Il santuario del Manganello. Storia di un pozzo sacro a Cerveteri Gli Etruschi e il sacro

Archeologia Viva n. 205 – gennaio/febbraio 2021
pp. 40 -50

di Vincenzo Bellelli, Rita Cosentino, Federica Galetta e Mario Mazzoli (A.S.S.O.)

Un antico pozzo scoperto nella celebre città dell’Etruria meridionale ci parla di se stesso ma soprattutto di una vicina area templare che per oltre tre secoli esso rifornì dell’acqua indispensabile alle cerimonie religiose e che accompagnò fino al momento della distruzione rituale conservando al suo interno una preziosa “spazzatura sacra”

I pozzi sono apprestamenti architettonici abbastanza comuni nelle aree sacre dell’Italia antica. Se ne trovano dovunque, talvolta in connessione con altre infrastrutture idriche come cisterne, canalette e fontane. Spesso non hanno aspetto monumentale, ma sono fondamentali come riserve d’acqua per i riti e come potenziali ricettacoli di “spazzatura sacra” (preziosa per l’archeologo!).

In Etruria meridionale, dove dominano i paesaggi del tufo, i pozzi sono quasi sempre della tipologia più semplice: un condotto verticale privo di rivestimenti e “camicie” interne, un semplice cilindro cavo di diametro e profondità variabili, scavato nella tenera roccia, provvisto sulle pareti di coppie di “pedarole” sfalsate per gli operai e gli addetti alla manutenzione.

Lo sviluppo in verticale della struttura dipendeva dalla profondità della falda acquifera*, attinta la quale lo scavo si arrestava. Spesso era necessario attraversare, come avviene nei moderni carotaggi geologici, stratificazioni complesse di spessore variabile: procedendo dall’alto, a Cerveteri si incontrava un primo strato litoide di tufo vulcanico, quindi uno strato essenzialmente di sabbia, infine un letto di limo argilloso dove scorreva l’acqua.