Credenze nautiche e tanti luoghi comuni Archeologia navale

archeologia navale

Archeologia Viva n. 194 – marzo/aprile 2019
p. 73

di Francesco Tiboni

Quando si parla di navigazione antica sono ancora molti i miti e le inesattezze che pur non trovando riscontro nelle prove archeologiche sono spesso ritenuti validi: proviamo a (ri)vederne alcuni

Cominciamo col dire che l’archeologia navale del periodo pre-storico – che fonda le proprie conoscenze sull’analisi dei dati oggettivi provenienti da contesti certi – ci permette di affermare che l’uomo ha iniziato a muoversi sul mare fin dal Paleolitico. Tuttavia, nessuna evidenza diretta ci permette di parlare di navigazione in senso pieno, magari lungo rotte in grado di consentire la colonizzazione di isole e territori lontani.

Almeno fino alla comparsa delle prime civiltà strutturate – cosa che in Oriente si verifica a partire grosso modo dal Neolitico – i movimenti per mare erano dettati dalla necessità di procacciare cibo e raggiungere luoghi favorevoli alle attività produttive, e avvenivano a bordo di natanti molto semplici, di cui purtroppo non è rimasta traccia.

Si può pensare all’uso di piroghe con bilanciere, come suggerisce l’osservazione di popolazioni “preistoriche” moderne, ma, almeno fino all’introduzione della vela (che compare in Egitto intorno a cinquemila anni fa), non è possibile ipotizzare grandi viaggi per mare.

Per quanto riguarda il Mediterraneo, poi, è assolutamente da escludere il ricorso alle correnti, spesso lette come veri e propri fiumi in grado di consentire rapidi spostamenti: la recente analisi sulla diffusione delle plastiche inquinanti ci conferma che, nel nostro mare chiuso, l’assenza di isole di plastica (segno del difficile rapporto tra modernità ed elemento liquido del pianeta) è da considerarsi prova tangibile della mancanza di grandi correnti marine in grado di spostare e concentrare oggetti, e quindi anche di guidare la navigazione di possibili esploratori preistorici. […]