Italia e Croazia: quando parlano i parchi Archeologia pubblica

Archeologia Viva n. 237 – maggio/giugno 2026
pp. 48-59

di Roberto Perna, Ludovica Xavier De Silva, Anica Dobran Černjul, Mauro Dujmović, Maria Emanuela Oddo, Giuliana Pascucci, Melanija Candrlic, Natalija Dašek Strčić, Enrico Rinaldi, Ivan Šuta

Una sfida culturale e politica lunga vent’anni: sulle due sponde dell’Adriatico le potenzialità di una serie di parchi si sono sviluppate nell’ambito di progetti comuni per un nuovo modello di sviluppo

I casi emblematici di Sepino Ricina Omišalj Kaštela

Pensare a un parco archeologico non significa ipotizzare necessariamente un possibile museo all’aperto, un’area recintabile e “impermeabile”, dalla quale il patrimonio archeologico esclude ogni altra chiave di lettura. Come ci indica la Convenzione europea del Paesaggio, le aree archeologiche sono porzioni di territorio dove le tracce del passato dialogano con le zone abitate.

Da questo confronto tra parchi e comunità parte la sfida che da più di vent’anni – a partire dall’esperienza marchigiana del Piano di gestione del Parco di Pollentia – Urbs Salvia – è stata raccolta da ricercatori italiani, albanesi, sloveni, croati e serbi, coordinati dall’Università di Macerata, coinvolgendo prima sei parchi nel Progetto Transfer (Urbs Salvia in Italia, Antigonea in Albania, Ptuj in Slovenia, Dodona in Grecia e Omišalj e Sebenico in Croazia) e poi, nell’ambito del nuovo Progetto Archaeodigit, i parchi di Helvia Ricina e Sepino in Italia insieme a Fulfinum-Mirine (Omišalj) e Kaštela in Croazia di cui parliamo a seguire.

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