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<< IndietroINCA: ORIGINE E MISTERIFino al 27 giugno 2010, presso il Museo di Santa Giulia a Brescia, è visitabile la mostra Inca. Origine e misteri delle civiltà dell'oro.
Guanti d’oro (particolare). Cultura Sicán (750-1375 d.C.) Si tratta del primo grande evento in Italia interamente dedicato alle civiltà dell'oro. In particolare, sono presentati oggetti in oro, terrecotte, sculture in pietra e in legno. Le opere in oro, argento, bronzo e rame, oltre a rappresentare il più numeroso complesso di reperti in metalli preziosi mai esposto al mondo, consentono di scoprire quei tesori che abbagliarono i conquistadores e che per secoli hanno fatto del Perù il simbolo stesso della ricchezza. L'iniziativa è organizzata in stretta collaborazione col governo peruviano che ha concesso, per questo appuntamento, tesori finora mai esposti al di fuori dei confini nazionali e gode del sostegno delle istituzioni peruviane presenti in Italia.
Pettorale d’argento. La curatrice della mostra è Paloma Carcedo de Mufarech, studiosa esperta d'arte precolombiana della Pontificia Universidad Católica del Perú di Lima; i co-curatori sono Antonio Aimi, dell'Università degli Studi di Milano, e Giuseppe Orefici, direttore del Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane. La mostra, articolata in dieci sezioni (Cronologia, Le Tecniche di trasformazione del metallo, La Cosmovisione, Le Linee di Nasca, I Costumi, Le Libagioni, La Musica, La Guerra, La Morte, I Preziosi) si snoda lungo l'intera storia delle civiltà dell'oro e offre una ricca panoramica delle culture precolombiane che sono fiorite in Perù dal 1500 a.C. fino all'arrivo degli Spagnoli nel 1532.
Bottiglia configurata con ansa a staffa in terracotta. Cultura Moche (100-750 d.C.) Grazie alla maestosità e alla straordinaria bellezza dei reperti esposti, il pubblico ha un'occasione unica per scoprire la spiritualità dei popoli dell'antico Perù, fondata su religioni che permeavano ogni aspetto della vita quotidiana e che garantivano un continuo rapporto con le divinità del Cielo, della Terra e dell'Inframondo e coi mondi "altri" che custodivano gli "alter ego" di tutte le cose animate e inanimate e la conoscenza del passato e del futuro. Informazioni: Centri cerimoniali e rituali nell'antico Perù * Fin dalle prime fasi di popolamento delle Ande Centrali, l'uomo dovette impiegare strategie di sopravvivenza essenziali per l'adattamento alle eterogenee nicchie ecologiche che caratterizzavano il territorio. L'esigenza di procurarsi alimenti lo costrinse a una forma di transumanza continua da un ecosistema all'altro, creando così dei percorsi prestabiliti da utilizzare nei diversi momenti dell'anno. La precoce domesticazione delle piante silvestri commestibili e il gran potenziale di risorse alimentari fornito dall'oceano, lo indussero gradatamente a permanere sempre più a lungo nei luoghi in grado d'offrire tali mezzi di sussistenza.
Pettorale in conchiglia Spondylus. Cultura Moche (100-750 d.C.) Questi gruppi arcaici di cacciatori-raccoglitori, predecessori delle grandi culture che si svilupparono posteriormente, vivevano l'essenza del movimento e del tempo in modo diretto: gli spazi immensi che percorrevano, il paesaggio con cui si confrontavano, favorirono una sorta di comunicazione con flora, fauna, territorio e fenomeni celesti. Tali condizioni determinarono un'integrazione completa tra uomo e natura, alla quale fu attribuita una valenza soprannaturale e fecero sì che si creasse una totale dipendenza dai suoi cicli e dalle sue modalità per la sussistenza. Uno degli elementi salienti dell'evoluzione culturale di questa fase fu lo sviluppo del pensiero rituale che, unitamente ad altre componenti dell'organizzazione sociale, contribuiva a rafforzare e legittimare la posizione del gruppo dominante. Nel territorio peruviano, prima ancora che si sviluppassero centri urbani polifunzionali con valenze amministrative e che rappresentassero categorie specializzate in differenti settori produttivi o tecnologici, nacquero centri di culto e di pellegrinaggio, con funzioni diverse, ma con solidi principi religiosi e di sacralità. La transizione da una vita nomade permanente a una più stanziale e con fenomeni migratori solo ciclici, in funzione a momenti di caccia o raccolta, determinò la nascita di luoghi sacri, che raccoglievano i valori di memoria collettiva e di ritualità. Questi siti, che per una serie di ragioni diverse furono considerati huacas, potevano essere montagne, fiumi, laghi, o spazi vicini a fonti d'acqua permanente, in cui talvolta l'uomo lasciava traccia del suo passaggio con scene e simboli incisi nella roccia.
Ornamento per la fronte in oro. Cultura Moche (100-750 d.C.) Le società preispaniche svilupparono forme particolari e differenziate della concezione del mondo, con le quali cercarono di creare un ordine in senso cosmologico arricchendolo di contenuti simbolici: in questo modo, tentarono d'interpretare i misteri dell'esistenza e il significato della vita. Tutti i fenomeni naturali che l'uomo non riusciva a dominare, erano attribuiti ad esseri o spiriti divini a cui, tramite offerte rituali o sacrifici, si chiedeva di ottenerne il controllo: si aveva così l'illusione di governare elementi come il fuoco, la pioggia, il sole e la fertilità. La visione cosmocentrica dell'uomo andino trovava la sua piena espressione nel rapporto con luoghi che riteneva sacri. Nell'universo delle antiche culture peruviane, il sacro interagiva con il mondo e gli conferiva una dimensione speciale, secondo una dinamica che animava il processo creativo in cui l'individuo, in quanto tale, partecipava consapevolmente. In tempi remoti, quando ancora ogni processo lavorativo era realizzato in un ambiente domestico, senza l'apporto di categorie specializzate, alcuni personaggi ricoprirono una posizione sociale diversa, grazie a particolari doti spirituali e specifiche conoscenze, pur senza rivestire ancora una chiara distinzione nella scala gerarchica. La vera rivoluzione nel campo del pensiero religioso avvenne proprio con la nascita della figura dello sciamano, a cui fu attribuita la capacità di poter comunicare con le divinità e gli spiriti degli antenati.
Corona di piume. Cultura Chimú (1200-1470 d.C.) All'interno di ogni collettività, gli sciamani divennero i custodi incaricati di conservare, trasmettere e rinnovare le rappresentazioni cosmogoniche grazie alle loro cognizioni sulla mitologia, l'interpretazione del passato, l'astronomia, i rituali e l'uso delle piante medicinali. Con i loro cerimoniali, parole, gesti e oggetti sacri eseguivano una serie di attività simboliche che trasformavano il mondo per garantire la riproduzione della natura e il benessere sociale. Ciò portò progressivamente alla costituzione di gruppi elitari e di un clero, con la tendenza ad organizzare rituali e attività cerimoniali. Questo fece sì che il luogo sacro divenisse santuario, uno spazio dove organizzare rituali collettivi, in cui la presenza di mediatori tra il naturale e il soprannaturale fosse indispensabile. In tempi successivi, sciamani, sacerdoti e governanti, ai quali era sempre attribuita un'origine divina, ebbero il ruolo di conservare e rinnovare le rappresentazioni cosmogoniche, tramite la trasmissione orale delle tradizioni ancestrali e l'utilizzazione di utensili elaborati appositamente per favorire la comunicazione con il mondo ultraterreno. Per tale motivo, recipienti, ceste, tessuti, strumenti musicali, telai, fusaiole, manufatti d'oro o d'argento rappresentarono (e rappresentano ancora oggi) degli elementi metaforici in grado di raffigurare e diffondere l'ordine cosmologico stabilito all'interno di ogni società: una sorta di oggetti mnemonici sacri ricchi di significati simbolici e ai quali si attribuirono poteri speciali.
Testa d’oro laminato. Cultura Moche (100-750 d.C.) Sotto il profilo religioso, viene spontaneo chiedersi quale fosse la nozione di sacro nella percezione andina e su quali concezioni si fondasse. Non esisteva un concetto astratto di Dio o una parola in grado di esprimerlo pienamente. Ciò non significa che non si venerasse una moltitudine di divinità e che ci fosse persino una forma di gerarchia tra esse. Queste entità divine erano indicate con un nome proprio, senza che esistessero altri termini che le identificassero come esseri soprannaturali. Nelle credenze indigene tutto ciò che era sacro, era espresso con la voce "huaca" per cui, nella fase di conversione forzata effettuata dagli spagnoli, il maggiore problema che si dovette affrontare fu quello di convincere gli indigeni a non considerare Dio e i santi come delle "huacas" personali dei conquistatori. Per i nativi, si trattava di "huacas" estranee ai loro bisogni, incapaci di fornir loro ciò di cui necessitavano. Un ulteriore rilevante fattore distintivo dell'ideologia andina era la comune credenza nei miti sull'origine dei diversi popoli. Secondo questa visione, gli uomini nacquero spontaneamente dalle proprie pacarisca o luoghi d'origine per cui, nei loro racconti, gli indigeni affermavano di provenire da sorgenti, montagne, lagune o grotte, in cui erano "nati" già pronti per popolare l'universo. L'abisso tra il modo di pensare degli antichi peruviani e la fede imposta dagli spagnoli si fece ancor più incolmabile per la carenza di vocaboli adatti a illustrare i principi sostanziali del Cristianesimo. Gli evangelizzatori furono obbligati a ideare o adeguare le parole per poter esporre la loro dottrina, determinando inevitabilmente una trasformazione e deformazione dei concetti, termini e significati originari della cosmovisione andina. * Estratto dal testo in catalogo Marsilio Editori Altre opere in mostra
Bicchieri d’oro. Cultura Sicán (750-1375 d.C.)
Orecchino d’oro. Intermedio Antico (200-600 d.C.)
(Lima, Museo Arqueológico Rafael Larco Herrera)
Fuso o spatola per la calce d’oro e turchese (particolare)
Coppa-sonaglio d’argento. Cultura Chimú (1200-1470 d.C.)
Pettorale in metallo. Cultura Sicán (750-1375 d.C.)
Corona e nariguera (ornamento nasale) d’oro. Cultura Cupisnique (1250 a.C. - 100 d.C.)
Bottiglia con collo configurato in terracotta. Cultura Sicán (750-1375 d.C.) |
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