3 giugno 2026
Cosa mangiavano i padovani di 2.500 anni fa? Un team internazionale di ricercatori di Università di Padova, Sapienza Università di Roma, Cardiff University e Università di Modena e Reggio Emilia ha ricostruito la dieta di alcuni individui provenienti dalla necropoli del CUS-Piovego di Padova, datata alla piena età del Ferro (VI-IV sec. a.C.), attraverso lo studio degli isotopi stabili di carbonio e azoto presenti nei resti scheletrici umani e animali.
Siamo cosa mangiamo
Tutto ciò che viene ingerito attraverso la dieta lascia infatti una “firma isotopica” nei tessuti di scheletro e denti, permettendo oggi di ricostruire le principali risorse alimentari consumate nel corso della vita. I risultati emersi indicano una dieta prevalentemente terrestre, caratterizzata da un significativo consumo di cereali “C4” tipici degli ambienti caldi e secchi, come mais, sorgo e, nel caso del Piovego, miglio.
«Il miglio è un cereale già noto nella preistoria dell’Italia settentrionale, il cui impiego esplode già nell’età del Bronzo – afferma Melania Gigante (foto sopra), coautrice dello studio e ricercatrice del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova –. Tuttavia, mancavano finora dati isotopici diretti sulla dieta umana per il Veneto dell’età del Ferro. Il caso del CUS-Piovego colma quindi una lacuna importante, ampliando le nostre conoscenze sull’alimentazione delle comunità venete preromane».
Aggiunge Giusy Capasso prima autrice dello studio e ricercatrice alla Sapienza Università di Roma. «Colpisce in particolare il caso di una giovane donna sepolta in posizione prona e probabilmente legata (foto sotto), una modalità funeraria insolita che suggerisce una condizione sociale diversa o marginale. Le analisi indicano che non fosse originaria dell’area padovana e che fosse arrivata in città poco prima della morte, mantenendo abitudini alimentari differenti rispetto al resto della comunità. Un elemento che racconta bene la complessità sociale della Padova preromana».
I risultati completi dello studio sono pubblicati su Scientific Reports
Foto apertura: Federico Logli – Università di Modena e Reggio Emilia – tra gli autori dello studio



