26 luglio 2026
di Piero Pruneti
Impresa molto impegnativa quella di Christopher Nolan, regista, sceneggiatore e co-produttore del film Odissea (plurimilionario nella produzione e ancor più negli incassi ad appena dieci giorni dall’uscita nelle sale). Iniziamo col dire che non è cosa da tutti cimentarsi con una vicenda e un personaggio che da sempre intrigano l’umanità. Ovvero affrontare, interpretandolo, l’immaginario collettivo suscitato da un’opera dove la fantasia e la creatività di cui è capace Homo sapiens hanno raggiunto i massimi livelli. Sta di fatto che per tre ore si rimane incollati alla poltrona del cinema, grandi e piccoli, e questo per un film, che prima di tutto deve fare spettacolo, sarebbe già un obiettivo ampiamente raggiunto. Ma è logico che a noi non basterebbe. Tantissime altre “imprese” cinematografiche ispirate a capolavori letterari hanno riempito le platee con interpretazioni e personaggi inguardabili, se non per chi cerca al cinema l’equivalente di antichi ludi sanguinari o semipornografie travestite da pseudostorie.
Quindi non scandalizzatevi se, a dispetto di molti che si stracciano le vesti, Archeologia Viva sta dalla parte di Odissea. Può darsi che non vi sia una perfetta adesione filologica al racconto omerico, cosa che suscita le critiche dei palati più fini (ma vorrei veder loro alle “cine-prese” con un’operazione culturale di questo tipo). Sottolineo poi un fatto: nel film quasi non corre sangue pur narrando, come fa l’opera di Omero, la violenza di cui è capace l’uomo nei confronti degli sconfitti e degli indifesi. Si scanna e si uccide – come in Omero – ma si deve riconoscere che il film non cede allo spettacolo cruento per compiacere certe necessità da botteghino. Ugualmente non manca l’amore, ma senza ricorrere a nudi o scene esplicite (anche questo distingue il cinema serio) e, insieme, troviamo donne volitive, capaci di confrontarsi alla pari con gli uomini (magari nel mondo greco non era proprio così, ma in questo modo il film lancia un opportuno messaggio nella realtà attuale dei femminicidi).
Insomma, emergono i contenuti e la grandiosità della narrazione, retti da una scenografia incontestabile e da una colonna sonora prepotente, incalzante, che al pari del racconto non dà tregua per tutta la durata. Gli episodi salienti narrati da Omero ci sono quasi tutti (manca ad esempio Nausica, ma a un film non possiamo chiedere la metodicità e la completezza didattica consentite in una serie televisiva…), rappresentati in un modo che non tradisce l’immaginazione di ognuno di noi. Emerge la sostanza intima dell’Odissea omerica, ovvero i sentimenti e la lotta di un uomo che non si arrende, che riconosce i suoi errori, che se potesse tornare indietro farebbe diversamente (come ognuno di noi). Indimenticabili le scene di Polifemo, dei Lestrigoni, di Scilla e Cariddi, del Cavallo, delle Sirene, di un Mediterraneo protagonista e insieme spettatore della grandezza e della miseria di uomini e dei.
Lascia perplessi ahimè il finale, troppo rocambolesco, troppo hollywoodiano (magari al pubblico americano piace così…): Ulisse che nello sgominare i Proci somiglia ai giustizieri dalla pistola infallibile dei film western; quel patetico Telemaco che vuole essere re ma da solo non ci riesce; quel finale romantico dell’eroe che, un po’ alla maniera dantesca, salpa verso l’ignoto, questa volta con l’amata Penelope. Licenza poetica? Direi un cedimento, ma che si può perdonare.


