazionalismo paradossalmente di matrice europea.

Guerra e pace secondo lei sono sentimenti innati nell'uomo oppure sono situazioni che ogni volta si costruiscono? - Credo che le guerre le vogliono sempre i potenti per i loro fini. Ho parlato della Sicilia, della convivenza di questo Mediterraneo che era un luogo di grande scambio. C'è una novella del Boccaccio che narra di una storia d'amore impossibile tra una ragazza siciliana nobile e un pescatore del Maghreb. La ragazza s'imbarca alla ricerca del suo amato e va a finire sulle coste tunisine. Arriva a Sousse, incontra una donna che parla latino e che le dice: «Sono qui perché sono a servizio di pescatori trapanesi». Ecco c'era una sorta di scambio pacifico e armonico dei pescatori meridionali o siciliani che andavano nel Maghreb e viceversa. Poi con l'arrivo degli spagnoli con i re cattolici Ferdinando e Isabella sono iniziati i conflitti, le guerre di religione. Nel Maghreb si è sviluppato l'impero ottomano, qui l'impero cattolico. Quando la politica diventa teologia è il momento dei disastri.

Accetta il fatalismo di certa sicilianità? Come giudica la famosa frase di Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi». La condivide? - Assolutamente no. L'autore del Gattopardo in un certo senso assolve la classe dirigente feudale, cui egli stesso appartiene; in qualche modo giustifica le prepotenze e i guasti di secoli di predominio economico e sociale, dicendo che le classi nascono, si evolvono e poi muoiono come le stelle del principe di Salina: nessuna responsabilità, nessuna colpa ai nobili in quanto individui. Secondo me non esiste alcun determinismo, siamo noi i responsabili della storia. Al posto del fatalismo di Verga, Lampedusa pone il meccanicismo dell'avvicendarsi delle classi sociali, con ciò rispondendo polemicamente a Federico De Roberto de I Viceré (che è il vero inventore della celebre frase, ma la riferisce al colpevole trasformismo della classe aristocratica, intenzionata a mantenere il potere anche nelle nuove strutture borghesi del Regno d'Italia). Così il Lampedusa ha disprezzo per la piccola nobiltà ispanica, come per i nuovi ricchi, i Sedara, però assolve il nipote Tancredi, un furbo, per cui ha grande simpatia, anche perché è un perdente predestinato, considerato l'ineluttabile declino della nobiltà come classe sociale nel determinismo storico lampedusiano. Questa è la malizia di Tomasi, autore per il quale ho un'ammirazione sfrenata dal punto di vista letterario, ma di cui detesto la concezione della storia.

E la storia di oggi dove ci sta portando? Ci consente di essere ottimisti? - Io penso che l'Occidente stia attraversando un momento di regressione culturale e politica. Se guardiamo paese per paese, arrivando fino all'America, non possiamo dire che stiamo vivendo meglio di prima. Non è per fare il vecchio pessimista, ma avendo conosciuto altri momenti di speranza e di crescita culturale penso che oggi si torni indietro. Quando parliamo di "esportare la democrazia con le bombe" e si fanno conti approssimati di vittime innocenti credo che stiamo perdendo un po' il senso delle cose. Quando un attore hollywodiano può decidere se e quando mandare a morte un uomo restare ottimisti è difficile. Ma ho girato molto. Ho visto luoghi di guerra e di disperazione e lì ho conosciuto medici volontari, ragazzi impegnati nell'aiutare gli altri. E questo mi dà una grande speranza per il futuro dell'umanità.

© Archeologia Viva





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