Archeologia di superficie: quando parla il paesaggio A proposito di...

Archeologia Viva n. 236 – marzo/aprile 2026
pp. 82-87

di Valentina Limina

Paesaggio come documento: il caso emblematico delle ricerche effettuate nella Toscana settentrionale ai confini dell’antico territorio di Volterra etrusca e romana dove l’archeologia… cammina

Si può fare archeologia senza scavare? Tecnologie come LiDAR o georadar, solo per citarne alcune, ci permettono di “vedere sotto”; ma se l’obiettivo è ricostruire la storia di un territorio e non di un singolo sito, è il paesaggio che si fa documento. Meno costosa di uno scavo, non invasiva, la ricognizione di superficie – cuore dell’archeologia dei paesaggi – è un metodo a sé. Si cammina, si osserva, si raccolgono indizi.

Nei campi, l’aratura porta in superficie frammenti del passato; sui muri dei casolari compaiono pezzi di antichi manufatti, nei borghi le pietre di un tempio sono diventate parti di una casa… Sono tracce di azioni umane, segni di una lingua da decifrare. Se nella conoscenza di un singolo sito la ricognizione non potrà mai dare lo stesso livello di dettaglio di uno scavo, la diversa scala d’approccio, ampliata a livello territoriale o regionale, permette invece di interpretare ogni anomalia nel terreno, ogni frammento di ceramica emerso, ogni toponimo come elementi che ci aiutano a ricostruire come le comunità hanno pensato, abitato, trasformato lo spazio.

Continua a leggere sulla rivista