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CAVALIERI ETRUSCHI DALLE VALLI AL PO



Bucefalo e Alessandro Magno, Incitatus e Caligola. Al pari del suo padrone, il cavallo attraversa spesso la storia da autentico protagonista: non è un caso che i Greci ne abbiano usato uno, seppur di legno, per espugnare l'impenetrabile Troia.
Efficace strumento in una serie di attività fondamentali, dal trasporto al traino, fedele compagno a caccia e in guerra, nobile partner in manifestazioni ludiche o religiose, da sempre il cavallo è icona di prestigio e potere.
Nel mondo antico il cavallo era un vero status symbol: il suo possesso era un tale segno di distinzione sociale che agli inizi dell'età del Ferro comincia ad affermarsi, anche a livello iconografico, un'aristocrazia che potremmo definire "equestre".
Nei corredi delle tombe principesche iniziano a comparire ceramiche con immagini di cavalli, morsi in bronzo, finimenti e bardature equine, fibule ed altri oggetti configurati a cavallino, puntali, sonagli e a volte persino l'intero carro. In alcune necropoli è stata trovata la sepoltura dell'animale stesso.
È l'inizio di quell'identità tra cavalleria e patriziato che porterà alla supremazia dei possessori di carri e cavalli, portatori di una cifra di eccellenza che sopravvive ancora oggi nella semiotica e nel lessico quotidiano.

Proprio alla figura del cavaliere è dedicata la mostra Cavalieri etruschi dalle Valli al Po. Tra Reno e Panaro, la valle del Samoggia nell'VIII e VII sec.a.C., allestita alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano (Bo) fino al 5 aprile 2010.

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Corredo ceramico dalla Tomba 2 (prima metà VII sec.a.C.), rinvenuta in via Isonzo a Casalecchio di Reno nel corso degli scavi del 1975.

L'esposizione illustra il popolamento della Valle del Samoggia nell'VIII e VII sec. a.C. basandosi sui materiali rinvenuti in sepolture indagate per lo più nell'Ottocento. La distribuzione territoriale delle necropoli e l'analisi dei corredi tombali consente di ricostruire le varie fasi della nascita e affermazione dei gruppi aristocratici nel periodo Villanoviano e di riflettere sulle modalità con cui controllavano questa fertile pianura e le vie di comunicazione.
Seppur spesso decontestualizzate, queste testimonianze offrono opportunità di confronto con i reperti più significativi di Bologna e delle valli del Reno e del Panaro, permettendo di analizzare i rapporti tra queste e il versante toscano che comprende le aree di Firenze, Prato e Pisa.
In mostra circa 500 reperti provenienti da corredi tombali di queste aree, parures di fibule ed altri oggetti di ornamento in bronzo, osso, ambra e pasta vitrea, ceramiche, oggetti deposti con evidente valore simbolico e rituale per esprimere il ruolo e rango di quell'elite che inizia a distinguersi anche ad ovest di Bologna/Felsina a partire dalla metà dell'VIII sec. a.C. Insuperabile icona di queste aristocrazie rurali sono le stele protofelsinee e i segnacoli funerari con immagini antropomorfe presenti in mostra.
L'esposizione di Bazzano offre un'importante occasione per presentare nella loro interezza le testimonianze villanoviane provenienti dalla vallata, esposte per la prima volta in modo unitario.
Oltre ai reperti del comprensorio samoggino, si possono ammirare alcuni prestigiosi contesti funerari provenienti dalle valli del Reno, del Panaro e dell'Arno, riferibili a personaggi di alto rango. Di particolare rilievo, la ricostruzione di una ricca tomba di Casalecchio di Reno, con stele funeraria figurata.

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La Tomba 2, rinvenuta a Casalecchio di Reno (Via Isonzo) nel 1975. La tomba è ricostruita a scala naturale e con il corredo originale nella mostra di Bazzano.

La sezione tematica della mostra è incentrata sulla figura del cavaliere etrusco, ricostruita sulla base dei numerosi reperti che fanno esplicito riferimento al possesso del carro e del cavallo e alla sua esibizione all'interno del corredo funerario. Molte tombe hanno restituito morsi equini e altri oggetti legati alla bardatura del cavallo o che rimandano al suo possesso, esibiti nell'ambito di un complesso rituale funerario che prevedeva la deposizione di offerte alimentari, oggetti con funzione squisitamente rituale, caratterizzati da forme e decorazioni peculiari, talora sottratti alla sfera dei vivi mediante defunzionalizzazione.
Altrettanto pregnante è l'analisi della figura del cavallo, animale sempre presente nelle tombe più ricche di età villanoviana, sia per gli oggetti connessi alla sua bardatura o al carro, che sotto forma di raffigurazione ceramica. Tale figura aveva la doppia, inscindibile valenza di indicatore sociale di personaggi di alto rango e di simbolo del loro viaggio nell'oltretomba.

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Contatti tra vallate e rapporti con l'Etruria settentrionale

Per ogni vallata sono state analizzate idrografia, popolamento (villaggi, necropoli e tipologie tombali) e i contatti con Bologna e le altre valli.
La Valle del Samoggia
, sostanzialmente "chiusa" in direzione dell'Appennino all'altezza di Savigno, è tuttavia risultata  collegata con itinerari transvallivi (oltre che con il percorso pedemontano) con le due ben più importanti vallate/direttrici di traffico del Reno (attraverso la valle della Venola) e del Panaro (attraverso il rio Marzatore e il torrente Ghiaie), principali vie di contatto con l'Etruria Settentrionale.

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Sulla valle del Reno, ad ovest di Felsina e posto su un'importante guado del fiume, l'insediamento di Casalecchio  (all'imbocco della strada verso la Toscana) ha restituito nella sua interezza il ricco corredo della Tomba 2 -inizi del VII sec.a.C., con stele protofelsinea- che verrà esposto contestualmente alla ricostruzione della tomba e con una selezione di materiali dalla necropoli. Proseguendo verso sud è Pontecchio, in località San Biagio, ad offrire le testimonianze della presenza di gruppi che controllano la via del Reno, con la ricca Tomba 1, databile alla prima metà del VII sec.a.C., ancora ben inserita nella temperie culturale bolognese ma aperta probabilmente ad influssi dell'Etruria Settentrionale.
Dopo Marzabotto, che presenta tracce di frequentazione di fase villanoviana nell'area della futura città etrusca, sul versante occidentale della vallata, si apre la via della Venola (collegata al Samoggia), con importanti attestazioni dalla piccola necropoli di cinque tombe, di cui una contraddistinta da una stele con figura di defunta (esposta in mostra), della seconda metà dell'VIII - inizi VII sec. a.C. L'analisi dei corredi ha consentito di precisare ulteriormente l'eventuale presenza di influssi diversi da quello bolognese.
Oltre l'Appennino, il diretto referente della Valle del Reno è costituito dalle comunità stanziate nella piana tra Firenze, Prato e Pistoia. Qui, in fase villanoviana, si concentrano le testimonianze più significative, provenienti principalmente da piccole necropoli che confermano, già a partire dalla metà dell'VIII sec. a.C., la vivacità dei contatti con l'area padana, evidenti nella composizione dei corredi funerari più che nel rituale o nell'architettura della tomba.
Particolarmente interessante è il confronto tra le tombe del villanoviano bolognese e quelle di Sesto Fiorentino, Val di Rose e Madonna del Piano, nonché con i corredi di Firenze e i materiali villanoviani di Fiesole.
Numerosi elementi di confronto con l'area bolognese offre infine la tomba a pozzo dal tumulo B della necropoli di Prato Rosello di Artimino, che attesta la presenza di individui eminenti alle soglie dell'Orientalizzante -in diretta continuità con i loro discendenti che costruiranno i tumuli- nell'area alla confluenza tra Arno e Ombrone, egualmente ben collegata con gli itinerari transappennici.

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Spada ad antenne, in bronzo, tipo Weltenburg (770-720 a.C.), rinvenuta in via di Gaibola a Ronzano (Bo) durante gli scavi del 1848.
(Museo Civico Archeologico di Bologna)

Il Panaro costituisce un altro e non secondario collegamento per la valle del Samoggia, sia attraverso gli itinerari transvallivi, sia soprattutto attraverso la via pedemontana sulla quale si attesta l'importante nucleo di insediamenti facente capo a Savignano sul Panaro. Se per l'alta valle del Panaro le tracce di insediamenti nel Villanoviano sono particolarmente evanescenti, già all'altezza di Marano alcuni materiali in bronzo, tra i quali una fibula con numerali incisi della seconda metà del VII sec. a.C. attestano una notevole vitalità dell'area. Ma sono soprattutto i sepolcreti savignanesi che, a partire dall'VIII e addirittura dal IX sec.a.C (necropoli Cà Bianca e podere Fallona), testimoniano l'inserimento del territorio nell'ambito dell'espansione bolognese, con modalità da precisare ulteriormente alla luce delle testimonianze più antiche. Più a nord, in corrispondenza del tracciato della futura via Emilia, Castelfranco ha restituito un importante sepolcreto databile tra la metà dell'VIII e il VII sec. a.C., anch'esso ben riconducibile alla fase espansionistica di Felsina verso Ovest.
La valle del Panaro a Nord, verso il Po è aperta invece ad influssi non solo bolognesi, ma anche atestini, romagnoli e dell'Emilia occidentale, ben evidenziati nei reperti dalla necropoli di Bondeno - Santa Maddalena dei Mosti, databile al Villanoviano IV, nonché dai resti di abitato del Fondo Colletta, dal Fondo Marchesa, Fondo Barchessa.
I contatti transappenninici tra la valle del Panaro e la Toscana nel villanoviano appaiono, stando all'attuale documentazione archeologica, piuttosto evanescenti. Probabilmente per l'epoca è possibile ipotizzare come già attivo il percorso viario costituito dalla valle del Serchio che attraverso la valle del Lima risulta collegata al Panaro.
Sul versante toscano l'attestazione più settentrionale è costituita dalla fase di VIII sec. a.C. dell'abitato del Chiarone di Capannori nella piana di Lucca, i cui materiali presentano contatti con quelli bolognesi, ma anche volterrani, alla quale segue una fase di ripiegamento e "chiusura" delle comunità locali nella fase orientalizzante. Un altro importante referente per la valle del Panaro era probabilmente anche l'insediamento di Pisa, attivo - secondo gli ultimi importanti rinvenimenti - già a partire dalla fase villanoviana. 

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Morsi equini in bronzo con montanti "a pelta" (VIII sec. a.C.). Castelfranco Emilia (Mo), podere Pradella, scavi ottocenteschi.
(Museo Civico Archeologico di Bologna)


Cavallo e cavaliere: una storia millenaria

Difficilmente l'uomo contemporaneo percepisce l'importanza che gli animali domestici rivestivano per le condizioni di vita dell'umanità, non solo dal punto di vista alimentare ma per molte altre funzioni oggi risolte con l'uso di "macchine", dai  movimenti ai trasporti, dalla forza lavoro alla caccia, alla guerra.
Fino all'introduzione della macchina a vapore, il cavallo in particolare ha rappresentato un compagno indispensabile dell'uomo in tutta una serie di attività fondamentali, dalla circolazione veloce di persone montate, al traino di vetture per viaggi più lunghi, al trasporto delle merci, agli usi secondari in agricoltura (dove venivano preferiti buoi ed asini), all'utilizzazione in battaglia e per gli inseguimenti della selvaggina. Per questo abbiamo tutta una serie di autori antichi sia greci che latini che hanno dedicato trattati specifici al cavallo, al suo allevamento e addestramento.
Tuttavia il possesso del cavallo, o di più cavalli, era considerato nel mondo antico anche un segno di distinzione sociale, specie nel momento in cui agli inizi dell'età del ferro si andavano differenziando all'interno delle prime comunità protourbane gruppi emergenti dal punto di vista del rango, della ricchezza e del prestigio. Le attenzioni e le cure da destinare all'allevamento e all'addestramento dei cavalli, specie di quelli destinati a compiti specialistici, come la guerra o la caccia, richiedevano possibilità economiche e probabilmente la disponibilità di personale addetto a questi compiti.
Con l'età del Bronzo Finale (quando oltre al combattimento su carro comincia a diffondersi quello da sella) e poi con la prima età del Ferro, l'ideologia di un'aristocrazia che potremmo definire "equestre" si afferma pienamente e in modo consapevole anche a livello iconografico, a partire proprio dal mondo greco. Basterà ricordare il frequente comparire di immagini di cavalli, plastiche e dipinte, sulla ceramica geometrica delle varie produzioni greche, o i bronzetti votivi che li rappresentano. ma anche la definizione che veniva data delle classi dominanti ad Atene (ippeis, tetrippotrophoi) come in Eubea (ippobotai) e il rilievo sociale che in diverse città aveva la condizione di cavaliere o di allevatore, anche in ragione dell'impiego militare del cavallo.
La documentazione archeologica del mondo greco conferma già da un' età molto antica il ruolo eminente dei possessori di carri e di cavalli, che si estrinseca anche a livello funerario.

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Ricostruzione grafica di una bardatura equina di età villanoviana (disegno Maria Agnese Mignani, SBAER). In alto a sinistra, morsi di cavallo in bronzo dal Museo Archeologico Ambientale di San Giovanni in Persiceto (Bo).

Anche a Roma la più antica tradizione istituzionale prevedeva che tre centurie di cavalieri (300 uomini) fossero fornite all'esercito dai ranghi delle tre tribù (Ramnes, Titienses e Luceres); il legame del cavallo alla simbologia regia è inoltre ben testimoniato da una serie di cerimonie religiose di origine antichissima.
In ambito etrusco il quadro è più complesso, anche se l'impiego della cavalleria a livello militare, come forza decisiva, è attestato in età arcaica almeno per la battaglia di Cuma del 524 a.C.
Più significativi sembrano i riferimenti che collegano l'ordine equestre alla monarchia etrusca a Roma. Le fonti sembrano indicare che almeno nella dinastia etrusca di Roma, tra VII e VI secolo a.C., l'erede designato al trono, che sia o meno figlio del sovrano in carica, comandi la cavalleria o, almeno, si legittimi attraverso questo ruolo. Il carro parrebbe invece riservato al sovrano, almeno nelle manifestazioni pubbliche (dagli Etruschi verrebbe a Roma l'uso del Trionfo, in cui il condottiero vincitore sfila sulla quadriga insignito dei simboli ereditati dai re etruschi e da Vetulonia).

Informazioni:
Tel.
051 836405
museo@roccadeibentivoglio.it
www.roccadeibentivoglio.it







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