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Addio a Marcello Barbanera

13 aprile 2022


La storia dell’archeologia e del collezionismo, la scultura greca, la metodologia della storia dell’arte, la museografia, il concetto di arte nell’antichità. A tutto questo Marcello Barbanera ha dedicato la sua troppo breve esistenza. Temi forti, centrali per la lettura e rilettura del nostro passato comune, proprio come le rovine, essenziali fermi immagine di un tempo che fu. Argomenti “alti” che dovevano a suo avviso arrivare a tutti, in maniera semplice, appassionata, “democratica”.  Lui ne era capace, guidato dall’idea che «la forza della storia e della memoria serve da guida per il presente». Marcello Barbanera è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana a La Sapienza Università di Roma. Ha trascorso soggiorni di studio a Parigi con Alain Schnapp (La Sorbonne 1997), è stato borsista a Berlino con il noto archeologo Adolf H. Borbein e a New York. «Kress Lecturer» per l’Archaeological Institute of America, è socio corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico. Fellow del Morphomata Kolleg di Colonia (2012-13). Presiedeva il Polo museale Sapienza. Nell’edizione 2020 di tourismA sua la bella relazione sul tema del vero o falso nell’arte e nell’archeologia cui era stato dedicato uno dei cicli di Rai Storia. Nello stesso anno lo avevamo intervistato sugli argomenti a lui più cari nella rubrica di Archeologia Viva “La voce della Storia”. Una voce che mancherà a molti.


Archeologia Viva n. 201 – maggio/giugno 2020

INCONTRO CON MARCELLO BARBANERA

Intervista di Giulia Pruneti

Nel rapporto tra archeologia e società, che ruolo hanno le rovine? – Si potrebbe dire che abbiano una doppia faccia. Da un lato le rovine sono testimonianza di un passato che non c’è più, ma nello stesso tempo costituiscono un incitamento a conservarle, a non perdere memoria del passato. Certo non è sempre stato così. Questo atteggiamento abbiamo cominciato a svilupparlo sostanzialmente a partire dal Medioevo quando si notava questa duplicità: c’era la testimonianza di un mondo ormai passato, quello pagano, contrapposto a quello cristiano, ma al tempo stesso si vedeva la forza della storia e della memoria.

Succede spesso che le rovine siano sentite, soprattutto quando si ha a che fare con l’archeologia urbana, come nemiche perché impediscono lo sviluppo edilizio. Lei avverte questo conflitto tra archeologia e società? – Il conflitto c’è. Io cerco sempre di guardare il mio campo, quello archeologico, dall’esterno. Italo Calvino, tra i suoi meravigliosi libri, ha scritto Le città invisibili dove parla ad esempio delle città dei vivi (quelle in cui viviamo) contrapposte alle città dei morti (quelle del passato). Ecco, io credo che ci siano stati degli errori da entrambe le parti, ovvero che ci voglia inevitabilmente un equilibrio. A volte le soprintendenze hanno portato all’esasperazione alcune situazioni, altre volte i cittadini e le amministrazioni locali hanno agito al di fuori della legalità… Sono situazioni di volta in volta diverse. La mia opinione è che le città dei vivi debbano essere funzionali e quindi che non sempre tutto ciò che si scava, che si trova, debba essere mantenuto. Al tempo stesso lo scavo può essere una risorsa.

Ci sono esempi in cui questo equilibrio ha funzionato? – Un caso esemplare è quello del ritrovamento della Villa dei Mosaici di Spello (vedi articolo su questo stesso numero – ndr), in Umbria, proprio dove era in progetto la costruzione di un parcheggio, quindi qualcosa di utile per la città. Dal momento in cui si sono trovati i mosaici, è stato deciso di musealizzarli, dunque non sottraendo qualcosa alla città, ma restituendole molto, ovvero prestigio culturale e di conseguenza aumento dei turisti: la cultura non si oppone al giusto guadagno! Lo scavo e ciò che si trova dev’essere qualcosa che arricchisce la comunità. Un altro caso è quello del ritrovamento in Puglia, nel sito rurale di San Giusto a pochi chilometri da Lucera, di una villa rustica nel terreno su cui doveva essere costruita una diga, che sarebbe servita agli agricoltori per irrigare. È ovvio che c’erano due interessi contrastanti. In questo caso si è scelto di scavare, documentare e infine permettere la costruzione di questa infrastruttura utile a tutta la comunità: si è recuperata l’intera parte scientifica, permettendo però alla gente del luogo di progredire, di continuare a vivere.

C’è comunque una differenza fondamentale tra il nostro atteggiamento nei confronti dell’antichità e quello del passato, quando era prassi distruggere un monumento antico per costruirne uno nuovo. Oggi non si trasforma più nulla, tutto è cristallizzato. E la ragione da che parte sta? – Dobbiamo considerare che tutto è iniziato con la grande trasformazione dovuta all’avvento del cristianesimo, per cui a un certo punto ciò che è pagano viene automaticamente distrutto. Prima con l’introduzione del cristianesimo come religione di Stato da parte di Costantino, poi, sempre nel IV secolo, con Teodosio che dispone la chiusura dei templi pagani o il loro riutilizzo (si pensi al Pantheon, trasformato in chiesa nell’VIII secolo). Di fatto all’epoca tali monumenti diventano delle cave. Non solo ci si costruisce sopra, ma gli edifici romani servono a ricavarne materiali edilizi a portata di mano. Le antiche costruzioni si trasformano in miniere… L’idea diffusa è che quel mondo pagano, senza Dio, è ormai caduto e tutto può essere saccheggiato. Comunque la distruzione o l’obliterazione del vecchio per la creazione del nuovo divenne una prassi che è andata avanti nei secoli. Si pensi solo all’edificazione della basilica di San Pietro a Roma o di Santa Maria del Fiore a Firenze al posto delle chiese precedenti.

Negli Stati Uniti è ancora così. Si fa posto al contemporaneo senza porsi tanti interrogativi… – Qualche anno fa tenni un ciclo di conferenze negli Stati Uniti sul tema delle rovine e devo dire che in certi luoghi era proprio difficile far passare il concetto stesso di rudere. Del resto l’idea di conservazione, anche delle rovine, è piuttosto recente. Una “proto-idea” di preservazione della cultura si trova forse in Polibio, questo storico greco che vive nel II sec. a.C., a Roma ma da esule, da espatriato. Ebbene, ecco che proprio per la sua vicenda personale, di fronte all’immagine delle città greche distrutte, Polibio comincia a riflettere sul destino di questi centri un tempo gloriosi. Un altro “proto-conservatore” dell’antichità è Raffaello; non a caso proprio a lui il papa affiderà la cura dei principali monumenti. La rivoluzione francese, nel Settecento, è invece un pessimo esempio: vengono distrutti tutti quei monumenti che rappresentano la monarchia perché espressione del segno di oppressione a cui si vuol invece opporsi. Per approdare tuttavia al concetto di patrimonio bisogna arrivare all’Ottocento e l’Italia sarà all’avanguardia da questo punto di vista.

Mantenere o ricostruire è un dilemma antico. Vediamo che gli archeologi italiani quando vanno a scavare in qualsiasi paese del Nordafrica sono molto portati all’anastilosi, ovvero alla ricostruzione delle rovine con i pezzi originali. Sono gli stessi che invece in Italia sono fermamente convinti che non si debba ricostruire niente perché le rovine hanno una loro forza filologica… – È vero, ma è altrettanto vero che gli archeologi all’estero devono un po’ pensare secondo la mentalità del paese dove si trovano. In Libia, in Turchia, ma anche in Grecia, solo per fare alcuni esempi, le autorità locali chiedono la ricostruzione dei monumenti… In alcuni casi si procede in maniera molto decisa per avere turismo: il visitatore che vedendo due muri non capisce molto, quando ammira il monumento rialzato prova senz’altro un’emozione forte. In Italia si sta cominciando a farlo… Devo dire che le anastilosi realizzate in epoca fascista a me piacciono e credo che vadano assolutamente mantenute, anche perché ormai sono storicizzate. Bisogna vedere caso per caso. Ritirare su tutto non si può, in particolare quando non ci sono materiali originali sufficienti. Il Partenone è una sorta di rovina artificiale, ricostruita con marmi nuovi. Io capisco le necessità estetiche e turistiche, ma così è un falso! Credo che sia necessario un equilibrio.

E nel caso ormai famoso del tempio G di Selinunte? Lì i pezzi ci sarebbero tutti o quasi per poterlo rialzare. L’effetto sarebbe mozzafiato. Eppure il dibattito tra favorevoli e contrari va avanti da anni senza che nulla accada… – Come dicevo, in via di principio non sono contrario all’anastilosi, se ha uno scopo scientifico oltre che paesaggistico. In questo caso specifico bisogna riflettere sull’effettiva convenienza, perché l’operazione è costosa. Non c’è un criterio unico nell’anastilosi; bisogna sempre ponderare le ragioni dei favorevoli e dei contrari e agire all’interno del contesto specifico. Nel caso di Selinunte la farei solo se ne derivasse un accrescimento della conoscenza scientifica del tempio, che peraltro mi sembra indiscutibile.

Un altro luogo sacro dell’archeologia sono i musei. Come dovrebbero essere? – Il problema dei musei archeologici in Italia è che quasi sempre non sono narrativi, non raccontano storie. Espongono oggetti meravigliosi di fronte ai quali però il visitatore non esperto rimane attonito e distaccato. Lo sbaglio è pensare che l’arte antica, gli oggetti antichi, siano facili da decifrare e comprendere, che parlino da soli. Spesso poi in questi musei non c’è traccia di cultura materiale, come se gli antichi avessero prodotto solo statue. Purtroppo anche i grandi musei, in primis quelli di Roma, sono carenti da questo punto di vista. Hanno sì delle collezioni straordinarie, ma non parlano, non dicono. Un esempio lampante sono i ritratti, produzioni meravigliose provenienti sia dal mondo greco che da quello romano, che stanno lì, uno dietro l’altro dall’età repubblicana a quella imperiale, senza alcun tipo di indicazione sulla società in cui furono prodotti, senza notizie del mondo a cui appartennero. Raccontare storie per i musei sarebbe una missione bellissima.

Colpa dei finanziamenti o di un certo modo di pensare? – Manca la mentalità giusta, mancano scuole di formazione. In Italia i musei nascono verso la fine del Settecento, spesso come risultato di scavi fortuiti, nazionalizzazioni, confische ecclesiastiche. Si tratta di oggetti che inseriti in un museo perdono, dico io, la loro innocenza. Si pensi a una pala d’altare, nata come oggetto di devozione, davanti alla quale qualcuno andava a pregare… D’altronde il museo ha una funzione centrale nella società perché è quello spazio in cui la cultura specialistica viene democratizzata e restituita al pubblico. Ma occorre un metodo per realizzare questo scopo. Infine, i musei sono istituzioni molto costose: una ragione in più perché siano al servizio di tutti.


Nella foto di apertura: da sinistra Eugenio Farioli Vecchioli, Giuseppe Giannotti, Marcello Barbanera, Piero Pruneti, Luca Peyronel, durante l’edizione 2o20 di tourismA