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Uzbekistan: bimbo di 4000 anni fa operato alla testa

17 maggio 2026


Due bambini, di tre e cinque anni, deposti fianco a fianco. Uno dei due porta sul cranio i segni inequivocabili di un’operazione chirurgica. Quattromila anni fa, nella città di Djarkutan, nel cuore dell’Asia Centrale, qualcuno sapeva aprire una testa per tentare di guarire.
È questa la scoperta straordinaria che la campagna di scavo in corso ha restituito alla missione congiunta dell’Università del Salento, dell’Università Statale di Termez e dell’Istituto Archeologico di Samarcanda.

La sepoltura di 4.000 anni fa con i due bambini, di tre e cinque anni, deposti fianco a fianco. Uno dei due porta sul cranio i segni inequivocabili di un’operazione chirurgica.

Scoperta inaspettata

La sepoltura rivoluziona le conoscenze sulle pratiche rituali e mediche della Civiltà dell’Oxus, la grande cultura che tra la fine del terzo e l’inizio del secondo millennio a. C. dominò l’Asia Centrale e si estese fino alle coste del Golfo Persico. E, soprattutto, documenta per la prima volta in tutta l’Asia un intervento neurochirurgico — probabilmente eseguito per trattare patologie neurologiche, traumi, epilessie o emicranie — che non ha precedenti noti nel continente a quella data.

La cosiddetta Civiltà dell’Oxus

Si tratta di una delle grandi culture del Bronzo antico. Fiorita tra il 2500 e il 1500 a.C., si sviluppò nell’area dell’odierno Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan settentrionale, con diramazioni fino all’Iran orientale e alle coste del Golfo Persico.

Un centro molto sviluppato

Djarkutan ne era uno dei centri più significativi: una città organizzata in quartieri, con architettura monumentale, ceramica di alta qualità e, come oggi sappiamo, pratiche mediche di sorprendente complessità.

La regione del fiume Surkhan Darya, fiume tributario del mitologico Oxus, dove sorge Djarkutan, svolse un ruolo importante nelle dinamiche interattive dell’Età del Bronzo che coinvolsero le steppe del nord del Khazakistan, le autonomie politiche dell’Iran orientale (in primis Shahr-i Sokhta), il Tajikhistan e la valle dell’Indo. Questo complesso archeologico seppe affermarsi in modo repentino attorno alla metà del terzo millennio a.C. e, altrettanto improvvisamente scomparire, per cause probabilmente legate a fattori paleoclimatici, con il secondo quarto del secondo millennio a.C.

Indagini e nuove domande

La scoperta apre interrogativi profondi: quale gruppo di “specialisti” all’interno dell’abitato poteva praticare un intervento del genere? Quale conoscenza anatomica e chirurgica presupponeva un intervento simile? E perché un bambino di cinque anni? Le indagini paleogenetiche e antropologiche in corso nei laboratori di UniSalento forniranno nei prossimi mesi ulteriori elementi per rispondere a queste domande.

Il progetto di ricerca è sotto la direzione congiunta del professor Enrico Ascalone (foto sopra) per l’Università del Salento e del professor Alisher Shaidullaiev per l’Università di Termez, con la collaborazione dell’Istituto Archeologico di Samarcanda guidato da Komil Rakhimov.


Foto apertura:  il team internazionale di archeologi che scava nella città di Djarkutan, nel cuore dell’Asia Centrale, e di cui fa parte anche l’Università del Salento