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Agli Uffizi con Pietro Aretino In mostra dipinti, sculture e scritti

28 novembre 2019


Fino al 1° marzo 2020 in mostra agli Uffizi dipinti, sculture, scritti e oggetti preziosi del grande regista del Rinascimento


Testo di Eike D. Schmidt
direttore Gallerie degli Uffizi

Capolavori assoluti e opere meno note, dipinti celeberrimi e altri quasi sconosciuti, sculture, disegni, stampe, rari volumi del Cinquecento, coppe in terra sigillata, richiami all’antico, medaglie, lettere, oggetti e perfino una notissima maiolica con decorazione pornografica: in questa mostra sofisticata e composita, tutto si lega a una delle figure più emblematiche del Cinquecento italiano ed europeo. Pietro Aretino infatti attraversa, nella sua lunga e nomadica vita, i fatti principali della nostra storia in uno dei secoli cruciali dell’era moderna.

Personalità poliedrica

Poligrafo capace di passare disinvoltamente dalla poesia amorosa ispirata a Petrarca alla libellistica e alle pasquinate, dai poemi cavallereschi alla trattatistica, dai sonetti scandalosi all’agiografia, fu cortigiano agonista e avido, sfacciato nel reclamare doni preziosi dai suoi protettori, spietatamente polemico e rissoso, opinionista politico in grado di influenzare e ricattare a suon di invettive i grandi del suo tempo, papi e principi inclusi. Ma fu, soprattutto, un finissimo intellettuale, intenditore supremo di pittura (per esservisi cimentato in gioventù) e padre di una disciplina che si è sviluppata nei secoli fino a trovare nel Novecento l’espressione più compiuta: la critica d’arte.

Gli esordi artistici

Nella sua giovinezza perugina Pietro si lega a Giovanni Battista “Bitte” Caporali, una figura di pittore-studioso (pubblicherà anche un dotto commento a Vitruvio) di cui la mostra offre in apertura la monumentale Pala di San Gerolamo, generosamente prestata dalla Galleria Nazionale dell’Umbria: ed è plausibile che il giovane Pietro, esclusa ormai una sua partecipazione pittorica all’opera, vi abbia invece ricoperto un ruolo per quanto riguarda il testo della “lauda” scritta sul cartiglio ai piedi del trono. Sono gli inizi di una familiarità con il mestiere che lo porterà a discorrere d’arte e a fare addirittura da consulente – a detta sua: dunque esagerando ma non più di tanto – ai più grandi artisti del tempo.

L’incontro con Raffaello

Durante la sua permanenza a Roma, alla corte di Leone X e in stretto contatto con il cardinale Giulio de’ Medici – futuro Clemente VII – ma anche con il fervido ambiente culturale che gravitava intorno al banchiere Agostino Chigi, frequentò certo Raffaello nei suoi ultimi tre anni di vita: e dunque il Raffaello del Ritratto di Leone X con i nipoti degli Uffizi (in questa occasione assente giustificato nella rassegna, perché in restauro all’Opificio delle Pietre Dure), della Loggia di Psiche e delle Logge Vaticane, il Raffaello soprintendente alle antichità romane, e architetto, tra l’altro, della cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, dei progetti per San Pietro, di villa Madama… Capita dunque molto a proposito, questa mostra che prelude alle grandi celebrazioni per il Cinquecentenario della morte dell’Urbinate previste fra pochi mesi, e ne costituisce quasi un capitolo preliminare.

Una vita in più tappe

La nostra rassegna sull’Aretino riserva molti altri capitoli, suddivisi nelle tappe degli spostamenti del protagonista e ci porta alla corte di Federico Gonzaga a Mantova, negli anni fulgidi in cui Giulio Romano progettava il “buen retiro” del Marchese, Palazzo Te (è una felice coincidenza che proprio in quel palazzo si sia aperta da poco la grande mostra sul Pippi, che di questa diventa un’estensione naturale) e nella Venezia di Tiziano, Sansovino, Tintoretto.

La ricchezza, la varietà di stimoli, la magnifica libertà offerte dalla Serenissima in quei decenni a un carattere insaziabile come quello dell’Aretino, emerge tutta nella straordinaria produttività di quegli anni e nell’intrico fecondissimo di relazioni che emerge dal suo epistolario, pubblicato in sei libri (uno dei quali postumo) che i curatori di questo catalogo acutamente definiscono “un formidabile e nuovissimo strumento comunicativo”: quale altro genere letterario, infatti, consente altrettanta incensurabile libertà di espressione, di esibizione del pensiero, di giudizio?

Il periodo (d’oro) veneziano

Nella sua stagione veneziana Pietro ricoprì ruoli pubblici di enorme prestigio e fu tra gli inviati dell’ambasceria che incontrò l’imperatore Carlo V nel 1543. L’imperatore, nientemeno: immaginiamoci l’effetto che un simile evento poté produrre su un personaggio di sconfinata vanità come l’Aretino, che del name dropping aveva fatto un’arte e che sapeva promuoversi con rara abilità.

Un’abilità, va detto, che egli estendeva anche a favore degli artisti per cui nutriva stima, da cui riusciva a ottenere opere e farsi spesso ritrarre. Tra questi, pittori come Tintoretto, Sebastiano del Piombo, e soprattutto Tiziano, che nell’Ecce Homo dipinto per il mercante Giovanni d’Anna, fiammingo stabilitosi a Venezia, aveva dato al personaggio di Pilato proprio le fattezze di Pietro maturo, con l’embonpoint generoso e la lunga barba grigia.

Alta considerazione di sé

Un intero capitolo della mostra, intitolato Imago Petri, è dedicato al programma propagandistico del personaggio, con i quadri, le medaglie, i ritratti a stampa sui volumi della Passione di Cristo e delle Lettere che – quasi come in un moderno blurb – documentano al lettore e ai posteri il suo aspetto favorito da un ovale nobile, da lineamenti solenni, e studiatamente coltivato nella presentazione.

Ma Pietro voleva un ritratto ufficiale da Tiziano, come un doge, un papa, un imperatore: ed ecco allora il capolavoro, che sprigiona terribilità, opulenza, potere. Nel magnifico dipinto degli Uffizi, protagonista è la seta rossa del robone stesa con impressionismo ante litteram a pennellate zigzaganti come saette, come sciabolate, e giustamente nel catalogo i curatori apparentano l’impeto poderoso del pittore allo stile spontaneo, aggressivo e antiaccademico della scrittura di Pietro.

Ritratto di un’epoca: il cinquecento

La mostra su Pietro Aretino, che segue a distanza di pochi anni quella memorabile su Pietro Bembo (Padova 2013), quella su Aldo Manuzio (Venezia 2016) e infine quella sull’Ariosto a Ferrara (2016-2017) è, allo stesso modo, un’avvincente narrazione “per immagini” dell’Italia del Cinquecento e arriva fino a circa la metà del Concilio di Trento.

Ed è un grande merito dei curatori e degli studiosi che hanno collaborato all’impresa l’aver creato l’impressione che sul concetto narrativo della mostra, con opere strepitose venute da tutto il mondo, così come sui testi che le accompagnano, aleggi costante l’animo del grande intellettuale dalla facondissima penna.

L’effetto finale è che il loro lavoro di raccolta e di profonda, informatissima esegesi risulta come ispirato dagli scritti stessi di Pietro Aretino, appassionati e rivolti a lettori d’ogni estrazione: lo studioso emunctae naris e il profano, il letterato, l’artista, l’ascoltatore occasionale e divertito. E.D.S.

www.uffizi.it