Bronzi di Riace: prosegue il racconto diverso Celebrità sotto esame

Archeologia Viva n. 239 – settembre/ottobre 2026
pp. 36-47

di Anselmo Madeddu, Rosolino Cirrincione, Stefano Columbu, Salvatore Critelli, Valeria Indelicato, Emilia Le Pera, Carmelo Monaco, Rosalba Panvini, Fabio Portella, Rosalda Punturo, Rossana Sanfilippo, Saverio Scerra, Giovanni Scicchitano, Carmela Vaccaro, Laura Valvo

Patine e concrezioni sulle superfici bronzee rivelano una giacenza bimillenaria dei due capolavori in fondali molto più profondi di quelli di Riace

A un anno dalla prima pubblicazione su AV ecco l’atteso aggiornamento (con risultati archeometrici) sulle indagini multidisciplinari secondo cui i Bronzi di Riace vennero fusi a Sibari e poi collocati a Siracusa

La cosiddetta Ipotesi siciliana dei Bronzi di Riace, già proposta sulla rivista (AV n. 231), affonda le radici negli studi di due archeologi americani: Robert Ross Holloway (1988), secondo il quale le due statue sarebbero state ritrovate nel mare siciliano e solo dopo nascoste in Calabria da archeotrafficanti, e Anne Marguerite McCann (2002), secondo la quale esse avrebbero raffigurato Gelone e Ierone di Siracusa.

Un’ipotesi – ripresa e sviluppata nel libro di Anselmo Madeddu, Il mistero dei Guerrieri di Riace: l’ipotesi siciliana (2025) – in base alla quale i Bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo scultoreo commissionato dai Dinomenidi e ampiamente citato dalle fonti antiche (Eliano, Polieno, Diodoro, Plutarco e Favorino), raffigurante Gelone (Bronzo B) e altri eroi della storia di Siracusa, portato via dalla città in seguito al sacco del 212 a.C., poi naufragando lungo la rotta per Roma.

Tale ipotesi è balzata agli onori della cronaca per le rivelazioni di molti testimoni secondo i quali i Bronzi sarebbero stati recuperati insieme ad altre statue da esperti palombari alla fine degli scorsi anni ’60 in fondali profondi (70-90 m) quaranta chilometri a nord di Siracusa al largo di Punta Tonnara (presso Brucoli, frazione di Augusta), quindi nascosti e rivenduti intorno al 1971 ad archeotrafficanti calabresi che, in attesa di esportarli, li avrebbero a loro volta nascosti nei fondali presso Marina di Riace. Qui sarebbero stati “scoperti” dal sub romano Stefano Mariottini il 16 agosto 1972.

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