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Slovenia: nuove scoperte nella grotta Tina Jama

7 ottobre 2026


Eccezionali manufatti in corno di cervo e in selce utilizzati per la produzione di punte di freccia, ornamenti in osso e in conchiglia, oltre a un dente umano… Sono le ultimissime scoperte avvenute durante la quarta campagna di scavi della missione archeologica italo-slovena non lontano dalla cima del monte Lanaro/Volnik, nella grotta Tina Jama, Comune di Sgonico/Zgonik, nel Carso triestino.

“Svolta” nelle indagini…

Qui, le ricerche italo-slovene in corso stanno di fatto permettendo di ricostruire, la fase di transizione tra le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori mesolitici e l’arrivo dei primi gruppi neolitici nell’Adriatico nord-orientale circa 7500 anni fa. Gli scavi, che segnano una ripresa delle indagini archeologiche nelle grotte del Carso dopo alcuni decenni di inattività, hanno infatti permesso di raggiungere e indagare un ricco deposito riferibile al Mesolitico recente, immediatamente sottostante ai livelli legati ai primi gruppi neolitici.

Arrivano i primi neolitici

Nell’area carsica e istriana, le testimonianze degli ultimi gruppi di cacciatori-raccoglitori sono generalmente elusive e spesso caratterizzate da sequenze stratigrafiche interrotte o alterate. Il deposito messo in luce nella grotta Tina Jama rappresenta pertanto un contesto eccezionale, non solo per la ricchezza di reperti, ma soprattutto per il suo potenziale contributo alla comprensione dei processi di trasformazione legati all’arrivo dei primi gruppi neolitici e all’introduzione di nuove pratiche di sussistenza, tra cui l’agricoltura e l’allevamento.

La ricercatrice Elena Leghissa disegna uno schizzo della pianta di scavo. Foto: Gigliola Antonazzi

Scoperta eccezionale

Tra i rinvenimenti più stupefacenti: numerosi manufatti in pietra di piccole dimensioni, tra cui caratteristici elementi di punte di freccia di forma trapezoidale e scarti legati al loro processo produttivo, nonché punte in osso e ornamenti in conchiglie sia marine che di acqua dolce, testimoni delle variazioni dell’ambiente nel corso del tempo.

Reperti animali e umani

Degni di nota sono alcuni canini atrofici di cervo forati, utilizzati come pendagli, uno dei quali presenta tracce d’ocra. Numerose tracce di ocra sono state inoltre rinvenute nel deposito, in alcuni casi associate a sostanze adesive conservate su strumenti in selce. Il rinvenimento di un dente di un bambino potrà fornire nuovi dati sulle popolazioni del Mesolitico recente. Di particolare rilievo è il rinvenimento di un gruppo di manufatti in corno di cervo, tra cui una grande ascia che presenta le tracce di un foro non completato, confrontabile con simili reperti dell’Europa centrale e settentrionale, ma quasi senza confronti in ambito italiano.

Ascia in corno di cervo con perforazione non finita, al momento della scoperta. Foto: Federico Bernardini

Accampamento in grotta

A poca distanza dall’ascia è venuto alla luce un oggetto piuttosto enigmatico, costituito da una porzione di un corno di cervo lunga circa 11 centimetri che presenta un foro trasversale largo circa 1 centimetro e una perforazione longitudinale centrale. Potrebbe trattarsi di uno strumento utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce, ma ulteriori analisi saranno necessarie per comprenderne la funzione e il significato. Parte di questi resti proviene da un livello caratterizzato dalle probabili tracce di un accampamento organizzato attorno a un focolare, collocato nella parte più riparata della grotta e delimitato da una struttura di pietre e blocchi all’ingresso.

I protagonisti della scoperta

«I primi gruppi neolitici raggiungono il Carso risalendo la costa della Dalmazia e dell’Istria attorno a 7500 anni fa, con un ritardo di alcune centinaia di anni rispetto all’Istria meridionale – spiega Federico Bernardini, direttore dello scavo e docente di Metodologia della ricerca archeologica presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Si ritiene che in questa fase abbiano avuto un ruolo rilevante le ultime comunità mesolitiche di cacciatori-raccoglitori, le cui testimonianze sono tuttavia poco documentate ed elusive».

Il direttore di scavo Federico Bernardini con l’ascia appena estratta dal deposito archeologico. Foto: Gigliola Antonazzi

Processi di trasformazione

Afferma Elena Leghissa, dell’Institute of Archaeology, Research Centre of the Slovenian Academy of Sciences and Arts e responsabile del progetto: «Gli scavi di quest’anno si sono focalizzati sulla fase di transizione tra i livelli del Mesolitico finale e gli strati riferibili all’arrivo dei primi gruppi neolitici, un periodo di svolta nella storia umana ancora poco noto nell’area dell’Adriatico settentrionale. La sequenza stratigrafica conservata nella Tina Jama offre un’opportunità particolarmente importante per indagare questo processo di trasformazione»

Parte del team di ricerca con l’ascia appena estratta dal deposito archeologico. Foto: Federico Bernardini

Concludono Bernardini e Leghissa: «Oltre alla ricchezza del deposito, lo scavo ha permesso d’identificare i resti di un accampamento mesolitico, organizzato attorno a un focolare e delimitato da una struttura di pietre e blocchi all’ingresso della grotta. Si tratta di un contesto di grande rilievo, con pochi confronti nell’area del Caput Adriae».


Le ricerche italo-slovene nella grotta Tina Jama sono condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia, titolare della concessione di scavo del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia, sotto la direzione scientifica di Federico Bernardini. Lo scavo è realizzato in collaborazione con l’Institute of Archaeology, Research Centre of the Slovenian Academy of Sciences and Arts (ZRC SAZU), il Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam e l’Università degli Studi di Siena.


Foto apertura: operazioni di scavo nella grotta Tina Jama. Foto: Gigliola Antonazzi