Un ricordo di Sebastiano Tusa

Per onorare la memoria di Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale, fedele collaboratore e membro del Comitato scientifico di Archeologia Viva, rimasto vittima nell’incidente aereo del 10 marzo 2019 in Etiopia, riproponiamo l’intervista rilasciataci nel suo ruolo di assessore ai Beni culturali della Regione Siciliana.
Piero Pruneti


Incontriamo Sebastiano Tusa a Palermo nella sede dell’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana. Dopo le dimissioni di Vittorio Sgarbi – di cui è nota la fisiologica insofferenza verso impegni costanti e prolungati – ora l’assessore è lui. Un archeologo dietro alla scrivania che in Sicilia vale quella di un ministro della Repubblica.

Ci conosciamo da tempo indefinito, forse da un lontano convegno del 1983 a Favignana, quando Archeologia Viva esisteva da poco e lui era un giovane paletnologo che scavava in Asia. Poi anche Sebastiano, come il padre Vincenzo (uno dei soprintendenti “storici” della Sicilia) si è dedicato interamente alla sua isola ricoprendo, fra l’altro, dal 2004, il ruolo di Soprintendente del Mare. Uno stretto collaboratore della rivista: ha scritto articoli, ha diretto le Lezioni di archeologia subacquea che per tanti anni Archeologia Viva ha organizzato a Ustica, membro attivo del Comitato scientifico.

Avendolo sempre visto su una trincea di scavo o con muta e bombole per immergersi su un relitto, ci sembrano un po’ estranei – per lui – gli ambienti dell’Assessorato che ora attraversiamo per raggiungerlo, incrociando non più archeologi e assistenti di scavo, ma uscieri e segretari… Alla fine eccolo, solo, nella sua stanza. Riuscirà il nostro eroe a far valere, come davvero meritano, i grandi tesori della Sicilia? Nell’attesa consigliamo di leggere i suoi ultimi libri: In viaggio tra Mediterraneo e storia (con Carlo Ruta), 2017; Viaggio nella Grecia antica da Oriente a Occidente (con Carlo Ruta), 2017; Viaggio nell’antica Roma lungo le vie dei saperi, delle cittadinanze e del sacro (con Carlo Ruta), 2018; I popoli del Grande Verde. Il Mediterraneo al tempo dei faraoni, 2018.

D: Il patrimonio culturale della Sicilia è immenso. Possiamo riassumere in breve la sua importanza?

Si tratta della più grande regione italiana, al centro del Mediterraneo. Questa particolarità è da tenere presente per capirne il ruolo strategico durante le età preistoriche e in particolare negli ultimi tremila anni. Qui le stratificazioni di civiltà sono straordinarie, ognuna con momenti di grande rilievo, appunto dalla Preistoria per arrivare al Liberty e passando per Greci, Cartaginesi, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni… e via dicendo. Di ogni periodo della grande vicenda mediterranea la Sicilia conserva monumenti e opere di carattere primario.

D: Decenni passati a fare ricerca e studiare il passato dell’isola… Ora che impressione fa essere a capo della struttura per la quale hai sempre lavorato?

Da una parte mi sembra di vivere un sogno perché, da archeologo e studioso sempre in prima linea, in terra e in mare, ho sempre visto il vertice dell’amministrazione regionale come un’entità irraggiungibile, spesso lontana. Un pianeta diverso rispetto a chi è impegnato sul campo. Anche perché, nella maggior parte dei casi, i politici che si sono avvicendati, alcuni anche di grande spessore, erano estranei al mondo dei beni culturali. Al tempo stesso mi sembra quasi naturale che a occupare questa carica sia una persona che da una vita lavora nel settore e sa di cosa stiamo parlando. Sempre tenendo presente che il ruolo dell’assessore è politico e non amministrativo. In qualche modo devo indirizzare la macchina dei beni culturali secondo strategie individuate dalla politica.

D: La Sicilia gode di un’ampia autonomia nella gestione dei beni culturali. Questa libertà di azione ha realmente giovato alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio?

Da un lato certamente sì, perché, soprattutto nei decenni scorsi ha significato maggiore disponibilità di risorse economiche, insieme alla possibilità di far passare leggi più legate al territorio, e anche reclutare risorse umane che conoscono bene l’isola. Dagli anni Settanta del secolo scorso fino all’inizio del millennio è stata un’esperienza assolutamente positiva. Dopo, a mio avviso, c’è stata una fase di stallo, in parte dovuta alla mancanza di reclutamento e di ricambio generazionale: dal ‘90 non facciamo più concorsi, quindi l’età dei quadri nei beni culturali è altissima. Fra un po’ non avremo più specialisti. Dobbiamo anche ammettere che la Regione Siciliana non ha condotto una politica economica oculata e ci sono stati anni in cui si è speso tantissimo per ottenere poco. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

D: La riforma Franceschini, che nel resto d’Italia ha rivoluzionato l’amministrazione dei beni culturali, ma che è stata anche oggetto di critiche durissime, ha preso a riferimento proprio il modello siciliano. Se ne poteva fare a meno?

Io sono sempre stato, per mia formazione professionale e scientifica, a favore della multidisciplinarietà. Quindi il concetto di soprintendenza unica per me è basilare. Il bene culturale è unico e di conseguenza va trattato in modo unitario. Ho lavorato nelle soprintendenze per decenni e ho potuto toccare con mano come, nel momento in cui si pone un problema per un determinato monumento, zona o territorio, è fondamentale sedersi tutti allo stesso tavolo – archeologi, architetti, antropologi, paesaggisti, storici dell’arte, archivisti… – per affrontare la questione unitariamente. Avere tante soprintendenze per ogni settore, ognuna delle quali procede per conto suo, spesso in concorrenza se non in conflitto con le altre, come succedeva nella Penisola fino alla riforma Franceschini, è stata una vera assurdità e mi meraviglio come il vecchio sistema abbia potuto durare così a lungo.

D: Quindi, almeno vista da oltre lo Stretto, la riforma Franceschini è perfetta…

Assolutamente no. Ma non nel senso dei suoi denigratori. Bensì nel senso che non è arrivata fino in fondo. Non è stato applicato appieno il modello della soprintendenza unica siciliana, dove il soprintendente, con competenze provinciali, è un primus inter pares e dove il dispositivo autorizzativo di una determinata opera è in mano a chi è a capo di quella specifica unità operativa tematica. Se, ad esempio, parliamo di un’area archeologica, la responsabilità è del direttore del settore archeologico. Il soprintendente in Sicilia verifica solo la legittimità degli atti e se blocca o osteggia le scelte dei direttori di unità operativa lo deve motivare bene. Invece, la riforma Franceschini è rimasta in mezzo al guado: ha creato le soprintendenze uniche, ma ha anche lasciato ai soprintendenti un potere decisionale teoricamente assoluto nei vari settori e il sistema si è inceppato.

Quali sono i punti critici nella gestione del patrimonio siciliano a cui intendi mettere mano?

Prima di tutto lo snellimento delle pratiche amministrative. Il primo nemico che ho trovato in assessorato è la burocrazia. Un esempio? Nell’autorizzazione paesaggistica chi fa un’infrazione può rimediare pagando un’ammenda. Ebbene, oggi per pagarla servono anche cinque mesi, tanto la pratica è complicata. Basterebbero cinque minuti davanti a un computer… Poi vorrei far rivivere siti archeologici in zone depresse dell’isola, laddove c’è un altissimo livello di disoccupazione e di emigrazione. Bisogna rilanciare questi siti instaurando un rapporto virtuoso tra pubblico e privato. Vorrei anche completare e rendere più efficace il sistema dei parchi.

Vincenzo Tusa, tuo padre, è stato uno dei soprintendenti siciliani più stimati e dinamici. Ha legato il suo nome al Parco di Selinunte, il più importante e visitato della Sicilia insieme a quello della Valle dei Templi. Ma non trovò certo la strada spianata…

Al suo arrivo il sito era letteralmente infestato da tombaroli. Di fatto era gente che moriva letteralmente di fame, non si trattava di un fenomeno malavitoso come oggi. Mio padre lo capì e dette a questi disgraziati una seconda possibilità, per così dire: lavorare per lui legalmente. Quasi tutti scelsero la paga sicura e da nemici diventarono alleati dello Stato. Fu una scelta rivoluzionaria, fuori dal comune, che non piacque al ministro dell’epoca (stiamo parlando degli anni Settanta, quando ancora l’amministrazione dei beni culturali della Sicilia dipendeva dal Ministero della Pubblica Istruzione) che lo convocò per bacchettarlo… Per tutta risposta mio padre propose di dimettersi, la cosa rientrò e l’idea del parco andò avanti. Ma dovette sfidare anche la mafia, perché alcune zone dell’area archeologica erano dei fratelli Salvo, mandanti mafiosi temutissimi. Poi pagò di tasca propria le spese per la registrazione degli atti di esproprio senza rivedere mai i soldi. Quanto agli scavi, andarono avanti con i fondi del Banco di Sicilia, che acquisì per diritto una parte dei materiali rinvenuti. Gli stessi grazie ai quali Palermo è oggi dotata, nella sede monumentale di Palazzo Branciforte, di un museo di ceramica greca che è tra i più importanti al mondo.

Tu invece per cosa vorresti essere ricordato?

Come studioso e amministratore già il mio ruolo l’ho avuto, perché sono legato all’istituzione della prima Soprintendenza del Mare in Italia. E, come dicevo, ora da assessore vorrei completare il sistema dei parchi…

E un posticino nei libri di storia per avere individuato le prove archeologiche e il luogo della battaglia delle Egadi… non ti piacerebbe?

Non è importante che i libri di storia riportino il mio nome. L’importante è aver concluso con successo – e tutto il mondo lo sa – questa grande impresa scientifica, legata certamente al sottoscritto, anche se frutto dell’aiuto dei colleghi americani e dello staff della Soprintendenza del Mare, che ho diretto fino alla mia nomina ad assessore. E le scoperte continuano. Proprio quest’estate, negli stessi fondali dell’isola di Levanzo, abbiamo rinvenuto altri sei rostri navali e siamo a quota diciannove. Di fatto è l’unica battaglia dell’antichità di cui si sono ritrovati i resti delle unità navali.

Tanto per sapere come la pensi… Ci sono musei con opere straordinarie, come Aidone, che sono davvero difficili da raggiungere. C’è chi propone di rendere visibili queste opere mandandole in giro per il mondo, magari rappresentando al meglio la Sicilia…

Voglio essere sincero. Su questa cosa non ho ancora le idee molto chiare per fare delle scelte. Da un lato penso che la gente, per vedere le nostre opere, debba venire in Sicilia e nel contesto originario. Dall’altro, i problemi logistici non sono uno scherzo e proprio il caso di Aidone è esemplare: un museo con reperti splendidi che in pochi visitano per le difficoltà obiettive di raggiungere il sito. L’orientamento è quello di limitare al massimo lo spostamento delle opere. Ma il problema rimane e non è da poco risolverlo. Forse qualche distinguo andrà fatto.

In questo ufficio non senti nostalgia per tanti anni passati in rapporto diretto con il mare?

Risparmiatemi il dito nella piaga. Il rapporto con il Mediterraneo e con tutte le civiltà che si sono sviluppate sulle sue sponde è stata la mia vita. Quando qui avrò finito so cosa fare…

Intervista di Giulia e Piero Pruneti (da “Archeologia Viva” n. 192/2018)